Dei motivi e delle pene

L’uomo ha una serie di necessità da soddisfare. Scopare, comprarsi l’iphone, villeggiare a Sharm el-Sheikh ed imporsi come il più grosso consumatore di birra della contrada. Tutti bisogni fondamentali conquistati in migliaia di anni di evoluzione e che meritano un gran rispetto. Quantomeno per gli eroi che si sono immolati alla causa e ai santi dati alle fiamme ancora in vita. Ho ancora impresse sulla retina scene epiche e epocali. Straccioni ipertecnologici che sfidano le intemperie coperti solo dal tablet. Lamentosi del benzineo prezzo di ritorno da una traversata dei tropici in yacht. Sposati plurimi avvinghiati a giovinette incoscienti.

Poi succede qualcosa. C’è uno salto evolutivo (e non in avanti, nemmeno all’indietro, più probabilmente di lato). Un gruppo di disadattati apprende l’uso del computer, scopre l’esistenza di internet e inizia ad utilizzare la grammatica imparata alle elementari per mettere l’uno di seguito all’altro una serie di pensieri, idee e supposizioni A volte casualmente, altre con maggiore rigore. I soggetti non si limitano a scrivere, si leggono, si commentano. Scambiano osservazioni sui temi più disparati e fanno nascere in questo modo un interesse comune. Si legano tramite le chiacchiere. Un evento rivoluzionario. Più probabilmente no. Fatto sta che qualcosa di simile all’amicizia si instaura e non si ha il coraggio di lasciarla andare.

In verità, vedo questo luogo come un approdo e un punto di contatto. Un modo per stare vicini e parlare, raccontare. Ne vado fiero. Almeno credo.

Psychology for Dummies (Il saggio che non ti aspetti)

Quando si è piccoli, diciamo prima di cominciare la scuola, il mondo è un posto magnifico. I problemi sono roba da grandi mentre esistono solo piccoli contrattempi come il Didò che si indurisce o una sorella che cerca di mangiare le tue costruzioni.

La comunicazione per un bambino è del tutto semplice (checché ne dicano gli psicologi) e si basa su richieste che riguardano essenzialmente attenzione, gioco, cibo. Le risposte genitoriali a tali richieste possono essere negative scatenando reazioni che possono variare dal pianto all’autolesionismo, o positive nel qual caso il bambino si abbandona all’entusiasmo o alla totale indifferenza (quale era la domanda?).

L’interazione con i coetanei, che raggiunge in genere un grado di continuità e significatività rilevante sui banchi della prima elementare, impone un salto di qualità delle capacità comunicative. Questo è dovuto al confronto, per la prima volta, con realtà diverse ed interessi divergenti. Le reazioni del bambino a tali cambiamenti sono spesso incentrati sulla incredulità (Davvero non ti piace la nutella? Le bambine devono usare un bagno diverso? Tu fai il tifo per la Juve?) che ben presto lascia spazio all’affermazione della propria personalità ed unicità.

La diversità diventa quindi fattore di rilievo ed insegna all’essere umano a definire le categorie. Nascono quindi i quattrocchi, i ciccioni, i secchi e gli asini poi i figli di papà, i morti di fame, i leccaculo, i secchioni poi i … le … gli … (termini impronunciabili e censurati, ndr) in una escalation di definizioni via via meno appropriate che raggiunge l’apice durante l’adolescenza ma che può sfondare e proseguire nelle aule universitarie.

Gli adulti vedono i concetti di diversità e comunicazione sotto una luce del tutto particolare e con i tipici distinguo del politicamente corretto che impone di dire in pubblico esattamente il contrario di ciò che si pensa. Diversità diventa quindi termine da inserire in frasi che includono anche ricchezza ed opportunità, mentre per molti non sfigurerebbe insieme a rottura di scatole, problema, bingo bongo.

