Oroscopo 2014

Spesso si ha la pretesa di poter snobbare l’oroscopo. È sicuramente una pretesa sacrosanta, una delle poche, quella di poter accanirsi contro un residuato di superstizioni col fiocchetto. D’altronde, l’oroscopo ha origini lontane: tralasciando riverenze alla tradizione, bisogna concordare che questo strumento dell’astrologia ha saputo egregiamente riciclarsi. Oggi è letteratura leggera, adatta a spiriti poco affini alla carta stampata, ma desiderosi di potersi destreggiari con astrazioni che dicano loro come ci si deve comportare, ma senza alcuna spocchia intellettuale o altezzosità scientifica. Parlando di menti deboli, il pregio dell’oroscopo è solo quello, visto nelle previsioni c’è meno precisione che in una meridiana di notte. L’oroscopo di per sé è merce dei millantatori e acquisto degli idioti, ma non sia mai di snobbarlo solo per quello. In buone mani, come quelle di Rob Brezny, l’oroscopo smette di essere filosofia d’accatto – barchetta fra amore, lavoro, fortuna e soldi – in cui il rischio di dubitare viene cestinato. Diventa invece aneddoto, storiella, consigli per essere una persona migliore. Un genere con la capacità letteraria di evadere in un mondo tranquillo, a luce diffusa, dove le nostre imperfezioni si rimpiccioliscono e dove siamo più felici. La vita vera, invece, sta altrove.
Buon 2014!

Ariete (21 marzo – 19 aprile)
Arrabattarsi a compromessi può funzionare, ma non è una massima da applicare a tutto il quotidiano. Può andar bene per accontentare e essere tolleranti, ma serve sapienza. Altrimenti – lo dice la parola – le cose si compromettono. Per essere giusti serve esperienza, non solo volontà.
Toro (20 aprile – 20 maggio)
D’accordo essere concreti, ma i piedi per terra andranno pure alzati per andare da qualche parte. Aristotele, il padre dei logici, distingueva tra vizi per eccesso e per difetto. Cercate di non eccedere col pragmatismo, abbandonatevi a qualche svago. Spezzate un momento, per non spezzarvi.
Gemelli (21 maggio – 20 giugno)
Il 2014 è un anno da dedicare a voi stessi, agli altri, agli hobby. Non temete gli incastri, il tempo si trova per tutto. Non lasciate che gli interstizi di tempo delle attese e dei tempi morti vi scivoli via. Vi appartiene anche quello. Magari non consacrateli solo alla messaggistica e ai giochi brutti per iPad. Invece unite l’utile e il dilettevole; è come moltiplicare per due.
Cancro (21 giugno – 22 luglio)
Fra i propositi del nuovo anno non ammassare le solite accozzaglie di banalità. Tipo: avere salute, fare più moto, mangiare meno. Anche se non ingrani subito cosa importa? C’è un intero anno per rimediare. Abolito il calendario, dunque, cercate di rendervi conto cosa è giusto per voi e decidete con calma come cambiare.
Leone (23 luglio – 22 agosto)
Non siate perfetti, cercate di essere bravi, diceva Steinbeck. La perfezione si scontra con l’aurea mediocritas romana, l’ottima moderazione parte dalla consapevolezza dei propri limiti. Si smussano, ma non si eliminano. Non cercate l’anno perfetto, cercate l’anno giusto.
Vergine (23 agosto – 22 settembre)
È il momento opportuno per liberarsi dalla massima personificazione di tutto quello che avete sempre sperato di essere. Ora potete essere la personificazione di quello che siete già diventati, e non è poco. Senza ansie da prestazione verrà facile sbaragliare i giorni, e ci sarà più spazio per ammirarne la bellezza.
Bilancia (23 settembre – 22 ottobre)
Avete mangiato troppo nelle feste? Vi sentite in colpa per questo? Non è colpa vostra. I momenti conviviali, con tanto cibo e quell’angustia attorno a un tavolo gremito gomito a gomito, sono una tantum; la meritata trascuratezza mangereccia di fine anno. Applicarla resto dell’anno invece sarebbe imperdonabile, sarebbe un insulto alla sua inaugurazione. Giù la panza, ma non subito!
Scorpione (23 ottobre – 21 novembre)
A dicembre si tirano le fila di un anno sperando di darci un senso. Le crisi, i nuovi papi (che se ne vanno, che arrivano, che “decadono”), gli avvenimenti ci sfiorano tutti, ma il loro computo è un esigenza d’archivio. Non vediate il bicchiere mezzo vuoto di un anno deludente quando in realtà stai facendo un percorso da lungo termine. Un anno serve a non perderne le tracce, e – se occorre – a tornare sui propri passi.
Sagittario (22 novembre – 21 dicembre)
A rovinarvi il compleanno non ci sarà più il pensiero di una catastrofe maya. Per precauzione si potrebbe dare un occhiata anche al calendario Inca, ma non è questo il punto. Queste sono cose da prendere con leggerezza altrimenti diventano pesanti. Quindi, visto che non ci sarà nessuna distruzione planetaria, cercate di andarci piano coi festeggiamenti.
Capricorno (22 dicembre – 19 gennaio)
Niente scorre in linea retta, né i fiumi, né il tempo. Quindi anche quest’anno ti ritroverai a combattere con la sensazione che tutti i festeggiamenti che contano scivolino via con una brusca accelerazione. Ma – non per sembrare un fanatico o cosa – tutti i giorni possono essere ugualmente gioiosi come le feste invernali. L’ordinario non è scialbo se lo si affronta senza preconcetti.
Acquario (20 gennaio – 18 febbraio)
Essere sotto un segno mistico equivale a rassegnarsi al rumore dei saltimbanchi e dei prestigiatori. Magari trovate quello che vi asseconda, ma non quello che vi serve. Nell’anno nuovo spezzate le illusioni e rimpiazzatele con un vissuto sognante. Che può benissimo corrispondere alla grigia realtà, basta osservarla con occhi nuovi e attenti.
Pesci (19 febbraio – 20 marzo)
Nel vostro animo si dibattono spinte contrapposte. Da un lato l’opposizione ai facili entusiasmi e alla loro banalità; dall’altro sgorga una marea corale di emozioni che aspettava un pretesto come quello natalizio per tracimare fuori. Entrambe vere? Valutate voi. Del resto, anche l’oroscopo serve a iniettare del facile ottimismo. È una cosa piacevole, altrimenti avremmo già chiuso bottega da un pezzo.

