Alcamo, parte seconda. C’era una volta un bosco incantato

Quando ho voglia di sentirmi piú vicino a casa, chiudo gli occhi ed immagino di fare una passeggiata sul sentiero che porta all’antica fontana araba che si trova sul Monte Bonifato, la montagna che sovrasta la mia cittá. Se un giorno vi troverete ad Alcamo, chiedete come arrivare alla “Funtanazza”.

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Pochi luoghi nella mia vita mi hanno segnato come la pineta di Monte Bonifato. É lí che ho alcuni dei miei ricordi piú felici. I picnic con la mia famiglia, le avventure diurne e notturne con gli amici scout, la prima volta che ho visto la neve, che ho toccato la neve e che -titubante- ho assaggiato la neve!

Se ne avete voglia, prendetevi qualche minuto per capire anche voi quanto questo luogo puó affascinare.

Lo so, forse a voi sembrerá un bosco come tanti altri e non escludo che a pochi passi da casa vostra ce ne sia uno ancora piú bello. Ma per me questo luogo é speciale. In realtá, ve ne avevo già parlato.

Beh, questo bosco non esiste piú o almeno non come lo avete visto nel video. Degli esseri scellerati (difficile chiamarli umani) hanno deciso che era il caso di darlo alle fiamme. Adesso é rimasta solo cenere e qualche tronco annerito.

Non pensavo si potesse piangere per qualcosa del genere, eppure adesso capisco i sentimenti degli aquilani o degli emiliani quandono vedevano sbriciolarsi i luoghi simbolo della loro storia e della loro identità culturale sotto i colpi del terremoto. L’incendio di quella pineta è stato devastante, è stato il nostro terremoto, il mio e dei miei concittadini.

La leggenda della fenice che risorge dalle proprie ceneri nasce proprio dalla capacità della natura di rinascere dopo il fuoco. Monte Bonifato tornerà ad essere può bello di prima ma la natura punisce l’uomo con tempi che sono non misurabili con la vita umana. Per molti anni nessuno potrà sdraiarsi sotto un pino o mangiare le cotolette nel bosco in una giornata di inizio primavera.

Da quelle ceneri Monte Bonifato può risorgere. Gli uomini che invece hanno fatto questo, esseri malati, spregevoli, che preferiscono questo scempio alla bellezza, il cui piacere sta solo nel fruscio delle banconote, una volta trasformati in cenere saranno, per fortuna, scomparasi per sempre!

Benvenuti a Mesagne

Se per assurdo nella prossima vita mi chiedessero “In quale città vuoi nascere?”, risponderei “Mesagne!”. E non è una risposta scontata io con la mia città, che quando son nata era ancora un paese, c’ho uno di quei rapporti di amor-odio. Però c’ho provato ad andar via una volta, col diploma in tasca, Ferrara m’ha accolta a braccia aperte, ma a me mancava il suono vero delle campane la domenica mattina e alle nove di sera, il basolato scivoloso del centro storico che ha visto alcune delle migliori cadute, le luci accese in pieno giorno, i trattori e i cani che abbaiano dietro i camion dei loro padroni e il profumo di pane al mattino presto. La fiamma del petrolchimico che certe sere è così altra che si vede nitida dalla finestra della mia cucina. Mesagne è una poco ridente cittadinella in provincia di Brindisi, si trova lungo la Via Appia antica, ed è per questo (forse) che uno dei detti che si sentono più spesso quando ci si perde è: “Tutte le strade portano a Roma”. Il nome è tutto un rebus, perché è terra di mezzo, crocevia di culture. A scuola appena impari a leggere e scrivere tra le prime cose che t’insegnano c’è proprio l’evoluzione del nome, ma l’ho rimosso. In realtà sto sviluppando una certa allergia verso la storia di Mesagne perché un gruppo di fanatici vogliono difendere il basolato, i vari siti in cui ci sono tombe messapiche e scavi archeologici e altri beni storici. Mesagne ha il centro storico a forma di cuore, una volta era circondata da mura, e vi si accedeva da 3 porte: Porta Grande, Porta Piccola, Porta Nuova. Molta fantasia i messapi! Di queste 3 solo 2 sono ancora in piedi, e precisamente alla Porta Nuova, ho fatto uno di quegli scivoloni epocali! C’abbiamo un bel po’ di Chiese, quasi tutte dedicate ad una Madonna, io abito vicino MaterDomini (foto). SIamo una Città mariana, la nostra protettrice, la Beata Vergine del Carmelo c’ha salvati da un terremoto nel millesettecentoqualcosa, e si racconta che l’orologio di Piazza IV Novembre s’è unito col campanile della Chiesa Matrice che sta di fronte. Il terremoto è stato il 20 Febbraio, ma la festa patronale è a Luglio. Processioni, luci, noccioline, il concerto del 17 Luglio che chiude i 3 giorni di festeggiamenti. Cantanti riesumati dall’epoca del terremoto. Un anno Rosanna Fratello è caduta, ha annullato il concerto e non è mai più voluta tornare!