I luoghi che permettono a persone diverse di incontrarsi e comunicare sembrano essere esclusi dal paradigma di società che si delinea negli ultimi anni se è vero che ancora oggi si parla di China Town, libreria new age, Milan Club ed altri luoghi dove si possono incontrare esclusivamente i propri simili.

Qualsiasi luogo, reale o virtuale, in grado di unire gente che vive a centinaia di chilometri di distanza, creare incontri tra opinioni e stili diversi, diventare centro di discussione ma soprattutto un luogo dove si possa comunicare diventa essenziale ed imprescindibile.

Per questo ed altri motivi (ma soprattutto per tutta questa tiritera su diversità e comunicazione), ritengo appropriato che esista il blog chiamato “Il circolo dei blogger non scomparsi”.

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Cronache dei blogger non scomparsi

«Caro, oggi non vai al lavoro?» fece Wanda al marito assorto nel leggere il quotidiano etereo del mattino mentre Sinc-08 erogava il caffè. Lui la guardo attraverso una notizia di cronaca e una di sport: «No, tesoro: oggi i robot impiantisti devono saldare i cavi dei virtualizzatori dell’ufficio e facciamo solo mezza giornata».
«Non me l’avevi detto, potevamo trasportarci a visitare qualche città europea, invece io ho già preso accordi con Paula per andare a vedere i campi di fragole al bacino Hellas, su Marte». Marcoh sbuffò: «Ancora? Ma è già la settima volta in due mesi! Che motivo avete di recarvici sempre?»:
«Perché è un’annata straordinaria per la produzione di fragole marziane, ecco perché, e te l’avevo spiegato anche la prima volta» fece Wanda un po’ spazientita, «Inoltre pensavo che sarei riuscita». Marcoh mugugnò come faceva di solito quando aveva torto e riprese a leggere.
«Tu, invece, come intendi passare la mattinata?» gli domandò Wanda.
«Pensavo di fare un salto nella Wired Consciousness e vedere se riesco a trovare qualcuno» rispose lui col volto sfumato da un grafico sul dislocamento istantaneo di credito aggiornato in tempo reale, «finisco di leggere l’inserto di economia e mi collegherò»
«Ok, caro» fece lei più addolcita, «Io esco ora che ho appuntamento con Paula verso le 11.00 ad Harrod’s». Si avvicinò e si dettero un bacio sulla guancia, poi lei premette un pulsante sull’orologia da polso e scomparve in un scintillio intermittente di forme trasparenti di particelle. Marcoh continuò tranquillamente la lettura fino alla fine dell’articolo. Quindi si alzò, bevve ancora un sorso di caffè e si recò alla cella di criostasi, collego i dispositivi a resta e polsi ed entrò in condivisione.
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Basta, pausa, calma un attimo! Ok, lo ammetto, la fantascienza m’incasina: se vuoi far le cose senza troppi deus ex machina non è il genere che fa per te. Per dare quella cornice di progresso raffazzonato ci ho messo tanto di quel tempo, e non è che una sorta di introduzione. E dire che il tema di questo racconto, ovvero spiegare ai più il perché di un circolo di blogger non scomparsi, non è affatto stato accennato. Nè lo doveva essere, nell’ottica narrativa, il che dice tutto dell’ottica narrativa. Dunque stop!