Quante melensaggini tutte in una volta, neh! Buon anno!Notte stellata

Il ritmo dell’algoritmo

Ahi, l’amore mamma mia!
Hai un’amica che ti accompagna che fa la modella in Spagna
hai l’aria dolce e  i tuoi occhi son stupendi
hai l’arte sparsa per il corpo, meriti un tour

Il cuore
il cuore pasticcione
il cuore e la fame
il cuoco di bordo

Che puntata c’è domani a “uomini e donne”?
Che puntata va in onda oggi a “uomini e donne”?
Che punteggio danno per lussazione clavicola-spalla?
Che punte usa Svetlana Zarakhova?

Quando riuscirai a capire come la penso?
Quando riuscirai a capire come la penso purtroppo avrò già cambiato idea
Quando riusciamo a vedere la bellezza essa è sempre perduta
Quando riuscirai a fregartene?!

Come fai a capire se sei venuta?
Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita?
Come fai a guardare la ragazza che ami e convincerti che è il momento di andartene?
Come fai a capire se sei incinta?

credits: Google.it
per info visitate http://italiano.googlepoetics.com/

Cucina occasionale − le ricette che non credevi possibili: Hamburger di ceci

La cucina occasionale è un concetto semplice quanto sfuggente e, per questo, forse è meglio spiegarlo tramite gli antefatti.
Nella solitudine del limbo estivo compreso tra una vacanza e l’altra, un giovane uomo venne abbandonato a casa assieme a un frigo colmo di viveri. Grazie alla previdenza della figura materna − entità la cui apprensione per i figli è ripartita fra le due percentuali di morte per assideramento (d’inverno, ma anche d’estate) e morte per denutrizione −, la fame non era un problema. Semmai il problema era ingurgitare tutto quel cibo senza farlo guastare o scadere perché − sempre per formazione matrilineare («Nun strasà» diceva la nonna) − gli sprechi erano al bando. A questa nobile quanto annosa questione si accompagnava quella ipotetica di riuscire a cucinare in tempi serrati in risposta alle esigenze del lavoro e del tempo libero.
Mancando il tempo e con il suo scorrere, poi, si poneva l’esaurimento delle scorte, riducendo le possibilità di alternative a certi piatti.
A causa di tutto questo, il giovane uomo, tra le sperimentazioni dettategli dalle necessità, coniò dunque la cucina occasionale. Si trattava di combinare gli alimenti avendo come la priorità la loro freschezza e la data di scadenza. Non essendoci ricette o non avendo il tempo di consultarne, spesso le soluzioni erano inedite. In una parola, casalinghe. Inoltre, appunto mancando la guida di una ricetta, i risultati erano scriteriati. A volte i piatti erano quasi immangiabili a causa del mancato discernimento nell’uso dei condimenti (es. salando i legumi o maneggiando il dado). Ma per fortuna di solito l’esito era soddisfacente, anche se con porzioni abbondanti. I quantitativi superiori al fabbisogno recavano due effetti/soluzioni: invitare amici, che fa sempre piacere  (ma poi chi lava i piatti?); venderli, se e quando cookistoprenderà piede in Italia; inscatolare degli avanzi. Gli avanzi, in particolare, sono una delle forze motrici della cucina occasionale: un giorno portata principale, quello dopo contorno.
La scelte obbligate date dalle scadenze e dalla disponibilità degli ingredienti sono spauracchi, la cucina occasionale consiste nell’arte di superarli. È un processo trial & error, ma dalle sicure garanzie perché l’obiettivo non è la precisione della ricetta, ma l’intuito del risultato (non ci sono indicazioni schematiche, solo semplici linee di suggerimento). Non abbiate paura di provare, l’importante è non buttare via niente. Sperimentino i signori, sperimentino!

