Watchmen

quis custodiet ipsos custodes
who watches the watchmen?

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Ottobre ’85. Un comico è morto a New York.
Edward Blake – un atletico diplomatico di mezza età – viene gettato nel vuoto dal suo lussuoso attico con una misteriosa facilità. Il brutale Rorschach scopre che a Blake corrisponde l’identità segreta del Comico, un vigilante in maschera come lui, in seguito riciclatosi per il governo come addetto tritarifiuti agli affari sporchi. Malgrado una lunga lista di torbidi moventi, per il freddo e paranoico Rorschach una spiegazione spicca sulle altre: qualcuno vuole eliminare i vigilanti mascherati inaugurando col sangue di Blake la sua folle crociata.
Le potenziali vittime comprendono il vecchio gruppo dei Minutemen e la successiva leva degli Acchiappa-criminali. Attivi negli anni ’30 e ’40, dei primi sono pochi quelli sani e integri dopo una perenne vita sul filo del rasoio: la vecchia Spettro di Seta è rinchiusa a rinsecchire in una casa di riposo; il primo Gufo Notturno si è ritirato per scrivere le sue memorie e a gestire un’officina per le obsolete auto a benzina. Quelli messi meglio. A Dollar Bill hanno sparato, Giustizia Mascherata è scomparso, Falena è impazzito e langue in manicomio. Il Comico è morto.
Roschach porta la notizia a chi rimane. Il primo è il secondo Gufo Notturno, Daniel Dreiberg. Fiacco e disilluso, Dreiberg attraversa la sua crisi di mezza età fra costose attrezzature e ricorrenti fantastie desiderando un ritorno che lui stesso crede sciocco e inutile. Il secondo è l’uomo più intelligente del mondo, Ozymandias, alias Adrian Veidt, uscito allo scoperto per diventare un facoltoso uomo d’affari. Borghese e decadente in tinta con la sua megalomania, sostiene che il suo intelletto – dopo essersi stufato delle piccolezze del mondo criminale – debba dedicarsi ad altre sfide: ai gordiani nodi dei massimi sistemi e alla disintossicazione di un futuro precario.
Ne rimangono due. Resta da avvertire l’uomo indistruttibile che qualcuno vuole ucciderlo: il dottor Manhattan. L’onnipotente super-uomo che ha ottenuto la coscienza della materia. Un eroe così potente da suscitare, alla sua scoperta, un delirio entusiasta riassunto nello slogan: «Dio esiste ed è americano!». Da diventare il principale deterrente nucleare degli Stati Uniti. Un essere che a seguito della sua onniscienza ha deciso di spogliarsi da ogni residuo di passione umana. Lo sa bene Laurie Juspeczyk, la figlia della prima Spettro di Seta e l’esasperata amante di Manhattan e del suo freddo determinismo.
Sulle sorti di questa difficile coppia e sul tormentato passato del Comico si fanno strada subdole trame sotterranee. Le sorti sono fuori portata; oramai nulla si può risolvere più a scazzottate fra pagliacci in costume. Il loro immaginario è penetrato e “il danno è stato fatto!”. Alle porte, l’Olocausto nucleare aspetta e gli eroi con la loro stanca morale avranno una loro ultima parola a riguardo.
Verrà fatta la cosa giusta, alla fine?
No. Perché nulla finisce.
Nulla ha mai fine.