Bhè, l’idea però era intrigante, anche se non si è ancora capito di cosa si tratta. Mi spiegherò e magari capirete da cosa sono stato allettato: creare una sorta di parallelismo fra racconto e la vicenda che ha portato alla creazione del Circolo, a partire dalle sue origini, alla sua crisi fino alla sua evoluzione. Nel racconto, la Wired Consciousness doveva essere un malcelato riferimento alla blogosfera (il termine doveva comparire come arcaismo). La blogosfera… Essa è uno strumento eccitante, di condivisione di esperienze significative o banali riflettute, di temi caldi d’attualità o inosservati a cui nessuno bada: un diario scritto appositamente per essere letto (e commentato). Tutto ciò era immensamente stimolante, anche e sopratutto a livello intellettuale. Ecco, non quell’aspetto analitico e saccente da manuale, ma quello discorsivo e occasionale, che va per episodi, come nella vita reale.
La nostra community, in particolare, era nata nel braccio di Microsoft e della sua emanazione Windows-Live, e ci eravamo “conosciuti” per lettura reciproca. Venivamo da posti diversi, sui quali spesso non si è fatta chiarezza su un identificazione geografica precisa (eccetto che su certi orgogliosi salentini!); e  avevamo storie interessanti alle spalle (se non sbaglio c’è un fisico che vive e lavora in Germania). Era un bel gruppo, eravamo tutti attivi e contenti!
Poi due principali avvenimenti scossero l’ambiente: l’entrata preponderante del social-network FB in Italia; e la chiusura di Windows-Live e la conseguente transumanza su WordPress, con perdite consistenti. Quindi, fummo distratti da FB mentre il nostro strumento di blogging scompariva. Nel nostro caso specifico.
Nel racconto, la Wired C. sarebbe stata soppiantata da una piattaforma più performante, ma più superficiale. Ciò sarebbe avvenuto grazie a una maggiore diluizione del pensiero profondo nell’etere, per favorire una prestazione più elevata in efficienza (ma non in efficacia), a cui sarebbe seguita la creazione di un’entità digitale collettiva imponente, anche se non molto intelligente. Quindi come farà il protagonista per non perdere i legami stretti? O meglio: salvare, di quei legami, la parte che più glieli ha fatti apprezzare?
Il racconto, vedete, si fa complicato da scrivere, specie per le spiegazioni pseudo-tecniche, e comunque si fa eccessivamente ingeneroso nei confronti del social-network. È vero, è molto diverso da un blog: anche se su entrambi si condividono foto e opinioni, sul social-network prevale l’aspetto comunicativo e relazionale fra persone (che si conoscono), che hanno necessità di scambiarsi – brevi – messaggi di uso quotidiano; il blog invece richiede una performance da scrittori, ed è questa a stare in primo piano. Prima dell’aspetto relazionale viene quello qualitativo dello scritto e di contenuto. Per questo ci vuole più tempo. Perciò, se qualcuno ha smesso di tenere un blog non è stata una coercizione dei media, ma una sua scelta, su cui miriadi di fattori esterni possono influire (es. la coercizione dei media).
Quindi spezziamogli una lancia a favore che è grazie a FB che Flavia ci ha ritrovati. Fu allora che nacque il Circolo dei Blogger non scomparsi e nuovamente riuniti. E sempre lì ci stiamo riorganizzando.
Per fare cosa? Nell’entusiasmo ci stiamo applicando a molti campi importantissimi: programmi di alfabetismo, la preservazione dei nostri amati conti coperti, il dominio del mondo… Cosa ne verrà fuori non lo sappiamo nemmeno noi!