Hamburger di ceci
La ricetta non è una ricetta. Sarebbe quello che racconterei a un tale se mi chiedesse come fare una ricetta. Ovvero senza dovizia di particolari.
Questa ricetta è nata in seguito a un’improvvisa abbondanza di ceci, che non sapevo più in che modo cucinare. SPero vi piaccia.
Ingredienti: Acqua, ceci, olio d’oliva, sale, spezie
Strumenti: Bacinella, pentola a pressione, piatto, forchetta, padella

Per questo piatto è richiesto che abbiate a disposizione dei ceci già cotti, magari avanzati da una precedente pasta coi ceci.
I tempi di cottura dei ceci, nonché il quantitativo d’acqua richiesto, vengono sempre riportati sulla confezione; comunque non vanno cotti prima di una notte in ammollo in acqua. Non vanno salati in cottura ed è meglio metterli in pentola a pressione con acqua già bollente.
Una volta scolati me li potrei mangiare così come sono, uno ad uno, come snack. I ceci tostati, quelli sì che sono ottimi snack. Tornando ai ceci, qualora non occorressero per altre ricette, possono essere utilizzati per farne degli ottimi hamburger.
Il procedimento è primitivo: forchetta e forza bruta. La buccia del legume rende scomodo l’utilizzo di altri utensili; io prediligo la forchetta per semplicità, per mascolinità e per non dover lavare altre cose dopo.
Ottenuta la poltiglia e unta con un po’ d’olio, le si dà la forma dell’hamburger e lo si getta in padella con olio caldo. Tenete la fiamma media. Essendo un alimento già cotto, la cottura in padella deve durare il tempo necessario a creare una crosta dorata, che serve a dare consistenza. Una volta ottenuta, l’hamburger è pronto per essere servito e mangiato.
Nota: L’impasto non dovrebbe sfaldarsi. L’ingrediente da aggiungere per scongiurare il rischio è la farina di carrube. Chi non ne ha un po’ nella dispensa? Sperate che venga bene, dai. Per dare sapore metteteci qualche spezia.
Buon appetito!

As I said Ceciburger

As I said Chickenpeasburger

Cucina occasionale – le ricette che non credevi possibili: Yogurt al melograno

Ingredienti: Yogurt bianco, melograno, miele
Niente di trascendentale. Sgranate il melograno, aggiungete i chicchi allo yogurt ed è fatta. Valutate la dolcezza e, se volete, mettete miele quanto basta secondo il vostro gusto.

Pomegranate Yogurth

Pomegranate Yogurth

Nota: il melogranocosta uno sproposito. Per procurarvelo fate lunghe passeggiate nel vicinato: il melograno è una pianta diffusa nei giardini, e – adesso che è periodo – se avrete fortuna riuscirete a mettere le mani su qualche frutto vicino alla cinta. Altrimenti fatevelo regalare: il melograno come il kiwi tende a oscillare dal poco al molto aspro, e – anche per non stare a sgranarlo – qualcuno sarà ben felice di disfarsene.
Il melograno si trova anche nei cimiteri, specie sulle tombe a terra viene usato come pianta ornamentale. Non temete di considerare il gesto come una profanazione o di offendere in qualche modo il defunto. Io ho chiesto e non si è lamentato.
L’usanza del melograno nei cimiteri deriva dal mito. Il melograno fu il frutto infernale che il dio Ade offrì all’amata e affamata Persefone durante la traversata dell’oltretomba per ricongiungerla alla madre. La legge divina prescriveva che chiunque avesse mangiato un frutto dell’inferno sarebbe stato costretto a rimanervi. Lo stratagemma del dio di legarla al suo mondo funzionò. Persefone ne mangiò sei semi prima che l’inganno fosse scoperto. A quei sei semi corrisponde sulla terra il lutto di Demetra per la sorte della figlia, rinchiusa nel Tartaro, e rappresentano la brutta stagione. Non è un caso che agli esordi dei primi freddi il melograno cominci a maturare.
Non so quanto questo mito sia davvero pertinente come spiegazione. Il melograno, grazie all’adattabilità della pianta, è simbolo di fertilità ed è carico di numerosi significati positivi presso il cristianesimo e le culture dell’Asia minore, da dove proviene. Nel contesto di un camposanto dovrebbe rappresentare la rinascita; ma non sta scritto da nessuna parte. Prendete il frutto e scappate.