Mesagne è terra d’orecchiette al ragù, polpette di carne la domenica, braciole di cavallo, passata di pomodoro fatta in casa, profumo d’uva a settembre.

Mesagne è le sue storie. Come quella della Nunna Leta, una vedova napoletana che non ho mica capito qual’era la sua casa, ogni casa in campagna è la sua! Immaginate i racconti horror a cui noi bambini eravamo sottoposti le calde sere d’estate, quando ci si sedeva fuori con le sedie apribili di legno. Il lupo mannaro che era un uomo con una folta peluria sulle braccia, il Laùro folletto notturno che faceva le trecce ai cavalli e soffocava le nonne nel sonno.

Mesagne è Piazza Orsini, il salotto buono della città, quello dove s’affacciano le viuzze del centro storico, che una volta era off limits. Sì, Mesagne è la culla della SCU. Che c’è stata, c’è ancora secondo altri. Mica diciamo il contrario, è che noi cittadini cerchiamo di rispondere a colpi di legalità ed educazione civica. Voi avrete letto cos’è successo il 19 Maggio, sì Mesagne è la città dov’è nata pure Melissa Bassi. Su questa vicenda però non voglio dire niente. Perché rimane un dolore sordo nel cuore. In quei giorni si sono risvegliate tante paure in noi mesagnesi, uniti come non mai. E poi è la città di Carlo Molfetta, oro olimpico a Londra 2012 per il taekwondo.

Mesagne è rossa! Sì, è una vecchia compagna. Di quelli che si siedono in prima fila e ti raccontano tutte le storie belle.

Mesagne sono le caldarroste delle Nunna Miluccia, il pon pon color porpora di Don Saverio, Mario Capurossa e tutti gli altri personaggi, i salumi di Cazzillo, la mia adorata libreria. E’ l’archivio fotovideografico dei fratelli sordomuti, sicuro sicuro mezzo secolo.

Tante cose le avrò dimenticate come la processione dei misteri il venerdì santo e le addolorate (ora vietate) che s’incontravano all’alba del sabato santo, altre le avrò omesse, però l’invito per venire a Mesagne è valido per tutti. Che ci beviamo un caffè all’ombra del Castello Normanno Svevo, seduti su una panchina della Villa Comunale dove vi potrò raccontare altre storie tra nonni in bici e bambini che si rincorrono felici, nell’unico polmone verde della città.

E poi camminando camminando magari arriviamo pure in campagna, dove si respira l’odore del grano, degli ulivi, della terra…

E’ appena passato un elicottero a bassa quota, li saluto spesso, come quando ero bambina.

Alcamo: usanze e scostumanze

Ebbene sì, questo post è dedicato ad una cittadina siciliana perché, se come diceva qualcuno “Casa è dove si appende il cappello” per me il pensiero di casa porta sempre e solo ad ALCAMO.