Perché un blog di blogger non scomparsi? – L’aneddoto

«Si dia inizio alle danze»
È una frase che avrei sempre voluto scrivere.
Benvenuti al primo post ufficiale dei blogger non scomparsi, ho ricevuto io l’incarico di fare da apripista e mai ho temuto di più un dovere simile.
Sono emozionato, e si sa come vanno le cose quando si è emozionati: o si dicono stupidaggini dalla forte carica ironica, o si parla del proprio passato. Parlare del proprio passato serve sempre per mettersi a proprio agio e riordinare le idee. Io il mio passato lo amo tantissimo, perché abbastanza indistinto da lasciarmi prendere qualsiasi comodità narrativa senza il timore di star andando fuori strada.
Non sono un tipo eccessivamente nostalgico e raramente mi vanto dei “vecchi bei tempi”, una moda che personalmente odio; ma il mio passato lo amo quanto amerei una bella donna.
Mi piacerebbe, quindi, raccontarvi un aneddoto, una cosa che ho vissuto in prima persona e che mi aiuterà ad affrontare questo progetto tanto interessante quanto stimolante.[1]

Siamo in Puglia ed è il 2000, io ho 9 anni e sono il più grande del gruppo di bambini senza dio che si era venuto a creare dopo una settimana di permanenza marittima.
Non mi sentivo il più grande, avevo attorno svariate personalità intriganti e non ero un tipo che trattava con sufficienza i più piccoli. Non mi sentivo il più grande, e forse non lo ero nemmeno a livello caratteriale.
Il mio compito era organizzare il gruppo, dargli una partenza ed una destinazione, mantenere saldi i rapporti tra i membri, inventarsi i migliori giochi e dare un senso alle giornate.
Tutte cose che facevo quasi inconsciamente, senza pensarci. Se avessi saputo l’importanza della mia figura nel gruppo non avrei retto più di due giorni.
E invece mi divertivo, mi divertivo e mi trascinavo dietro una massa di mocciosi casinisti.
Tra le tante avventure che posso ricordare come non citare la guerra di feci di cavallo, la camminata dei morti viventi[2], il flipper infernale, la caccia alle meduse e il combattimento di bacche acerbe.
Un giorno mi ritrovai a camminare da solo verso il bagno pubblico (alloggiavamo in un campeggio, mi sono dimenticato di dirlo), quando venni fermato da due ragazzi in bicicletta. Mi sembravano grandissimi.
Ma proprio grandi.
Mi chiesero se avevo visto un bambino che rispondeva chiaramente a mio fratello minore.
Risposi di no.
Non sembrai molto convincente perché mi seguirono fino ai bagni e aspettarono lì i miei bisogni.
Quando uscii dalla cabina del WC mi dissero di salire sul portapacchi di uno dei due. Rifiutai. Loro risposero che dovevano portarmi dai miei amici, verso la riva, perché avevano combinato qualcosa.
Decisi di farmi caricare e vedere se era vero o no.
Mi portarono nella striscia di alberi secchi, poco prima del mare.
Lì c’erano tutti: fratelli, cugini ed amici.
I due ragazzi mi dissero che la combriccola aveva rubato il loro pallone e l’avevano cacciato sopra uno degli alberi secchi, tanto per simboleggiare un bel dispetto contro perfetti sconosciuti.
Solo che nessuno voleva salire sull’albero a recuperare il maledetto pallone.
Ed io ero quello con 9 anni.
Dissi che non c’era problema, che c’avrei pensato io.
Mi tolsi la maglietta ed inizia ad arrampicarmi sui rami secchi.
Il pallone era in cima, lo raggiunsi facilmente e tanto facilmente lo calai giù.
In quel – esatto – momento sentii cracchiare il legno sotto i miei piedi e precipitai a terra. Di schiena. I due ciclisti, riavuta la palla, scapparono a gambe levate. Il gruppo mi circondò, io riaprii gli occhi velocemente: avevo perso il respiro ma stavo bene, la (poca) sabbia sottostante m’aveva fatto da cuscinetto.
Dopo quella volta il mio ruolo da “grande” si rafforzò e divenni quello che sistemava tutta la merda che la compagnia creava. Fu un’estate molto divertente, e fu l’unica in cui mi sentii felice di avere un compito di tale importanza.

Ecco l’aneddoto.
Spero vi sia piaciuto.
A me piace sempre raccontarlo quando sono in imbarazzo.
L’argomento di questo primo post sarebbe dovuto essere “perché un blog di blogger non scomparsi” e io non trovo risposta più logica di questa:
per divertirsi”.

Note:
[1]: spero sarà altrettanto interessante e stimolante ai vari lettori occasionali che passeranno di qui.

[2]: afferrare il masso più pesante possibile presente sulla spiaggia e camminare sott’acqua fino a quando non si è almeno a 130 centimetri di distanza dalla superficie.