Django Unchained

Titolo: Django Unchained
Anno: 2012
Paese di produzione: USA
Genere: western, azione
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Durata: 165 minuti

È la prima volta che provo a recensire un film; e non un film qualunque. Non me ne vogliate, ma senza buttare giù dal letto le mie impressioni questa notte non avrei preso sonno.
Dicevo, non un film qualunque e una recensione non specializzata che avrà parecchi limiti. Per esempio non posso sapere quanti dannati doverosi omaggi e citazioni di particolari Tarantino ha infilato per tutta la pellicola. Solo impressioni.
Ci troviamo nel 1858, pochi anni prima delle Guerra di secessione, e due negrieri – i fratelli Speck– e cinque schiavi di colore vengono abboccati dal dentista King Schultz (Christoph Waltz). Con l’apparente desiderio di acquistare uno schiavo, risale a e interroga quello che ha le informazioni che cerca: Django (Jamie Foxx). Dopo aver liquidato un guardiano poco collaborativo e il cavallo Bosco [1] il “dottore” conclude la compravendita, scioglie le catene a Django e si allontana con lui. Schultz si rivela come già dentista, ora cacciatore di taglie alla ricerca dei Brittle – guardiani di piantagione ex-fuorilegge conosciuti molto bene dal nero – e offre allo schiavo i termini di un accordo in cui non ha nulla da perdere: la libertà, la vendetta, un cavallo e 75 dollari.
Questo è l’antefatto. Dopodiché il sangue scorrerà a fiumi, senza aggiungere altro sulla trama, che è prevalentemente questo, ma anche molto di più: dialoghi brillanti oramai di scuola; una colonna sonora rispolverata e lucidata (svettano Ennio Moricone e Franco Micalizzi); trucchi di regia sormontati da una fotografia perfetta; interpretazioni eccellenti dagli attori, professionisti di grido azzeccatissimi… Questo è Tarantino e il suo ennesimo atto d’amore al cinema.
Amore che al solito va a chi di amore ne ha avuto poco. A lungo considerati dei B-movie malgrado l’alta qualità del prodotto, gli spaghettis trovano il giusto tributo in questo sacro macello. L’ispirazione viene ovviamente dal Django di Sergio Corbucci (meno noto rispetto al grande Leone), ufficialmente canonizzato dalla cameo di Franco Nero, che saprete tutti riconoscere dallo sguardo inconfondibile grigio-azzurro. Sullo sfondo, il dramma dello schiavismo viene superato dalla rappresentazione, senza moralismi, ma invece con maestosi cliches quasi superiori alla realtà stessa. Così il gentiluomo del sud (Leonardo Di Caprio) bacia fugace, ma intenso, le labbra la propria sorella, il razzismo è la sciocca ipocondria di chi non ha mai visto un nero a cavallo, il KKK fa scorribande senza vederci una beata mazza, la frenologia spara le sue brave panzane e il burbero vecchietto nero (magistrale Samuel L. Jackson) ci insegna che la schiavitù non è un fatto di sottomissione, ma di compiacenza ai vezzi dei padroni. E anche di linguaggio (povero Spike Lee!).
Complessivamente è un film che spacca, che non annoia, che piace ai giovani e giovanissimi [2], che è arte e che non guarderesti mai in streaming per evitare di danneggiare gli autori e interpreti. Mai banale e disposto a centellinare solo le ripetizioni: se una volta piace, la seconda ha più successo e la terza è macchietta; Tarantino si ferma alla seconda: il cavallo Fritz, la D muta e due birre. Dovizioso di particolari, è un film per esteti, quelli autentici, quelli per cui arte è verità e verità è finzione.
È un film che vi consiglio.

Voto personale: *****

1 Nessun cavallo è stato ucciso o ferito durante le riprese
2 Due bambini non accompagnati sedevano dietro di noi, ci giurerei che si sono liberati dei loro dicendo che andavano a vedere Asterix & Obelix nell’altra sala

The Daily Post: Che mondo sarebbe senza Penelope

Non avendo molta ispirazione e non trovando argomenti per il superbloggone, prendo spunto dal post della nostra zia preferita Virginia Woolf, dove parla della nuova idea in casa WordPress: The Daily Post.

Tra le varie idee (tipo scrivere una lettera a se stessi quattordicenni) c’è questa qua: 300 parole per descrivere una persona, un posto o una cosa a cui siamo affezionati.

 

Il resto lo lascio al traduttore, la sfida è scrivere con 300 parole:

«Che mondo sarebbe senza Penelope»

Io odio i cani. Le ultime parole famose. Da più di due anni nel mio cuore c’è Penelope, una grande cana corsa. Conosciuta anche come Porchelope del Corazon Espinado. Abile saltatrice di campi d’erbacce, perfetta attrice quando imita le fusa dei gatti. Buona ciotola. Di sana e fin troppo robusta costituzione. Compagna di trenini di samba. Innamorata non ricambiata. Desidera una capretta per amica, ma s’accontenta di una capra per padrona. Fiutatrice infallibile. Musona bavosa. Assassina di passerotti mai colta sul fatto. Amante delle lunghe passeggiate in libertà. Vanitosa quanto basta. Brontolona.