Bhe, leviamoci subito il dente e diciamo chiaramente che Alcamo è il tempio dell’abusivismo edilizio, il paradiso dei cementificatori. Una urbanizzazione dissennata e priva di controllo ha portato alla nascita di un centro abitato privo di spazi verdi con alberi e piantine asfittiche confinate in striminzite aiuole ai bordi delle strade o davanti alle scuole. Neanche un bellissimo litorale è stato risparmiato: sei chilometri di finissima sabbia bianca, dune e boschetti di pini marittimi sono stati spazzati via. La spiaggia si è ridotta ad una sottile striscia che si contende lo spazio con la ferrovia e palazzoni costruiti molto, troppo vicini al mare.

Questa politica di incuria e degrado che andò avanti dagli anni ’60 fino ai primi anni ‘90 aveva reso Alcamo una città povera di coscienza e idee. Poi qualcosa improvvisamente cambia con l’elezione di un Sindaco “illuminato”, un medico, non un politico di professione che stravolse in pochi anni la città e la mentalità dei suoi abitanti. Venne riqualificato il centro storico, ristrutturati i principali monumenti, riaperto il teatro e il centro espositivo-culturale. Una vera rivoluzione se si considera che Alcamo era appena uscita da una delle più efferate guerre di mafia che aveva imbrattato di sangue anche il granito della piazza principale.  Da quel momento, Alcamo abbandonò la sua anima democristiana per svoltare a sinistra, caratteristica non banale in una regione che di solito è schierata da tutt’altra parte. Quel fervore oggi si è decisamente attenuato e la città è sempre una roccaforte del PD, ma di quella parte più attenta al centro che alla sinistra.

Fare una passeggiata lungo Corso 6 Aprile (in alcamese, farsi una “cassariata”) significa attraversare tutta la città e apprezzare un tripudio di chiese e palazzi barocchi, eredità del periodo migliore e di massimo benessere di una città in grado, in passato, di attirare per i suoi fiorenti mercati uomini e donne da tutta Europa. Cognomi molto comuni come Tedesco, Milano, Lombardo, Pisano, Provenzano sono la testimonianza di una emigrazione al contrario. Quell’emigrazione che oggi spinge a lasciare la città i suoi figli migliori (sic!). Rimarreste senza dubbio abbagliati dalla bellezza della Basilica di Santa Maria Assunta con la sua cupola ritenuta tra le più belle d’Italia, le immense colonne di marmo rosso ed un portale opera di un allievo di Michelangelo. Le volte sono state affrescate da un pittore fiammingo che per l’occasione portò dal Belgio un’intera corte di modelli. Non è quindi sorprendente che la Madonna e i santi abbiano tratti tipicamente nord europei inclusa la carnagione candida e i capelli biondi che dalle mie parti sono una rarità.

La religiosità è un aspetto fondamentale sebbene la gente sia ben lontana dall’essere bigotta. La vita sociale e religiosa si intrecciano dando origine ad un calendario di eventi in cui autorità civili ed ecclesiastiche trovano modo di apparire fianco a fianco nella loro pressoché totale concordia. La settimana che tutti aspettano è senza dubbio quella della “Festa di la Maronna” in onore della patrona, Maria Santissima dei Miracoli. Degni di essere menzionati sono i giochi pirotecnici (“lu iocu ri focu”) con cui si conclude la festa: il crescendo di botti ed esplosioni di luce è definito dagli alcamesi “batteria ranni” (batteria grande); se lo spettacolo è gradito dai cittadini partono immediati i complimenti al sindaco con la tipica esclamazione “e bravu lu Sinnacu!”, in caso contrario la condanna è immediata e crudele “st’annu fu scarsu lu Sinnacu!”.