Watchmen non a torto è diventato la Bibbia dei fumetti sui supereroi, nonché il suo DSM. Pur essendo una pubblicazione DC Comics, abbandona la continuity tradizionale per elaborare una realtà alternativa più verosimile e orientata allo scopo. In questo nuovo mondo troviamo una società sull’orlo del baratro e dove la gente nei riguardi degli eroi non rimane – come spesso rimane – un soggetto passivo. Gli eventi mutano e cambiano seguendo la causalità, intenzionale o involontaria, scatenata dal fenomeno dei vigilanti in costume (qui sconosciuti all’appellativo di “supereroi”). Così scompaiono le grandi famiglie malavitose del continente come pure le auto a benzina; i dirigibili sono i mezzi più diffusi di trasporto aereo e gli Stati Uniti vincono la guerra in Vietnam. Non nasce il movimento “hippie”, bensì quello analogo e più underground dei “nodi”, mentre le proteste del ’77 sono conseguenza di un diffuso sentimento anti-vigilanti.
Di fronte agli accadimenti del mondo, questi vigilanti si ritrovano alle prese, più che contro i loro nemici, contro loro stessi e il loro lato oscuro, sempre immerso in una viziosa e profonda umanità. Proprio qui sta la differenza rispetto ai fumetti tradizionali, dove il focus era incentrato sull’azione e la lotta al nemico di turno. In Watchmen, l’azione latita, ma ciò non penalizza affatto l’atmosfera, tesa e opprimente, mentre il fulcro dello svolgimento è spostato sul senso di mistero e sul sublime confronto tra i personaggi. Dall’intransigente Rorschach, misogino e sessuofobo, al qualunquista Gufo Notturno; da Ozymandias, alla ricerca di un fine più grande, al dottor Manhattan, per il quale la vita non ha più misteri e il tutto appare come un insensato disegno senza scopo.
Nato dalla penna di Alan Moore (ancora lui! già autore di capolavori come V per Vendetta e the Killing Joke) e la matita di Dave Gibbons, il graphic novel di Watchmen è la degna summa theologica di questo genere, tanto diffuso e tanto imitato.
Dopo la lettura di questo ciclo non ci sarà più nulla che non saprete o che vorrete sapere a riguardo.

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Voto fumetto: *****
Voto film: *** e ½

Breaking Bad

Cominciare un episodio vuol dire terminarlo. E cominciarne un altro.
Quello che spiega il fenomeno i DexterWalking Dead e Breaking Bad vari è che le serie televisive sono fatte con una cura sempre più crescente, talvolta maggiore a quella che si riserva ai prodotti cinematografici. La concorrenza dei serial è crescente, la lotta creativa enorme. Breaking Bad è diverso dai primi due. Non ha un finale brutto come quello di Dexter e non è una sceneggiatura non originale, quindi derivata da un prodotto di solito narrativamente superiore. Breaking Bad è una storia, ed è spaventosamente attuale. Ma non c’è un tentativo subdolo di messaggiare lezioni, è proprio una storia. Una storia dove i personaggi innescano i cambiamenti e ne restano al contempo schiacciati e deformati.
L’incipit di BB è questo: un geniale professore di chimica che il destino ha assegnato a un comune liceo scopre, soffiate le cinquanta candeline, di avere il cancro. Tramite suo cognato, agente DEA (Drugs Enforcement Administration), viene a conoscenza degli ingenti profitti che il commercio dei narcotici può procurare e − entrato casualmente in contatto con un suo ex-allievo ora spacciatore − decide di cucinare metanfetamina di elevata purezza nel poco tempo che gli rimane per non lasciare un eredità di stenti finanziari alla sua famiglia. La doppia vita di mite professore e genio del male dal brutto cappello è presto insostenibile. La dimensione tragica è accresciuta dal contrasto fra il mondo letale del narcotraffico (che minaccia costantemente di porre fine alla sua vita, precedendo il cancro, e al suo piano di accumulo) e quello imbelle della vita quotidiana (dove le apparenze di rispettabilità e dei valori scontati scricchiola sotto il peso di un sistema che proprio giusto non è).
Proprio nel protagonista si combatte una battaglia in sordina, mentre la saga − super-avvincente − pensa a intrattenere noialtri. Walter White, il professore, non è un eroe. È un cattivo, e lo è a tutti gli effetti. Eppure, combatte disperatamente per una causa la cui ragioni riusciamo a comprendere e a giustificare. Agisce avidamente, ma non potrà beneficiare dei soldi. Dice di farlo per la famiglia, ma lo fa sintetizzando una delle droghe più devastanti mai entrate nel giro. Intreccia trame manipolatorie, ma le menzogne che lo proteggono sono fragilissime. Si dichiara un professionista, ma agisce avventatamente. Millanta un vasto potere, ma spesso viene preso a pugni senza troppo sforzo.
La sua è una dimensione drammatica a cui nemmeno lui riesce a dare un senso, e − se ci riesce− non lo fa dialogando con gli altri personaggi. Nessuno in effetti si sforza di comprenderlo, né lui fa qualcosa per aiutarli. Costretto a recitare un ruolo di responsabilità, di insegnante, di marito, di padre, di “socio”, non esplora mai le sue motivazioni, anche se in qualche modo si avvicina a una forma di consapevolezza.
È condannato, lo sa, e si dà per vinto, ma a modo suo.
Gli altri personaggi non sono da meno e − salvo qualche forma stereotipata − formano tutti una corte eccellente di comparse. Jesse, studente e socio di Walter, anche lui è intrappolato in una scia di delitti costretti eppure gli scrupoli che si pone affiorano sempre in maniera quasi naturale. Anche se più immaturo di Walt e sebbene non sia uno stinco di santo, Jesse è il buono e la sua rabbia è sempre “giusta” e disinteressata.
I protagonisti sono fari di empatia dove tutt’attorno avviene la dissoluzione morale dei concetti di bene e male, giusto e sbagliato, lecito e illecito. Il grande sistema viene smantellato in piccole, mostruose contraddizioni dove l’insignificante essere umano prova inutilmente a essere integro mentre il mostro si affaccia e si confonde.