Un cane.

La mia amica quadrupede. 

Sono 98, le ho contate, con Word, non con il dito. Ne bastava una sola: amica. 

 

Hallowing

Si sprofondava nel fango, formato da terra e sangue, fino al malleolo. Sprofondavamo nel sangue. La mattanza risaliva almeno a sei ore prima. Nella notte dai cadaveri ancora caldi fuoriusciva vapore diradato in una bassa nebbia da quanti mucchi c’erano. L’odore era rivoltante, l’umidità presente ne era impregnata ed era un tutt’uno con essa. Ci si attaccava alla pelle come un sudore maledetto, un umore che trasmetteva la stessa paura dai morti ai vivi.
Nella rovine della città non c’era più un illuminazione pubblica, ma la luna era abbastanza piena da garantire una buona visibilità, anche se bluastra e spettrale.
«Non è rimasto nessuno vivo» constatò Raraku, «non hanno risparmiato nessuno».
A ogni corpo era recisa la gola nei modi più brutali. Alcune ferite erano così profonde da sembrare delle decapitazioni malriuscite. Non solo nei mucchi, qua e là, isolate,  c’erano persone scannate nelle posizioni più grottesche e da tagli così irregolari e prossimi alla mascella da sembrare sorrisi sbilenchi. Sembravano delle sinistre marionette, sparse e malriposte, intente a deridere un pubblico sconvolto e inorridito dal loro aspetto raccapricciante. Erano usciti dal fango da un pezzo, ma le pile di corpi non era diminuito affatto, anzi. Era in città dove è stata scatenata la strage, nella campagna il massacro era stato di entità minore: erano perlopiù fuggitivi raggiunti e finiti, o alcune sbandati gruppi che avevano provato a riorganizzarsi per tornare e tentare una specie di difesa.
Al momento la periferia dove si trovavano era silente, ma la notte e fredda perché non si propagassero i lontani strilli e clamori dei demoni che ora si stavano scatenando nei quartieri centrali, o di quei pochi vicini che si erano attardati nelle violenze.
«Ehi, qua ce n’è uno!» gridò Maurice. Uno di quelli, senza una gamba, stava maciullando ostinatamente il collo di una ragazza uccisa dalla quale riemergeva completamente incrostato.
«Fate largo!» disse Greg. Raggiunse il mostro che non si era accorto di nulla e gli spaccò la testa a sprangate, con venti colpi uno più forte dell’altro.
«Proseguiamo»
Ce n’erano degli altri abbattuti, e al passaggio almeno uno del gruppo sferrava un calcio alla carcassa di turno. Quelle odiose carogne era quasi tutte uccise a furia di proiettili, ma alcune erano crollate a seguito di colpi di arma bianca o altre più occasionali, a badilate o con coltelli. Non era raro imbattersi nei corpi di aggressore e aggredito, uno sopra l’altro, deceduti a seguito delle ferite mortali inflitte a vicenda. Piccoli distaccamenti del gruppo allora si fermavano per recuperare l’oggetto utilizzato dalla umano per difendersi – solitamente di tipo contundente – e per ricomporla un po’, vedendola come un valido alleato caduto, uno che se potesse si unirebbe insieme a loro nella caccia. Nella loro avanzata, alla fine riuscirono tutti ad avere un arma: chi aveva un fucile o una pistola quasi sempre se li era portati dietro, gli altri erano equipaggiati con mazze, bastoni, spranghe, martelli, coltelli da cucina, accette, roncole, alcuni anche con le spade. Molti oggetti recuperati, anche se approssimativi, avevano già avuto il loro battesimo, e chi li brandiva ne esaminava ammirato le macchie di sangue, come se le armi stesse chiedessero il bis.
A un certo punto si fermarono: un mucchio gigantesco bloccava quasi interamente la strada. Ne sarebbero stati certamente sconvolti e inorriditi, ma alla base quattro di “loro” stava ammonticchiando altri resti. Si erano dati l’ordine esplicito di non sparare finché i nemici fossero stati numerosi tanto da bastare a sopraffarli solo con le armi bianche. Gli furono addosso prima che i loro lenti cervelli potessero pensare a uno straccio d’idea di fuga. Li soppressero facilmente e li colpirono ancora e ancora, quasi per riscaldamento in vista del grosso che doveva certamente aspettarli più avanti. Infine dei volontari li trascinarono via, mentre gli altri stettero a contemplare il triste spettacolo di quella montagna insanguinata.
«Giuro che la pagheranno!» fece con rabbia Greg, e molti gli fecero da eco con grida e gesti.
«Che cosa ne facciamo?» disse invece Raraku. «Di che cosa?» gli chiese Greg, intanto che si placava il coro.
«Dei cadaveri, non possiamo lasciarli qui, alla mercé di quei… di quei…»
«Ne abbiamo visti ormai centinaia di cadaveri in questi giorni, perché dovremmo preoccuparcene proprio ora? Voglio dire… non c’è tempo per esequie solenni o funerali!»
«Sì che c’è» intervenne allora Kris, «potremmo bruciarli. Qui vicino c’è un benzinaio».
«Sì, ma voglio dire a che pro» ribatté Greg; gli altri non si perdevano una parola del discorso.
«Te lo dico io perché» disse Raraku, «non possiamo lasciarli qui e rimanerne indifferenti. Non di fronte a così tanti»
«Ce ne saranno molti di più strada facendo, mentre altri ne moriranno ancora. È una sciocchezza quello che stiamo facendo»
«Invece no, lui ha ragione». Fu Maurice a parlare. «E perché mai avrebbe ragione?! Sentite stiamo solo perdendo…»
«Te lo dico perché ha ragione: perché lasciarli qui significherebbe abbandonarli come scorta di cibo per mostri. Bruciarli significherebbe privare questi morti dallo stato di preda, non farlo sarebbe per loro – e per noi – essere sconfitti due volte. Se succedesse a me vorrei che fosse fatto lo stesso». Segui silenzio, anche Greg si fece pensieroso.
Un barbuto con un ascia alzò la mano: «Io sono d’accordo. Ma facendolo non faremo notare la nostra presenza?».
«È quello che voglio» fece Maurice, duro. «Che vengano pure»
«Tanto meglio» commentò Greg, soppesando il machete.