Sono poi importanti anche le celebrazioni della Pasqua con la processione del venerdì santo: la statua della Madonna Addolorata segue la bara del Cristo morto seguita dai fedeli con la bambine vestita da samaritane e i bambini da angeli. La notte di Pasqua, al canto del Gloria la statua del risorto salta fuori dall’altare maggiore della basilica spinto da uno strano congegno del XVII secolo.

Se si parla di economia è tutto un fiorire di lamentele e banalità ( “si stava meglio quando si stava peggio” è la mia preferita) eppure, al netto della crisi, abiti firmati e macchinoni che sfrecciano fra le strettissime strade del centro sono più che comuni. C’è tutta una classe borghese che non se la passa male: proprietari terrieri (la produzione del vino Alcamo DOC è la principale attività della città), piccoli e grandi imprenditori nel campo del turismo, commercio di marmo e legnami.

La mia città è indissolubilmente legata al nome di Cielo d’Alcamo, poeta del duecento ed autore di uno dei primi componimenti in lingua volgare, membro della famosa scuola siciliana di Federico II. Poi letterati ed artisti ma non di primissimo piano, qualche eroe risorgimentale e poco più.

Lo sport ha sempre dato grandi soddisfazioni ed in particolare la squadra di basket femminile e di pallamano maschile, entrambe in Serie A mentre la gloriosa squadra di calcio, con un passato in C1, si ritrova adesso nell’umiliante campionato regionale di eccellenza.

Ma in assoluto, lo sport in cui gli alcamesi eccellono è il “curtigghio”. Doverosa spiegazione, curtigghio vuol dire cortile, inteso come luogo di incontro dove darsi al pettegolezzo sfrenato. Il paese è piccolo e la gente mormora, parla non riesce a trattenersi. Non c’è nulla che una brava comare non sappia. Entrare in casa di una qualsiasi nonna alcamese equivale ad un aggiornamento rapido e spietato sugli affari altrui. La comunicazione wireless è nata ad Alcamo parecchi anni fa quando nei vicoli del centro le signore si scambiavano le ultime notizie affacciate a balconi talmente vicini che puoi stringere la mano al tuo dirimpettaio. Essere svegliato alle 8 di domenica mattina a causa delle futili ciance delle vicine è un’esperienza che quasi tutti gli adolescenti alcamesi hanno provato.

I passatempi dei più giovani sono fortunatamente meno malsani degli adulti. Si limitano infatti a presidiare il centro storico e soprattutto “la Piazza” dove si trovano i locali più fighetti (almeno lo erano prima che mi trasferissi) e si può fumare e tracannare birra in libertà. Non esistono dei veri centri di aggregazione per i giovani se si escludono le realtà parrocchiali e forse qualche movimento politico che solo negli ultimi mesi cerca di coinvolgere chi ha meno di 50 anni nella gestione della città. Le cose migliorano di molto in estate quando locali all’aperto e discoteche sulla spiaggia rendono le serate meno monotone.

Ho scritto forse troppo, eppure avrei ancora moltissimo da descrivere. Luoghi, eventi, persone e stranissime tradizioni. Magari ci sarà spazio per tutto questo in futuro. Non sono sicuro di aver reso giustizia all’immagine della mia città o se abbia suscitato in voi un minimo di interesse. Quello che so è che, sebbene possa vederla per pochi giorni all’anno, Alcamo è la mia città e questo basta per rendermela speciale.

“La Piazza” (foto da paesionline.it)

Certe città

Milano – il Duomo gocciola verso l’alto
Londra – l’Occhio macina vertigini
Madrid – la città nel cuore, del deserto
Parigi – hanno dimenticato di smontare una gru