Una serie TV che vi costringerà a finirla voracemente, un monumento alla cura dei dettagli e alla veridicità data sopratutto dalla precisione degli archi narrativi e dalla profondità dei ritratti in una costruzione eccezionale di regia e sceneggiatura.
Difficilmente potrete trovare di meglio.

Voto: *****

Breaking Bad

Chi ha paura di Virginia Woolf?

Albee è uno che si è “arreso” al teatro. Nella nota introduttiva (Chi ha paura di Virginia Woolf? – Edward Albee, Einaudi – Collezione di Teatro 286) è riportato un pezzettino di un’intervista nella quale spiega che aveva deciso di diventare uno scrittore ma gli era andata sempre male. “Figlio d’arte”, il padre era erede di una catena di teatri di rivista, aveva vissuto il teatro come realtà quotidiana. Un’infanzia abbastanza irrequieta quella di Albee. Leggendo “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (la sua più celebre commedia) facciamo i conti con la Virginia che è in noi. Perché il titolo non c’entra niente con la scrittrice, ma con i suoi problemi e(s)sistenziali, tanto da diventare il ritornello di una canzoncina dispettosa. (Albee ha letto questa frase sullo specchio di un bar scarabocchiata col sapone). Si arriva nel salotto dei Washington, senza invito, ad assistere ad un siparietto tragicomico tra George e Martha, una coppia di mezza età: Professore di Storia lui, figlia del Preside dell’Università lei. E’ sabato notte e suona al campanello una giovane coppia incontrata ad una festa: Nick Professore di Biologia e Honey sua giovanissima moglie; sono stati invitati per fare un piacere al padre di Martha che si è raccomandato di essere gentili con loro. Ben presto le chiacchiere si trasformano in un grottesco gioco in cui viene trascinato anche il lettore. La rappresentazione teatrale e quella cinematografica sicuramente susciteranno emozioni ancora più vive di quelle “cartacee”; Albee focalizza l’attenzione sui caratteri dei personaggi (estremizzadone le debolezze), ma i luoghi dove si svolgono le vicende sono nitidi come una fotografia su una rivista d’arredamento. Il dramma si divide in tre atti: il primo atto è ingarbugliato, il secondo è allucinante, il terzo amarissimo. Un continuo botta e risposta che ti trascina in un vortice alcolico di angoscia e disperazione. Non c’è solitudine. Martha e George pur facendosi del male possono contare sempre l’uno sull’altra e viceversa (fin quando non si faranno fuori…). Nick e Honey sono l’alter ego giovane della coppia, un destino già segnato il loro. Sembra (quasi) che non ci sia possibilità di redenzione per questi personaggi. «Quando non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo!», si dice. Ma quando lo arredi con le illusioni (e quella di George e Martha si chiama Jim), la vita stessa diventa un inferno. Chi ha paura di Virginia Woolf? Io. E tu?

La Grande Bellezza

È una recensione difficile. Non saprei confrontare la mentalità del regista Sorrentino rispetto ai lavori precedenti o cogliere le particolarità dei luoghi, le citazioni raffinate e sopratutto i perché delle polemiche. Anzi, forse questi li posso intuire: perché nella decadenza si smuovono prima le suscettibilità dei sentimenti complicati.
È un film bellissimo, per coloro che sono condannati alla sensibilità. Tutto si spiega nel titolo, è intuito – ma non rappresentato – tutto il senso dell’opera. Nell’opera il senso non si trova, non da solo: è un brulicare di sensazioni; un impatto visivo-sonoro totale. La miseria umana si riduce a una brulicante parentesi sullo sfondo di una meraviglia possente, opaca, ma non alterabile, anche nei piccoli significati dei gesti.
Penso di dover scrivere la poesia che mi è venne in mente, esplicativa più di qualunque commento. Al buon Jep.

