Alcamo, parte seconda. C’era una volta un bosco incantato

Quando ho voglia di sentirmi piú vicino a casa, chiudo gli occhi ed immagino di fare una passeggiata sul sentiero che porta all’antica fontana araba che si trova sul Monte Bonifato, la montagna che sovrasta la mia cittá. Se un giorno vi troverete ad Alcamo, chiedete come arrivare alla “Funtanazza”.

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Pochi luoghi nella mia vita mi hanno segnato come la pineta di Monte Bonifato. É lí che ho alcuni dei miei ricordi piú felici. I picnic con la mia famiglia, le avventure diurne e notturne con gli amici scout, la prima volta che ho visto la neve, che ho toccato la neve e che -titubante- ho assaggiato la neve!

Se ne avete voglia, prendetevi qualche minuto per capire anche voi quanto questo luogo puó affascinare.

Lo so, forse a voi sembrerá un bosco come tanti altri e non escludo che a pochi passi da casa vostra ce ne sia uno ancora piú bello. Ma per me questo luogo é speciale. In realtá, ve ne avevo già parlato.

Beh, questo bosco non esiste piú o almeno non come lo avete visto nel video. Degli esseri scellerati (difficile chiamarli umani) hanno deciso che era il caso di darlo alle fiamme. Adesso é rimasta solo cenere e qualche tronco annerito.

Non pensavo si potesse piangere per qualcosa del genere, eppure adesso capisco i sentimenti degli aquilani o degli emiliani quandono vedevano sbriciolarsi i luoghi simbolo della loro storia e della loro identità culturale sotto i colpi del terremoto. L’incendio di quella pineta è stato devastante, è stato il nostro terremoto, il mio e dei miei concittadini.

La leggenda della fenice che risorge dalle proprie ceneri nasce proprio dalla capacità della natura di rinascere dopo il fuoco. Monte Bonifato tornerà ad essere può bello di prima ma la natura punisce l’uomo con tempi che sono non misurabili con la vita umana. Per molti anni nessuno potrà sdraiarsi sotto un pino o mangiare le cotolette nel bosco in una giornata di inizio primavera.

Da quelle ceneri Monte Bonifato può risorgere. Gli uomini che invece hanno fatto questo, esseri malati, spregevoli, che preferiscono questo scempio alla bellezza, il cui piacere sta solo nel fruscio delle banconote, una volta trasformati in cenere saranno, per fortuna, scomparasi per sempre!

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Sperimentazione animale: perché sí!

Da settimane si discute su un tema importante e delicato come la sperimentazione animale eppure sembra che i media riescano a fare solo confusione. La notizia che ha fatto più rumore è stato l’assalto animalista al canile “Green Hill” dove venivano allevati beagle destinati ad essere utilizzati come cavie da laboratorio. Va detto che cani, gatti e primati rappresentano una percentuale infinitesimale delle cavie utilizzate nella ricerca sia per gli spazi enormi che questi necessitano sia per i costi esorbitanti necessari al loro mantenimento. Gran parte delle cavie utilizzate a scopi scientifici sono roditori (topi e ratti) tenuti in un ambiente protetto (eventuali infezioni o malattie inficerebbero qualsiasi dato scientifico) e la cui manipolazione deve sottostare a rigidissime leggi europee e nazionali.

Poche settimane fa, e forse questo lo sanno in pochissimi, è stata presentata al parlamento europeo una proposta di legge di iniziativa popolare per fermare la sperimentazione animale in tutta l’Unione Europea. Questa iniziativa scellerata rischierebbe di riportare l’Europa in una sorta di medioevo scientifico e la taglierebbe definitivamente fuori dalla competizione con USA, Canada, Cina e Giappone.

Il problema é che non é facile spiegare a chi non é familiare con la ricerca perché la sperimentazione animale é necessaria. Se entri troppo nel tecnico rischi di non essere capito. Se parli con un linguaggio troppo semplice potresti sminuire il concetto e non risultare credibile (?) autorevole (?) convincente (forse). É molto piú semplice buttarla in caciara come fanno certe associazioni animaliste supportate dal VIP di turno, o parlare alla pancia delle persone. Chi non si commuoverebbe pensando alle atroci sofferenze dei poveri animaletti seviziati da perfidi ricercatori? Chiaramente se si intervistano 100 persone per strada la maggioranza dirá di essere contro pur non sapendo di tutti i benefici e i progressi conquistati dall’umanitá grazie alla sperimentazione animale.