Saronno

Non mi sono mai curato poi così tanto della mia città. Incuneata in un’intercapedine di capoluoghi e province, Saronno è un enclave del Varesotto, ma non assomiglia per niente ai comuni di quel territorio. Ha un nome e un nome soltanto, niente tipo Induno Olona, Busto Arsizio o Cassano Magnago, e comunque più dignitoso di Buguggiate.
La mia prof di arte delle media, parlando della città, aveva detto che era stata fondata da pirati greci, invitati e deportati in un fazzoletto di alta pianura dagli antichi Romani (prima delle guerre puniche, si pensa) per tenerli lontani dalle coste dove facevano razzia. Ci sono molti dubbi su questa versione, sul perché non furono semplicemente messi alla forca; comunque l’affare l’era un bidòn: il posto era malsano e impestato di paludi; c’era perfino un bel laghetto, ora scomparso, nel centro, piazza Donatori del Sangue, probabilmente in memoria di tutte quelle zanzare.
Una vita medievale di certo ci fu. Del lazzaretto è rimasta la chiesetta di Sant’Antonio abate, attorno alla quale si montano bancarelle il 17 Gennaio, giorno della festa del santo, e vi sono parate storiche con contadini, carrozze, appestati, ciuchi e pecorelle. C’è anche piazza della Ciucchina, in memoria di quella sera in cui quella vecchiettina, che alzava di tanto in tanto il gomito, finì per dare alle fiamme metà Saronno. C’è in ristrutturazione un palazzo appartenuto alla famiglia Visconti, predecessori degli Sforza.
La città ha conosciuto il fermento industriale di inizio ‘900, quello dell’Italia liberale. I marchi storici sono Lazzaroni, biscottificio, e Antonio Parma, che progettava casseforti e dispositivi di sicurezza. Ma sopratutto fu la ferrovia a dare lavoro, nel 1879 venne inaugurata la linea con Milano, e tuttora è uno snodo ferroviario importante delle ex Ferrovie Nord Milano (ora Trenord).
Durante il fascismo nacquero stabilimenti della Montecatini e dell’Isotta Fraschini (a suo tempo rilevata dall’IRI e poi portata a Saronno), aziende oggi scomparse, e fu fondata la ILLVA: l’Industria Lombarda Liquori, Vini e Affini produttrice del celebre Amaretto di Saronno, famoso in tutto il mondo.
Lentamente decaddero tutte quante o fecero fagotto e se ne andarono lasciandosi dietro operai disoccupati, relitti industriali, una vita cittadina avviata, ma con tante incognite. Ma che vuoi farci? «È la deindustrializzazione, piccola! Presto ne sentiremo parlare ancora»
Saronno sta bene, Saronno è ricca! Ci sono un sacco di associazioni sportive e culturali, un grande ospedale, palestre, tre cinema, una biblioteca frequentata, eventi musicali e una squadra di Tchoukball.
Dal punto vista politico senz’altro i saronnesi sono molto conservatori e cattolici. Ci sono molte chiese – e oratori annessi – la cui attività è molto frenetica e intensa; e il Santuario della Santa Vergine dei Miracoli (risale ai primi del ‘500) è un capolavoro di architettura con affreschi del Ferrari e del Luini, pittori le cui opere sono esposte anche alla Pinacoteca di Brera.
Non ci sono molte personalità di spicco; qualcuna: Massimo Picozzi, eminente criminologo, noto per alcune comparse televisive e alcuni libri scritti a quattro mani con Carlo Lucarelli; l’on. Luca Volontè, un deputato dell’UDC in Parlamento dal ’96, che per la sua carriera ha marciato dando contro gli omosessuali; e sportivi di vario tipo.
Sotto l’egida imprenditoriale, Saronno mantiene un’atteggiamento pragmatico, confidenziale, a volte diffidente.
Si direbbe che conosco la mia città, ma non è così semplice. Ripetendone la storia può sembrare di aver detto tutto, ma non è vero. È come ripercorrere un sentiero già battuto, senza sapere al di là della fama di pionieri, nulla sulle loro mani callose, la pelle cotta e i capelli canuti.
Cosa conosco veramente del suo glorioso passato e del suo piatto presente? Non lo so, solo esteriorità dirompenti. Oggi ci sono consiglieri leghisti che fanno i pagliacci e danno la schiena all’alzabandiera del 2 giugno; un centro sociale attivo nella street-art, e altre belle cose alternative, gestito da figli di papà; un limite di 30 km/h, ancora incapace di motivare la gente a girare in bici nel territorio comunale.
È falso che non mi curo della città. In fin dei conti, un’idea me la sono fatta; anche se non renderebbe giustizia al quadro cittadino, vivo, anche se opaco. Ma sopratutto mi pongo domande. Il senso delle grandi iniziative è mutato in una immobile cautela, timorosa fra cerchie ristrette? È solo di qui che succede? O è piuttosto un sintomo dell’invecchiamento demografico? È la fine temporale di altri tempi dirompenti da cui ci giunge l’eco del frastuono delle macchine e i ruggiti dei motori? E perché non c’è mai un cacchio di posto aperto – e decente – d’estate dove uscire la sera? Cioè, dai!
Non intuiamo mai nulla che non sia solo visibile: segni, solo maledetti segni.
Ci viviamo assieme. A Saronno, sono grossi fabbricati dismessi.
Un giorno riqualificheremo tutto. Un giorno.