Un migliaio di anni da questa notte
quando Orione scalerà il cielo
la stessa rapida neve riempirà i tetti
le stesse pazze stelle correranno in cerchio
chi si ricorderà della guerra in Cina
o dei gas velenosi in Spagna?
I morti saranno dimenticati, perduti
che essi abbiano vinto o perso
ma solo la bellezza, solo la verità, dureranno un migliaio di anni.

Survival di Margaret Moore Meuttmann

La grande bellezzaVoto: s.v.

Recensione fumettistica: The Climber

QUI ho scritto una bella recensione per i ragazzi di AnimeClick su un manga tutto emozionante e pieno di montagna: The Climber.

The Climber

Ecco alcune frasi per solleticarvi l’interesse:

È questa la meccanica principale del manga: si legge con tranquillità, tutto sembra andare per il verso giusto, manca poco alla meta quando qualcosa cede, e si cade nel vuoto perdendo una parte di sé.

Tormenta

La montagna in The Climber è un’essenza attiva –platonica e gelosa amante priva di misericordia– capace di togliere la vita senza alcuno indugio, come di donare momenti dalla ineguagliabile bellezza.

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La capacità comunicativa di questa serie –il suo carisma intrinseco in una poesia visiva– la dobbiamo a Shinichi Sakamoto: sapiente narratore che saprà alternare, con grande bravura, momenti semplici e privi di dialoghi a momenti di alta tensione e suggestionabilità, riuscendo sempre a dosare il ritmo senza l’abuso di balloon, ma con l’aiuto di una moltitudine di figure retoriche e metafore.

Vista

Concludendo: The Climber è un manga sulla crescita, un manga sull’uomo, un manga sull’arrampicata e un manga sulla bellezza mortale della natura. The Climber è un manga che schiaffa in faccia al lettore il proprio contenuto senza girarci troppo intorno, lo fa con tecniche narrative sorprendenti, con un disegno fotorealistico e con una trama che personalmente ritengo sfiori il capolavoro. The Climber sa sorprendere con immaginabile semplicità, sa commuovere e angosciare, sa toccare lì dove molti altri fumetti aspirano senza mai avvicinarsi.
È una serie che tutti dovrebbero provare, amanti o non della montagna, perché capace di quel tocco, di quella sensibilità, raramente riscontrabile in tante altre opere anche altrettanto ben disegnate e sceneggiate.

Camminata

Tempo di uccidere

Tutto comincia e finisce nel caso. Una persona normale – con pulsioni normali, con piccinerie normali e un forte mal di denti – intraprende una scorciatoia nel caldo dell’Etiopia. Per strada, a una pozza, incontra qualcosa che è per lui poco più di un albero e poco meno di una donna, e vinto da un gioco primitivo giace con lei. Poi, nel crepuscolo tutto precipita e prosegue. Un colpo fortuito, guidato dal caso e prima ancora dalla mano del protagonista: la stessa che abbatte la creatura notturna avvicinatasi ai tizzoni del bivacco, che guida il proiettile alla roccia che le darà il rimbalzo fatale e infine pone una morte che vuol essere allo stesso tempo pietosa e vigliacca. Ritorna il tenente (tutto quello che sappiamo di lui è il suo grado, oltre a Lei) alle sue mansioni con un senso di colpa assorto e un malessere indefinito, che si propaga dalla medesima mano. Sarà poi il tempo, del quale tutti abbiamo un concetto così sbagliato, a spianare un percorso retto sul filo – una catena! – di una sola possibilità fra tante, figlia di scelta e di condanna. Come il voler agire o l’astenersene, il parlare o il tacere, l’alterarsi o il calmarsi, il sanare o l’uccidere. Tutto qui. Niente di nuovo sotto il sole. Il tenente porterà a termine la sua prava vicenda di nefandezze – stranamente tutte così allettanti e opportune per un uomo ordinario come lui – soppesata di punti oscuri trascurati, decisivi e destinati a rimanerlo nell’esito finale. Come in qualunque vicenda umana.
Ennio Flaiano, già celebre per l’aforisma e il cinema, confeziona un romanzo sublime, scritto in prima persona, surreale e composto allo stesso tempo nell’introspezione del personaggio. Ci regala così, sotto forma di flussi di coscienza, dialoghi di profonda superficialità e perle spicciole di intramontabile saggezza.