Proverò allora con tre soli punti di riflessione e cercando di utilizzare un linguaggio tecnico ma accessibile a spiegare perché a mio avviso non si può rinunciare ad utilizzare animali per la ricerca scientifica.

Punto primo: nonostante questa sia una delle tante assurde accuse mosse dai movimenti ambientalisti, nessun ricercatore scientifico, ricava una qualche forma di piacere nel sacrificare una cavia (spero che su questo possiamo tutti essere d’accordo).

Punto secondo: porto ad esempio il mio lavoro che si concentra sulle malformazioni cardiache congenite. Non esiste alternativa all’utilizzo di cavie per uno studio comprensivo che prenda in considerazione sviluppo embrionale, meccanismi fisiologici di funzionamento dell’intero muscolo cardiaco e studio dei meccanismi molecolari che stanno alla base di malformazione.

Punto terzo: consideriamo adesso la sperimentazione su farmaci: testare un farmaco su cellule isolate umane, come chiedono animalisti o pseudo-scienziati, si fa da decenni ma é solo la prima fase della sperimentazione (ce ne sono quattro e l’ultima é la sperimentazione e monitoraggio su individui umani). Gli esseri umani sono costituiti da centinaia di cellule diverse e ipotizzare di testare un farmaco su ciascuna di esse é un’idea folle e irrealizzabile dal punto di vista tecnico. Non tutte le cellule umane possono essere mantenute in coltura, altre solo per un periodo di tempo limitato. Le linee cellulari che si usano solitamente per la ricerca bio-medica e bio-molecolare sono spesso cellule cancerose o cosiddette “immortalizzate” che sono diverse dal punto di vista genetico da quelle normali. Per esempio mancano di quei meccanismi di emergenza che spingono le cellule ad autodistruggersi in caso di trasformazione in cellula tumorale. Quindi queste cellule possono essere usate per indagini preliminari, una sorta di “studio di fattibilità” ma il risultato di una sperimentazione condotta interamente su queste cellule sarebbe incompleto e non del tutto attendibile. Altro livello di difficoltà: ogni organo è costituito da diverse tipologie di cellule ed il suo corretto funzionamento dipende anche dai “sistemi di comunicazione” tra le varie cellule che ne formano la struttura. Ad esempio il vostro intestino è fatto da cellule che assorbono le sostanze nutritive e di cellule muscolari che spingono avanti il cibo. Come si potrebbe controllare da cellule isolate se un farmaco altera queste interazioni?

A mio modesto parere, animalisti o chiunque si dice contrario alla sperimentazione animale lo fa in buona fede ma sostanzialmente per ignoranza. Scienziati o presunti tali, che invece invocano solo studi in vitro senza passare per gli animali, sono palesemente in malafede.

Ma anche degli ignoranti ciarlatani.

Alcamo: usanze e scostumanze

Ebbene sì, questo post è dedicato ad una cittadina siciliana perché, se come diceva qualcuno “Casa è dove si appende il cappello” per me il pensiero di casa porta sempre e solo ad ALCAMO.

Bhe, leviamoci subito il dente e diciamo chiaramente che Alcamo è il tempio dell’abusivismo edilizio, il paradiso dei cementificatori. Una urbanizzazione dissennata e priva di controllo ha portato alla nascita di un centro abitato privo di spazi verdi con alberi e piantine asfittiche confinate in striminzite aiuole ai bordi delle strade o davanti alle scuole. Neanche un bellissimo litorale è stato risparmiato: sei chilometri di finissima sabbia bianca, dune e boschetti di pini marittimi sono stati spazzati via. La spiaggia si è ridotta ad una sottile striscia che si contende lo spazio con la ferrovia e palazzoni costruiti molto, troppo vicini al mare.

Questa politica di incuria e degrado che andò avanti dagli anni ’60 fino ai primi anni ‘90 aveva reso Alcamo una città povera di coscienza e idee. Poi qualcosa improvvisamente cambia con l’elezione di un Sindaco “illuminato”, un medico, non un politico di professione che stravolse in pochi anni la città e la mentalità dei suoi abitanti. Venne riqualificato il centro storico, ristrutturati i principali monumenti, riaperto il teatro e il centro espositivo-culturale. Una vera rivoluzione se si considera che Alcamo era appena uscita da una delle più efferate guerre di mafia che aveva imbrattato di sangue anche il granito della piazza principale.  Da quel momento, Alcamo abbandonò la sua anima democristiana per svoltare a sinistra, caratteristica non banale in una regione che di solito è schierata da tutt’altra parte. Quel fervore oggi si è decisamente attenuato e la città è sempre una roccaforte del PD, ma di quella parte più attenta al centro che alla sinistra.