Il copyright appartiene a AUDIS

Santi, poeti, navigatori e migranti. Capitolo primo: ItAlieno allo specchio.

“Avevamo investito molto su di te eppure hai deciso di andare in Germania… bene, ma ti avverto che gli Italiani prima o poi vogliono sempre tornare a casa e quel giorno non sarai di nuovo in cima alla nostra lista”. Con questo anatema -o minaccia, se preferite- pronunciato dal mio capo a Palermo è cominciata la mia vita da italiano all’estero.

Un doppio calcio in culo, al mio e alla Meritocrazia che, si sa benissimo, esiste tanto quanto Babbo Natale.

Quando ho cominciato a pensare ad un post sugli Italiani all’estero, non avevo molta voglia di ideare un inizio ad effetto ed ecco allora questo incipit tanto banale quanto necessario.

Eppure, l’inatteso invito a scrivere un post su questo tema suona alle mie orecchie come “Guardati allo specchio!” Cioè, l’italiano all’estero…io!?

“Guardati allo specchio!”

Vivere all’estero per me significa accettare giorno dopo giorno dei compromessi, modificare abitudini e, ovviamente, sottostare a regole differenti. Quando tutto questo avviene in un paese come la Germania, ci sono ottime possibilità che l’adattamento alla nuova realtà sia piacevole e repentino. Non é difficile abituarsi a città dove il decoro e l’arredo urbano siano un valore sacro, i trasporti efficienti e puntuali, gli uffici privi di code. Io che sono un siciliano atipico (dal punto di vista fisico e mentale) e ho una sfrenata passione per la precisione e l’ordine mi sono ritrovato in una sorta di paradiso. Ma non voglio fare un elenco di ció che è meglio in Italia e ció che è meglio in Germania.

Potrei allora parlare di luoghi comuni e confermare che sono davvero comuni. Battute su mafia pizza e un vecchio primo ministro si sprecano. Io sono solitamente il primo a sottolineare i punti deboli italiani, però se sono io a prendere per i fondelli l’Italietta va bene, ma se qualcun’altro si azzarda a parlare male dell’Italia (o peggio, della Sicilia!) mi arrabbio di brutto!