Gettarono benzina a litri sul mucchio, irrorandolo per bene. Alcuni vennero scelti a sorte per il triste dovere di spostare i cadaveri per disporli meglio per la cremazione. Degli altri fu affidato il compito infame di frugarli per trovarne contanti o carte di credito purché avessero il codice e di usarle per comprare il combustibile. Quando fu tutto pronto detterò fuoco a una scia lasciata apposta, e osservarono per un minuto le fiamme che divamparono, in una sorta di silenzio solenne. Quindi si appostarono e aspettarono.
Non tardò molto perché arrivarono i primi curiosi. I cecchini appostati li liquidarono in fretta, anche grazie alla luce dell’immensa pira funebre. Attirati dall’odore di carne bruciata, ne arrivarono sempre di più, a frotte, in grande varietà. I prima erano quelli più in salute e li accolsero a salve di fuoco. Seguirono i macilenti, senza arti o che si trascinavano con le budella di fuori, ed efficientemente li fecero fuori mirando con precisione. Quando finirono le munizioni gridando a gran voce uscirono dai nascondigli e gli si lanciarono contro. Gli scontri durarono tutta la notte. Il vantaggio iniziale lentamente scemò, diminuì al punto che si trovarono in minoranza nei confronti degli altri che continuavano ad accorrere con gli occhi spiritati e la bocca sporca di sangue e bava. I superstiti sapevano e si davano già per spacciati, erano fin dall’inizio pronti a tutto. L’unica cosa che contava era ammazzarne il più possibile di quei mostri, di ributtarne quanti più ne potevano in quell’inferno dal quale erano sbucati. Un essere con entrambe le gambe rotte strisciò alle spalle di Greg e lo addentò al polpaccio. Ululando da dolore, gli ruppe l’osso del collo con un calcio; nel frattempo altri tre lo aggredirono gettandolo a terra e azzannandolo da tutte le parti.
Fu così anche per gli altri. Raraku ebbe la peggio contro uno pieno di tagli e cicatrici, che lo stordì con un pugno per poi recidergli la carotide a morsi. Kris erano già morto; Maurice in un attacco suicida si gettò nelle fiamme con quello che gli era saltato sul dorso e scomparve assieme alle urla raccapriccianti del mostro. Prima che albeggiasse, gli ultimi languidi bagliori del falò furono accompagnati dal fetido olezzo e dai versi nauseabondi di quelle creature scellerate, uniti in un primitivo ruggito di vittoria. Gli umani vennero tutti dilaniati e divorati.