Fare una passeggiata lungo Corso 6 Aprile (in alcamese, farsi una “cassariata”) significa attraversare tutta la città e apprezzare un tripudio di chiese e palazzi barocchi, eredità del periodo migliore e di massimo benessere di una città in grado, in passato, di attirare per i suoi fiorenti mercati uomini e donne da tutta Europa. Cognomi molto comuni come Tedesco, Milano, Lombardo, Pisano, Provenzano sono la testimonianza di una emigrazione al contrario. Quell’emigrazione che oggi spinge a lasciare la città i suoi figli migliori (sic!). Rimarreste senza dubbio abbagliati dalla bellezza della Basilica di Santa Maria Assunta con la sua cupola ritenuta tra le più belle d’Italia, le immense colonne di marmo rosso ed un portale opera di un allievo di Michelangelo. Le volte sono state affrescate da un pittore fiammingo che per l’occasione portò dal Belgio un’intera corte di modelli. Non è quindi sorprendente che la Madonna e i santi abbiano tratti tipicamente nord europei inclusa la carnagione candida e i capelli biondi che dalle mie parti sono una rarità.

La religiosità è un aspetto fondamentale sebbene la gente sia ben lontana dall’essere bigotta. La vita sociale e religiosa si intrecciano dando origine ad un calendario di eventi in cui autorità civili ed ecclesiastiche trovano modo di apparire fianco a fianco nella loro pressoché totale concordia. La settimana che tutti aspettano è senza dubbio quella della “Festa di la Maronna” in onore della patrona, Maria Santissima dei Miracoli. Degni di essere menzionati sono i giochi pirotecnici (“lu iocu ri focu”) con cui si conclude la festa: il crescendo di botti ed esplosioni di luce è definito dagli alcamesi “batteria ranni” (batteria grande); se lo spettacolo è gradito dai cittadini partono immediati i complimenti al sindaco con la tipica esclamazione “e bravu lu Sinnacu!”, in caso contrario la condanna è immediata e crudele “st’annu fu scarsu lu Sinnacu!”.

Sono poi importanti anche le celebrazioni della Pasqua con la processione del venerdì santo: la statua della Madonna Addolorata segue la bara del Cristo morto seguita dai fedeli con la bambine vestita da samaritane e i bambini da angeli. La notte di Pasqua, al canto del Gloria la statua del risorto salta fuori dall’altare maggiore della basilica spinto da uno strano congegno del XVII secolo.

Se si parla di economia è tutto un fiorire di lamentele e banalità ( “si stava meglio quando si stava peggio” è la mia preferita) eppure, al netto della crisi, abiti firmati e macchinoni che sfrecciano fra le strettissime strade del centro sono più che comuni. C’è tutta una classe borghese che non se la passa male: proprietari terrieri (la produzione del vino Alcamo DOC è la principale attività della città), piccoli e grandi imprenditori nel campo del turismo, commercio di marmo e legnami.

La mia città è indissolubilmente legata al nome di Cielo d’Alcamo, poeta del duecento ed autore di uno dei primi componimenti in lingua volgare, membro della famosa scuola siciliana di Federico II. Poi letterati ed artisti ma non di primissimo piano, qualche eroe risorgimentale e poco più.

Lo sport ha sempre dato grandi soddisfazioni ed in particolare la squadra di basket femminile e di pallamano maschile, entrambe in Serie A mentre la gloriosa squadra di calcio, con un passato in C1, si ritrova adesso nell’umiliante campionato regionale di eccellenza.

Ma in assoluto, lo sport in cui gli alcamesi eccellono è il “curtigghio”. Doverosa spiegazione, curtigghio vuol dire cortile, inteso come luogo di incontro dove darsi al pettegolezzo sfrenato. Il paese è piccolo e la gente mormora, parla non riesce a trattenersi. Non c’è nulla che una brava comare non sappia. Entrare in casa di una qualsiasi nonna alcamese equivale ad un aggiornamento rapido e spietato sugli affari altrui. La comunicazione wireless è nata ad Alcamo parecchi anni fa quando nei vicoli del centro le signore si scambiavano le ultime notizie affacciate a balconi talmente vicini che puoi stringere la mano al tuo dirimpettaio. Essere svegliato alle 8 di domenica mattina a causa delle futili ciance delle vicine è un’esperienza che quasi tutti gli adolescenti alcamesi hanno provato.