Eppure i pregiudizi hanno il pregio di essere assolutamente democratici. Anche dalla parte opposta, infatti, non si puó negare che questi tedeschi siano tutti birra wurstel e kartoffeln, pessimi giocatori di calcio (grandi soddisfazioni dalle partitelle con i colleghi fino alle nazionali!), vestiti in maniera indecente (e lo dico io che delle mode me ne frego). Guai a tirare in mezzo Hitler e la seconda guerra mondiale, se la prendono moltissimo! Io mi riservo queste battutine per le occasioni migliori. Dei tedeschi è degna di nota la proverbiale imperturbabilità, almeno fino a quando il tasso alcolico è inchiodato allo zero. Sono tranquilli e silenziosi, insensibili agli stimoli e privi di ogni interesse alle interazioni sociali. Solo dopo lunghissimi periodi di studio e conoscenza si abbandonano a timide confidenze o ad impacciate relazioni interpersonali. Serve una numerosa pattuglia italo-turca per coinvolgere i tedeschi in attivitá ludico-ricreative. Ma, attenzione! bastano un paio di birre e qualche Jägermeister per renderli incontrollabili e rumorosi. Risulta alquanto stucchevole la loro predisposizione alle buone maniere. Ricevere un numero impossibile da quantificare di “Grazie” e “Sorry” in una sola giornata mi da sui nervi.

Mi astengo dal toccare l’argomento clima: sarebbe troppo facile infierire.

E poi il cibo: anche questo è un aspetto non trascurabile. Sebbene la cucina italiana non ha eguali nel mondo (su questo siamo tutti d’accordo) e a volte mi vengono le estasi mistiche al pensiero di una parmigiana di melanzane, una pizza come Dio comanda, frutti di mare o una grigliata di pesce che abbia il sapore di pesce, devo ammettere che la cucina tedesca ha moltissimi piatti che sono una goduria. Vi consiglio Käse-Spätzle, Bratkartoffeln, Currywurst, Zwiebelsteak e molto altro ancora. Chiedete aiuto a zio Google se non sapete di cosa sto parlando.

Da parte mia, sono fiero di aver sostituito il troppo inglese tè delle cinque con un italianissimo espresso che i miei colleghi hanno dimostrato di apprezzare moltissimo. Per me è anche un modo per ricacciare indietro la nostalgia.

Perché a volte basta sentire l’aroma del caffè per sentirsi a casa.

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PS: questo post si compone, nei miei piani attuali, di tre capitoli che verranno pubblicati ad intervalli rigorosamente irregolari. Inoltre i miei piani raramente si traducono in azioni concrete per cui declino ogni responsabilità riguardo alla mancata pubblicazione dei capitoli successivi.

PPS: in quanto alla scelta della foto/video (cliccate sulla foto!), spero di risultare più trash di Scaglia

Intervista ad una “sopravvissuta al cibo tedesco”.

Per questa nuova categoria ho deciso di fare alcune domande ad un’amica che è tornata 7 giorni fa dalla Germania.
C’è stata un anno.

Per l’evento ho cercato l’immagine più trash di tutto Google.