Recensione fumettistica: Hells Angels


Vi sto per parlare di: “Hells Angels”
Autore: Sin-ichi Hiromoto
Casa editrice: Star Comics

Introduzione
Colonna sonora:

Più o meno 7 anni fa, in un affollato treno verso Cervia, a fianco di una signora di mezza età che mi guardava con fare materno, mi leggevo “Hells Angels” con gli occhi di un ragazzo pronto a sfogliare il suo secondo manga della vita.
Chiarisco subito: per me quest’opera di Sin-ichi Hiromoto ha un significato che va oltre alla qualità della storia e del tratto.
Un significato impregnato di nostalgia per i tempi in cui i miei gusti variavano dalle testate Disney a Rat Man, per i tempi in cui non sapevo ancora leggere le vignette da destra a sinistra – impresa che mi richiese più impegno di quanto potreste mai immaginare -; tempi duri, di crisi ormonali e… sto divagando.
Comunque le avventure di Rinne, protagonista del manga che andrò a presentarvi, mi accompagnarono per tutta l’estate del 2005 e tutt’ora, sorprendentemente, riesco a ricordarmi in modo cristallino la trama.
Perché “sorprendentemente”?
Perché è dall’estate del 2005 che non riprendo in mano quella trilogia cartacea lugubre e fuori di testa che segnò la mia concezione infantile dei manga.
Questi tre albi da 3.10€ l’uno sferrarono un cazzotto in pieno volto al me stesso quattordicenne, gridandogli: ”I tuoi topi e paperi antropomorfi ce lo sucano!”
Insomma: uno a zero per Hiromoto.
Palla al centro.

La storia
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Avrete, certamente, capito che questa non è una recensione qualsiasi, ma una recensione all’insegna dei ricordi con una tendenza all’originalità nella forma sintattica; proprio per questo cercherò di raccontarvi della trama di questo manga con delle tags (parole chiave), in modo da farvi un’idea di cosa contiene l’opera in questione.
Iniziamo:
Morte; scuola infernale; Tim Burton impasticcato; Yin e Yang; Hellvis (Presley); sport scolastici vari; shonen; un diploma per tornare in vita; tette in buona dose; Dio; altra pasticca per Tim Burton; bullismo; la Bibbia; personaggi nuovi ad ogni pagina; un po’ di shojo; combattimenti divini; fratricidio; il basket della vita; mostri a chili; colpi di scena; seinen; cattivi variabili; metafore colte; croci; il valore dell’amicizia; finalone.

Ora: dandoci un’occhiata potrete capire che “Hells Angels” contiene di tutto e di più. È un concentrato di eventi, di immagini e di personaggi. Un turbinio trascinante; un agglomerato di idee che non ti dà la minima sensazione di poter capire dove si andrà a finire.
Hiromoto ti prende per mano e ti spara un calcio nel culo mostrandoti il medio. Lo sento ancora urlarmi “Prova a capire che direzione prenderò nelle prossime 4 pagine. Prova! Tanto sbaglierai.
L’essenza dell’autore stesso è stampata sulla carta, e lascia il segno, oh se lo lascia: mi sono rimasti i polpastrelli neri per due settimane. Ma di questo ne parlerò più avanti.
Insomma: l’affezionatissimo Sin-ichi racconta un susseguirsi di eventi straordinari, emozionanti e magistralmente narrati, riuscendo comunque a dare un tocco personalissimo al complesso.
Data la natura del manga, per di più, le varie stranezze e le svolte repentine di trama sembrano totalmente naturali da parte del lettore che, varcata la soglia del primo volume, si ritroverà dentro un mondo di: [riguardare i tags precedenti]