I passatempi dei più giovani sono fortunatamente meno malsani degli adulti. Si limitano infatti a presidiare il centro storico e soprattutto “la Piazza” dove si trovano i locali più fighetti (almeno lo erano prima che mi trasferissi) e si può fumare e tracannare birra in libertà. Non esistono dei veri centri di aggregazione per i giovani se si escludono le realtà parrocchiali e forse qualche movimento politico che solo negli ultimi mesi cerca di coinvolgere chi ha meno di 50 anni nella gestione della città. Le cose migliorano di molto in estate quando locali all’aperto e discoteche sulla spiaggia rendono le serate meno monotone.

Ho scritto forse troppo, eppure avrei ancora moltissimo da descrivere. Luoghi, eventi, persone e stranissime tradizioni. Magari ci sarà spazio per tutto questo in futuro. Non sono sicuro di aver reso giustizia all’immagine della mia città o se abbia suscitato in voi un minimo di interesse. Quello che so è che, sebbene possa vederla per pochi giorni all’anno, Alcamo è la mia città e questo basta per rendermela speciale.

“La Piazza” (foto da paesionline.it)

Santi, poeti, navigatori e migranti. Capitolo primo: ItAlieno allo specchio.

“Avevamo investito molto su di te eppure hai deciso di andare in Germania… bene, ma ti avverto che gli Italiani prima o poi vogliono sempre tornare a casa e quel giorno non sarai di nuovo in cima alla nostra lista”. Con questo anatema -o minaccia, se preferite- pronunciato dal mio capo a Palermo è cominciata la mia vita da italiano all’estero.

Un doppio calcio in culo, al mio e alla Meritocrazia che, si sa benissimo, esiste tanto quanto Babbo Natale.

Quando ho cominciato a pensare ad un post sugli Italiani all’estero, non avevo molta voglia di ideare un inizio ad effetto ed ecco allora questo incipit tanto banale quanto necessario.

Eppure, l’inatteso invito a scrivere un post su questo tema suona alle mie orecchie come “Guardati allo specchio!” Cioè, l’italiano all’estero…io!?

“Guardati allo specchio!”

Vivere all’estero per me significa accettare giorno dopo giorno dei compromessi, modificare abitudini e, ovviamente, sottostare a regole differenti. Quando tutto questo avviene in un paese come la Germania, ci sono ottime possibilità che l’adattamento alla nuova realtà sia piacevole e repentino. Non é difficile abituarsi a città dove il decoro e l’arredo urbano siano un valore sacro, i trasporti efficienti e puntuali, gli uffici privi di code. Io che sono un siciliano atipico (dal punto di vista fisico e mentale) e ho una sfrenata passione per la precisione e l’ordine mi sono ritrovato in una sorta di paradiso. Ma non voglio fare un elenco di ció che è meglio in Italia e ció che è meglio in Germania.

Potrei allora parlare di luoghi comuni e confermare che sono davvero comuni. Battute su mafia pizza e un vecchio primo ministro si sprecano. Io sono solitamente il primo a sottolineare i punti deboli italiani, però se sono io a prendere per i fondelli l’Italietta va bene, ma se qualcun’altro si azzarda a parlare male dell’Italia (o peggio, della Sicilia!) mi arrabbio di brutto!

Eppure i pregiudizi hanno il pregio di essere assolutamente democratici. Anche dalla parte opposta, infatti, non si puó negare che questi tedeschi siano tutti birra wurstel e kartoffeln, pessimi giocatori di calcio (grandi soddisfazioni dalle partitelle con i colleghi fino alle nazionali!), vestiti in maniera indecente (e lo dico io che delle mode me ne frego). Guai a tirare in mezzo Hitler e la seconda guerra mondiale, se la prendono moltissimo! Io mi riservo queste battutine per le occasioni migliori. Dei tedeschi è degna di nota la proverbiale imperturbabilità, almeno fino a quando il tasso alcolico è inchiodato allo zero. Sono tranquilli e silenziosi, insensibili agli stimoli e privi di ogni interesse alle interazioni sociali. Solo dopo lunghissimi periodi di studio e conoscenza si abbandonano a timide confidenze o ad impacciate relazioni interpersonali. Serve una numerosa pattuglia italo-turca per coinvolgere i tedeschi in attivitá ludico-ricreative. Ma, attenzione! bastano un paio di birre e qualche Jägermeister per renderli incontrollabili e rumorosi. Risulta alquanto stucchevole la loro predisposizione alle buone maniere. Ricevere un numero impossibile da quantificare di “Grazie” e “Sorry” in una sola giornata mi da sui nervi.