Io: Allora?
Lei: Ti vedo in forma.
I: Bha. Mica tanto, piuttosto tu sei in forma.
L: È stato un sogno.
I: Immagino, ti sei trovata bene?
L: Assolutamente sì.
I: Famiglia ospitante?
L: Era benestante e sono stati deliziosi.
I: Invece A. e B. (genitori italiani della ragazza) ti hanno tormentato? Speravano di sentirti spesso?
L: Pensavo peggio, sono stati bravi. Li sentivo una volta ogni mese, forse meno.
I: Conoscendoli dev’essere stata una tortura per loro.
L: Sì, ma non aveva senso sentirli spesso; se vivo un anno all’estero con un’altra famiglia non mi metto ogni sera davanti al computer a parlare con loro di quello che ho fatto in un contesto… così lontano.
I: È vero.
L: Preferivo molto di più mettermi a tavola con i genitori ospitanti e parlare con loro.
I: Come ti trattavano i compagni di scuola sapendo che eri italiana?
L: I tedeschi sono simpatici, là impazziscono per gli italiani.
I: Impazziscono? In senso, che piacciono?
L: Sì! Occhi e capelli neri, carnagione scura: piace un sacco.
I: Caspita!
L: Infatti! Solo che io sono castana con occhi chiari, quindi all’inizio non credevano fossi italiana.
I: Ti hanno fatto pesare i luoghi comuni? Tipo: mafia, pizza, Berlusconi, quelle cose lì…
L: No, per niente. Ah! Con Schemino, sì… No, aspetta, come si chiama?
I: Dici Schettino?
L: Sì, con Schettino sono andati avanti per un mese. Era diventato un tormentone.
I: Ti prendevano in giro?
L: Non me, ma gli italiani in generale sì. E anche con gli Europei è stato un dramma.
I: Dove avete visto la partita?
L: A casa di un amico, prima di uscire io e mia sorella ci siamo dipinte la faccia. Lei m’ha chiesto “che bandiera vuoi?” e io ho risposto “quella dell’Italia, naturalmente! Sono Italiana!”.
I: Mitica!
L: Infatti erano tutti delusi. Quando, poi, abbiamo vinto ci sono stati dei ragazzi che hanno smesso di parlarmi. O peggio, si sono proprio incazzati e m’hanno detto qualcosa di sgradevole che non ricordo nemmeno più.
I: Anche là ci sono gli stronzi, insomma.
L: Sì. Però il giorno dopo mi hanno scritto scusandosi per il comportamento eccessivo.
I: Nella finale hanno tifato tutti gli spagnoli?
L: No, non ricordo. La finale non ha interessato molta gente.
I: Cambio discorso: com’è stato il ritorno in Italia? Hai trovato un ambiente diverso?
L: Non troppo, alcuni compagni di classe m’hanno delusa. In senso che prima che partissi tutti amiconi, poi, per un anno, non si sono fatti sentire. Nemmeno una mail. Nulla.
I: Capisco.
L: Non solo i maschi, ma anche le femmine. I maschi sono stati faticosi da sopportare quando li ho rivisti. Sembravano… Infantili.
I: Cosa ti dicevano?
L: Uno si era fissato che non potevo essermi trovata bene in Germania per il cibo. Diceva che fingevo dicendo che era stata una bellissima esperienza; solo perché là il cibo è peggio del nostro. Ti sembra un discorso sensato? Poi detto da uno che non cucina mai!
I: È il classico tipo invidioso del tuo anno all’estero e che cerca una scusa per non aver fatto la stessa cosa.
L: Esatto.
I: Gli italiani che ripetono ossessivamente “qui si mangia meglio, qui si mangia meglio” sono dei coglioni.
L: Non dovevo partire solo perché qui si mangia meglio?
I: Evidentemente sì.
L: Un altro, quando ha saputo che sentivo poco i miei genitori, m’ha detto che era una cosa molto triste. Diceva che non volevo bene ai miei.
I: Solo perché li sentivi poco?
L: Sì!
I: Ma quanti anni ha questo qui?
L: 18, come me.
I: A 18 anni bisognerebbe sognare di non sentire i propri genitori per due mesi, altro che.
L: Dev’essere un mammone, anche se non sembra visto dall’esterno.
I: A sentirti hai dei compagni di classe mezzi scemi, comunque.
L: Altri due hanno cercato di baciarmi appena arrivata. Dopo non essersi fatti sentire per un anno, hai capito?
I: Mio dio. È perché ti sono cresciute le tette quando eri via.
L: Ahahahah! Dici?
I: Sicuro. Ultima curiosità: cosa si ascolta là?
L: Mio fratello ascoltava solo Skrillex e i Rammstein.
I: Skrillex?! Gli piaceva la dubstep?
L: Non so nemmeno cosa sia.
I: Quel tipo di musica elettronica.
L: Penso di sì, gli piaceva la… non so… i bassi.
I: Ci sono gruppi migliori di Skrillex, dio mio.
L: Infatti nemmeno io lo sopportavo più.
I: A me piace anche la musica che fa, ma non sopporto lui come personaggio.
L: Là andava di moda.
I: Come ovunque.
L: Usciamo?
I: Sì, dove vuoi andare?
L: Vorrei tornare in Germania.
I: Cazzarola.