Crepacuore

Sono Antoine Kaugters Anderson, e sono un uomo distrutto. La parte migliore di me se n’è andata per sempre, ha avuto un rigetto da quello che rimane. Quello che rimane sono io, Antoine K. Anderson, l’infame. Da come sto parlando, pensereste sia un inizio drammaturgico, la stasi di un personaggio maledetto e tormentato, spesso anche alcolizzato. Bè, è un buon punto di partenza in realtà. Da ultimo della feccia ti liberi di torno quelli che non avrebbero capito, ma che proprio neanche ci avrebbero tentato. Peccato, però. Niente ti dice che quegli altri non fossero i più interessanti. Se poi ti capiscono è probabile che siano come te. Dei malridotti. Della ossa spolpate. E invece sono delle persone cattive. Nella linguaggio loro vuol dire che sono persone complicate. Gente che ha perso la propria identità e che viene turbata da acque nascoste. Una vita discorde fra aspirazioni di grandezza, o anche di normalità e un presente di ripudi e traumi.
Io sono uno di quelli col cuore spezzato. Capita. Non amo il metal, ma so che è pieno di ballad su amori infelici. Metafore di fiori che stanno appassendo o di destini separati. Mi è toccato di consolare un amico reduce da una delusione. E confidandosi mi fa di essersi ascoltato Rape me di Nirvana per ore con le cuffie. È un’uscita troppo deprimente perché me la tenessi per me, così glielo dissi alla ragazza che l’aveva conciato in quel modo. Immagino fosse sotto sotto quello che volesse. Il mio amico aveva drammatizzato apposta: gli adolescenti sono dei locomotori di empatia, ne fanno e la suscitano, se la passano continuamente e fanno baccano per attirarla come fanno con la mosca cieca.
E comunque non è il cuore a spezzarsi. Non è erogeno, pompa solo sangue. Il sangue può andare dove vuole, va alla testa o al pene, sono affari suoi. Il cuore fa le consegne e basta, non le discute. È lo spirito. E dire spirito va bene, perché non è definibile.
Ho lo spirito rotto. Vuoi chiedermi come sta la mia ex? Vuoi gettare sale sul taglio? Sul suo o sul mio? L’investimento affettivo è un azzardo come tentare di evitare un investimento vero. Corpi che si scontrano, uno ci lascia le penne, l’altro valuta l’ammaccatura. A un centauro conosciuto durante il mio periodo in Croce Rossa è andata proprio così. Diceva che andava tutto bene, gli faceva un po’ male a partire da sotto il ginocchio. Lui non riusciva a vederlo, ma quello era tre metri più indietro. Se ci perdi una gamba o due va bene le riattacchi; sto parlando di spirito. Ma il dolore resta. Il dolore è un sintomo. È un modo come un altro di capire che qualcosa è profondamente sbagliato. Non dico ingiusto, ma puoi dire che la legge di gravità è ingiusta? È il mondo e tu insieme che scrivete il copione e recitate assieme. Entrambi attori e registri. Il mondo può importi il suo inquinamento, le sue fiction televisive e le lunghe file chilometriche per salire su attrazioni da cinque minuti scarsi; tu stabilisci la presenza della tua persona, un altro tipo con cui fare i conti.
Facciamone una lotteria: Struggle for win. Lotta per vincere. Lotteria verrà da lotto, sarebbe più curioso se piuttosto derivasse da lotta. È profondamente casuale e incerta persino l’ora a cui di solito evacuo, lo è ogni scontro per quanto possa essere predeterminato. Gli aneurismi congeniti del gorilla sono l’arma segreta delle mezze calzette. Quindi è il caso. Sebbene non sia equiprobabile ho la mia chance, i miei biglietti da grattare.
Io ho finito i soldi per altri biglietti. Forse l’ultimo che avrei preso mi avrebbe fruttato una fortuna, e questa è la logica della sconfitta. Pesa più l’azzardo che la competizione, mi sono usato denti e unghie in lotte al coltello prima che potessi capire che non sono circondato da nemici. Non ero costretto, prima di tutto…
No, non ci sto riuscendo. Non farò mai da voce autentica a questa massa d’imbelli. Dire che la vita sia un mosaico da costruire o un cuore in frantumi è fare una dicotomia oscillante fra pessimismo e ottimismo. La verità è che siamo solo ferite sanguinanti. I pensieri del mondo ci attraversano come vento, facendoci rabbrividire col suo bruciore cauterizzante. Ora siamo croste spesse e tessuti cicatriziali, sempre più insensibili e ugualmente fragili. Carne trita di ex-irriducibili.

Non si vede che sei di Napoli

Scrivere un post su Napoli senza cadere nei luoghi comuni è impresa ardua. Canzoni classiche e neomelodiche, immagini oleografiche, che siano gouaches dell’ottocento o reportages giornalistici, romanzi e cronaca hanno inculcato nell’opinione comune una idea della città che non sempre corrisponde alla realtà. Quando vado fuori, in Italia come nel resto d’Europa, la battuta più frequente su di me è “non sembra tu sia napoletano“, cosa che è prontamente smentita da un incorreggibile accento e da una naturale, eccessiva tendenza a socializzare. Vivo in un quartiere collinare che ha poco di napoletano, tant’è che quando ci spostiamo per andare al centro diciamo “vado giunnapoli” come se fosse un’entità diversa. Vivo in un milieu borghese di quelli che nei film non compaiono mai, perché la vita normale delle persone non interessa nessuno, per avere un minimo di considerazione dai media o dal cinema devi avere almeno una storia di droga, di prostituzione, di camorra. Vivo in una città dove i cittadini non si rendono conto del tesoro su cui camminano, anzi se possono danneggiarlo non ci pensano nemmeno un momento e diventa sempre più difficile trovare del bello in un ambiente così fortemente deturpato. Eppure ogni volta che vedo il golfo di Napoli, mi si apre il cuore. Malgrado l’azione deleteria dell’uomo, la natura è stata così benigna da creare un luogo felice che si estende dai Campi Flegrei fino alla costiera amalfitana. Dai primi coloni greci all’ultima amministrazione comunale tutti quelli che hanno governato la città hanno lasciato tracce monumentali, chiese e castelli, musei e metropolitane. Amo la mia città, non riesco a immaginare di vivere in un altro posto. Un po’ meno, anzi molto meno amo i miei concittadini.