Il tratto
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Sporco quanto le vostre dita dopo essere state a contatto con i bordi delle pagine per più di un quarto d’ora.
Chi conosce l’autore lo sa: il suo disegno è tagliente e nero, sporco ed oscuro, violento e congruente alla trama.
Un’orgia di china e retini in cui chi ne esce vincitore sono i characters dell’opera.
Un alternarsi di bianco e nero che mostra quanto sia vitale non solo lo stile di disegno dell’artista, ma anche il suo uso dell’inchiostro, capace di cambiare completamente l’atmosfera.
Colpisce tosto anche il design dei mostri a cura di Yasushi Nirasawa: creatore di alcune icone magne del manga quali il preside della scuola: Hellvis (puro genio), e la squadra di panda (non fatemi dire altro, che non vorrei rovinarvi nulla).
Hiromoto, purtroppo, o lo si ama o lo si odia.
Io l’ho amato.
E, a distanza di 6 anni, non l’ho ancora tradito.

L’edizione
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Star Comics; inizio estate 2004 (sì, l’ho letto con un anno di ritardo); 3,10€…
Non dovete aspettarvi nulla di nulla da questa edizione.
Rilegatura: quasi inesistente, il primo numero s’è alleggerito di 20 pagine – sparse da qualche parte nell’oscurità della mia camera – in un colpo solo.
Stampa: non macchia, ma di più; attenzione a leggere questa serie con la canotta bianca, l’inevitabile patacco nero è in agguato, e non avrà mai pace.
Formato: 13×18, poco più grande del normale.
Carine le paginette di “Monster Design” dedicate a Hiromoto da un affettuoso Nirasawa infilate a fine di ogni volume e carina la grafica del sommario.

La fine (della recensione)
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Come detto all’inizio: questa è una recensione che pone le proprie fondamenta nella nostalgia.
“Hells Angels” significa tantissimo per me, non solo per avermi addentrato con forza nel mondo dei manga – all’inizio credevo seriamente fossero tutti così fuori di testa -, ma anche per avermi tenuto compagnia in quel maledetto treno verso Cervia; avermi distratto dalla delusione amorosa imminente; avermi divertito, commosso ed emozionato tutto d’un colpo.
So che, complessivamente, potrebbe essere un manga deludente, caotico, disordinato, insensato o pretenzioso, e molto probabilmente lo è davvero, ma per quel me stesso di 14 anni rimane un capolavoro.
Un capolavoro che m’ha donato tanto e che troverà sempre spazio in un angolo del mio cervello nostalgico.
A chi l’ha già letto non posso consigliare nulla, ma a chi non l’ha ancora fatto gli posso solo dire di dargli un’occhiata senza troppe pretese: cercare di lasciarsi coinvolgere dalle avventure di Rinne Amagane, Stila, Ryu Kuto, Hellvis, 69, Mario e Kiki nella scuola più infernale mai descritta in un manga può essere una cosa parecchio difficile superati i vent’anni.

”Andiamo.”

Recensione “Trama” di Ratigher

Nuova categoria: da oggi appuntamento settimanale con (mie, ma anche di chi vuole) recensioni di fumetti.
Visto che queste sono risapute settimane difficili, inizio con un bel riciclo.
Le anziane ammiratrici delle rubriche settimanali non me ne vogliano.

Memorie integrali del bimbo derivato

-Da piccolo mio padre m’ha fatto ascoltare Turandot.
-Cos’è?
-Penso un’opera lirica, me la fece ascoltare tutta a sei anni, ricordo che non riuscivo a concentrarmi sulla musica, volevo solo sentire la fine.
-Perché?
-Mio padre m’aveva raccontato la trama: una regina, o figlia di un re – non ricordo bene –, desidera sposarsi quindi bandisce un concorso in cui i pretendenti alla mano devono rispondere correttamente a tre indovinelli, chi non ci riesce viene decapitato. L’idea di sentire un’orchestra suonare una decapitazione mi rendeva euforico. Immaginavo picchi sonori potentissimi, cori epici e campane nefaste. Un ritratto sonoro della morte, di una testa che si stacca dal collo.
-Ma a sei anni riuscivi ad infoiarti per così poco?
-Credo di sì: non comprendevo quello che dicevano i cantanti e quindi mi concentravo sull’atmosfera. E l’atmosfera era una gran palla, speravo in qualcosa che ribaltasse la situazione. Quindi continuavo ad ascoltare…

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