Mi astengo dal toccare l’argomento clima: sarebbe troppo facile infierire.

E poi il cibo: anche questo è un aspetto non trascurabile. Sebbene la cucina italiana non ha eguali nel mondo (su questo siamo tutti d’accordo) e a volte mi vengono le estasi mistiche al pensiero di una parmigiana di melanzane, una pizza come Dio comanda, frutti di mare o una grigliata di pesce che abbia il sapore di pesce, devo ammettere che la cucina tedesca ha moltissimi piatti che sono una goduria. Vi consiglio Käse-Spätzle, Bratkartoffeln, Currywurst, Zwiebelsteak e molto altro ancora. Chiedete aiuto a zio Google se non sapete di cosa sto parlando.

Da parte mia, sono fiero di aver sostituito il troppo inglese tè delle cinque con un italianissimo espresso che i miei colleghi hanno dimostrato di apprezzare moltissimo. Per me è anche un modo per ricacciare indietro la nostalgia.

Perché a volte basta sentire l’aroma del caffè per sentirsi a casa.

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PS: questo post si compone, nei miei piani attuali, di tre capitoli che verranno pubblicati ad intervalli rigorosamente irregolari. Inoltre i miei piani raramente si traducono in azioni concrete per cui declino ogni responsabilità riguardo alla mancata pubblicazione dei capitoli successivi.

PPS: in quanto alla scelta della foto/video (cliccate sulla foto!), spero di risultare più trash di Scaglia

Psychology for Dummies (Il saggio che non ti aspetti)

Quando si è piccoli, diciamo prima di cominciare la scuola, il mondo è un posto magnifico. I problemi sono roba da grandi mentre esistono solo piccoli contrattempi come il Didò che si indurisce o una sorella che cerca di mangiare le tue costruzioni.

La comunicazione per un bambino è del tutto semplice (checché ne dicano gli psicologi) e si basa su richieste che riguardano essenzialmente attenzione, gioco, cibo. Le risposte genitoriali a tali richieste possono essere negative scatenando reazioni che possono variare dal pianto all’autolesionismo, o positive nel qual caso il bambino si abbandona all’entusiasmo o alla totale indifferenza (quale era la domanda?).

L’interazione con i coetanei, che raggiunge in genere un grado di continuità e significatività rilevante sui banchi della prima elementare, impone un salto di qualità delle capacità comunicative. Questo è dovuto al confronto, per la prima volta, con realtà diverse ed interessi divergenti. Le reazioni del bambino a tali cambiamenti sono spesso incentrati sulla incredulità (Davvero non ti piace la nutella? Le bambine devono usare un bagno diverso? Tu fai il tifo per la Juve?) che ben presto lascia spazio all’affermazione della propria personalità ed unicità.

La diversità diventa quindi fattore di rilievo ed insegna all’essere umano a definire le categorie. Nascono quindi i quattrocchi, i ciccioni, i secchi e gli asini poi i figli di papà, i morti di fame, i leccaculo, i secchioni poi i … le … gli … (termini impronunciabili e censurati, ndr) in una escalation di definizioni via via meno appropriate che raggiunge l’apice durante l’adolescenza ma che può sfondare e proseguire nelle aule universitarie.

Gli adulti vedono i concetti di diversità e comunicazione sotto una luce del tutto particolare e con i tipici distinguo del politicamente corretto che impone di dire in pubblico esattamente il contrario di ciò che si pensa. Diversità diventa quindi termine da inserire in frasi che includono anche ricchezza ed opportunità, mentre per molti non sfigurerebbe insieme a rottura di scatole, problema, bingo bongo.

I luoghi che permettono a persone diverse di incontrarsi e comunicare sembrano essere esclusi dal paradigma di società che si delinea negli ultimi anni se è vero che ancora oggi si parla di China Town, libreria new age, Milan Club ed altri luoghi dove si possono incontrare esclusivamente i propri simili.

Qualsiasi luogo, reale o virtuale, in grado di unire gente che vive a centinaia di chilometri di distanza, creare incontri tra opinioni e stili diversi, diventare centro di discussione ma soprattutto un luogo dove si possa comunicare diventa essenziale ed imprescindibile.

Per questo ed altri motivi (ma soprattutto per tutta questa tiritera su diversità e comunicazione), ritengo appropriato che esista il blog chiamato “Il circolo dei blogger non scomparsi”.

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