Come si chiamano gli abitanti di Vermicino?

A – Di dove sei?

Io– Frascati…

A– ah, Frascati! Lì ai Castelli romani si sta bene, c’è il vino buono, la porchetta…

Io– In realtà vivo a Vermicino, ma è comune di Frascati, sta a pochissimi km da lì. Quando dico Vermicino non lo conosce quasi nessuno, tranne i …..

Nonno di A – Ehhhh, Vermicino! Eccome non lo conosco! E’ dove morì quel bambino nel pozzo tanti anni fa…io me lo ricordo bene, era l’81, ci fece stare in agonia in quei giorni, assistemmo in televisione a tutta la vicenda in diretta…

Vermicino, comune di Frascati in provincia di Roma. In realtà il territorio è diviso in modo tale che la mia vicina di casa risiede a Frascati ed io risiedo a Roma. Terra di confine…vallo a dire al postino, che porta la posta al mio n°57 che è Roma del n°57 che sta a 300 metri da casa mia, all’altra estremità della via e che è Frascati – il cognome dovrebbe essere un’indicazione non indifferente, ma tant’è.

Vermicino a descriverlo non ci vuole molto: è una frazione che si sviluppa lungo una via: via di Vermicino. Già.

Non è come gli altri paesi (non si può in effetti definire tale), che si sviluppano generalmente intorno ad una piazza, una chiesa, un corso. Tutti questi posti sono vicino a strade a scorrimento veloce, prima fra tutte via Tuscolana. Non si vedono bambini o giovani in bicicletta perchè è abbastanza pericoloso.

Le attività per i giovani sono concentrate in parrocchia, e questo spiega in parte anche l’esodo dei ragazzi quando iniziano ad avere 14-15 anni, perchè cominciano ad uscire per Frascati e l’abbandono definitivo verso i 18-20, quando iniziano ad uscire a Roma.

Per i meno giovani ci sono centri un pò in ogni quartiere. Negli ultimi anni nella mia via hanno aperto un centro polivalente, durante la settimana accoglie giovani e meno giovani per diverse attività artistiche e ludiche, mentre la domenica si trasforma in chiesa per un’ora.

L’aspetto della mia zona per me più bello è che siamo circondati da vigne. Se avessero portato a termine uno dei progetti elaborati per sistemare una lunga strada che tagliava i campi, sarei perfino potuta andare a scuola a piedi, sai che bello! Invece non l’hanno mai fatta. In compenso negli ultimi dieci anni i vigneti si sono dimezzati, la gente li ha venduti e stanno sorgendo tante villette a schiera, pessima visione per i miei occhi storicamente e nostalgicamente bucolici.

Avrei potuto raccontare di Frascati, sicuramente avrei avuto più cose da dire. Ma io sono di Vermicino e anche se può sembrare che lo snobbi, in realtà ci crescerei i miei figli, per far loro godere della stessa natura e “rustichezza” di cui ho potuto circondarmi io. Tra orto, gatti, galline, uva, pomodori, zucchine, terra e fiori.

Per vedere dalla campagna la lontana, seppur non troppo, città immersa nella sua striscia grigia di smog che da quando avevo 5 anni ad oggi si è alzata non so nemmeno di quanto.

E la vedevo, quella striscia, mentre aspettavo il pulmino fuori casa e poi mentre aspettavo il pullman all’incrocio per il liceo e salutavo l’autista che ancora oggi mi saluta mentre mi incontra con la macchina.

Anche per questo mi piace il posto in cui vivo. Non è come nei film in cui tutti si salutano e si vedono crescere reciprocamente, sorridendo. E’ piuttosto come nella realtà, in cui tutti sanno gli affari di tutti e ti vedono crescere a volte senza nemmeno salutarci alla festa del paese (ebbene si, c’è la festa di Vermicino – in parrocchia naturalmente – dove una volta l’anno mangiavo le pannocchie). Però è bello pure così.

Purtroppo non ho trovato molte foto. Ve ne metto una inquietante della famosa statua costruita in memoria del piccolo Alfredino che i vostri genitori e nonni ricorderanno, statua che si trova in? Bravissimi. In parrocchia.

E un’altra che a livello di mappatura rende meglio la descrizione iniziale che ho fatto di Vermicino.

      

Della triste vicenda I Baustelle hanno scritto una canzone, che si chiama Alfredo. E’ bellissima e racconta anche come da lì, da Vermicino, da quella disgrazia si ebbe un pò l’inizio di una certa morbosità che oggi è ormai dilagata senza ritorno. Il dolore in diretta.

Come si chiamano gli abitanti di Vermicino? Giuro che non lo so :-)