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Torto sano

Watchmen

quis custodiet ipsos custodes
who watches the watchmen?

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Ottobre ’85. Un comico è morto a New York.
Edward Blake – un atletico diplomatico di mezza età – viene gettato nel vuoto dal suo lussuoso attico con una misteriosa facilità. Il brutale Rorschach scopre che a Blake corrisponde l’identità segreta del Comico, un vigilante in maschera come lui, in seguito riciclatosi per il governo come addetto tritarifiuti agli affari sporchi. Malgrado una lunga lista di torbidi moventi, per il freddo e paranoico Rorschach una spiegazione spicca sulle altre: qualcuno vuole eliminare i vigilanti mascherati inaugurando col sangue di Blake la sua folle crociata.
Le potenziali vittime comprendono il vecchio gruppo dei Minutemen e la successiva leva degli Acchiappa-criminali. Attivi negli anni ’30 e ’40, dei primi sono pochi quelli sani e integri dopo una perenne vita sul filo del rasoio: la vecchia Spettro di Seta è rinchiusa a rinsecchire in una casa di riposo; il primo Gufo Notturno si è ritirato per scrivere le sue memorie e a gestire un’officina per le obsolete auto a benzina. Quelli messi meglio. A Dollar Bill hanno sparato, Giustizia Mascherata è scomparso, Falena è impazzito e langue in manicomio. Il Comico è morto.
Roschach porta la notizia a chi rimane. Il primo è il secondo Gufo Notturno, Daniel Dreiberg. Fiacco e disilluso, Dreiberg attraversa la sua crisi di mezza età fra costose attrezzature e ricorrenti fantastie desiderando un ritorno che lui stesso crede sciocco e inutile. Il secondo è l’uomo più intelligente del mondo, Ozymandias, alias Adrian Veidt, uscito allo scoperto per diventare un facoltoso uomo d’affari. Borghese e decadente in tinta con la sua megalomania, sostiene che il suo intelletto – dopo essersi stufato delle piccolezze del mondo criminale – debba dedicarsi ad altre sfide: ai gordiani nodi dei massimi sistemi e alla disintossicazione di un futuro precario.
Ne rimangono due. Resta da avvertire l’uomo indistruttibile che qualcuno vuole ucciderlo: il dottor Manhattan. L’onnipotente super-uomo che ha ottenuto la coscienza della materia. Un eroe così potente da suscitare, alla sua scoperta, un delirio entusiasta riassunto nello slogan: «Dio esiste ed è americano!». Da diventare il principale deterrente nucleare degli Stati Uniti. Un essere che a seguito della sua onniscienza ha deciso di spogliarsi da ogni residuo di passione umana. Lo sa bene Laurie Juspeczyk, la figlia della prima Spettro di Seta e l’esasperata amante di Manhattan e del suo freddo determinismo.
Sulle sorti di questa difficile coppia e sul tormentato passato del Comico si fanno strada subdole trame sotterranee. Le sorti sono fuori portata; oramai nulla si può risolvere più a scazzottate fra pagliacci in costume. Il loro immaginario è penetrato e “il danno è stato fatto!”. Alle porte, l’Olocausto nucleare aspetta e gli eroi con la loro stanca morale avranno una loro ultima parola a riguardo.
Verrà fatta la cosa giusta, alla fine?
No. Perché nulla finisce.
Nulla ha mai fine.


Watchmen non a torto è diventato la Bibbia dei fumetti sui supereroi, nonché il suo DSM. Pur essendo una pubblicazione DC Comics, abbandona la continuity tradizionale per elaborare una realtà alternativa più verosimile e orientata allo scopo. In questo nuovo mondo troviamo una società sull’orlo del baratro e dove la gente nei riguardi degli eroi non rimane – come spesso rimane – un soggetto passivo. Gli eventi mutano e cambiano seguendo la causalità, intenzionale o involontaria, scatenata dal fenomeno dei vigilanti in costume (qui sconosciuti all’appellativo di “supereroi”). Così scompaiono le grandi famiglie malavitose del continente come pure le auto a benzina; i dirigibili sono i mezzi più diffusi di trasporto aereo e gli Stati Uniti vincono la guerra in Vietnam. Non nasce il movimento “hippie”, bensì quello analogo e più underground dei “nodi”, mentre le proteste del ’77 sono conseguenza di un diffuso sentimento anti-vigilanti.
Di fronte agli accadimenti del mondo, questi vigilanti si ritrovano alle prese, più che contro i loro nemici, contro loro stessi e il loro lato oscuro, sempre immerso in una viziosa e profonda umanità. Proprio qui sta la differenza rispetto ai fumetti tradizionali, dove il focus era incentrato sull’azione e la lotta al nemico di turno. In Watchmen, l’azione latita, ma ciò non penalizza affatto l’atmosfera, tesa e opprimente, mentre il fulcro dello svolgimento è spostato sul senso di mistero e sul sublime confronto tra i personaggi. Dall’intransigente Rorschach, misogino e sessuofobo, al qualunquista Gufo Notturno; da Ozymandias, alla ricerca di un fine più grande, al dottor Manhattan, per il quale la vita non ha più misteri e il tutto appare come un insensato disegno senza scopo.
Nato dalla penna di Alan Moore (ancora lui! già autore di capolavori come V per Vendetta e the Killing Joke) e la matita di Dave Gibbons, il graphic novel di Watchmen è la degna summa theologica di questo genere, tanto diffuso e tanto imitato.
Dopo la lettura di questo ciclo non ci sarà più nulla che non saprete o che vorrete sapere a riguardo.

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Voto fumetto: *****
Voto film: *** e ½

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Breaking Bad

Cominciare un episodio vuol dire terminarlo. E cominciarne un altro.
Quello che spiega il fenomeno i DexterWalking Dead e Breaking Bad vari è che le serie televisive sono fatte con una cura sempre più crescente, talvolta maggiore a quella che si riserva ai prodotti cinematografici. La concorrenza dei serial è crescente, la lotta creativa enorme. Breaking Bad è diverso dai primi due. Non ha un finale brutto come quello di Dexter e non è una sceneggiatura non originale, quindi derivata da un prodotto di solito narrativamente superiore. Breaking Bad è una storia, ed è spaventosamente attuale. Ma non c’è un tentativo subdolo di messaggiare lezioni, è proprio una storia. Una storia dove i personaggi innescano i cambiamenti e ne restano al contempo schiacciati e deformati.
L’incipit di BB è questo: un geniale professore di chimica che il destino ha assegnato a un comune liceo scopre, soffiate le cinquanta candeline, di avere il cancro. Tramite suo cognato, agente DEA (Drugs Enforcement Administration), viene a conoscenza degli ingenti profitti che il commercio dei narcotici può procurare e − entrato casualmente in contatto con un suo ex-allievo ora spacciatore − decide di cucinare metanfetamina di elevata purezza nel poco tempo che gli rimane per non lasciare un eredità di stenti finanziari alla sua famiglia. La doppia vita di mite professore e genio del male dal brutto cappello è presto insostenibile. La dimensione tragica è accresciuta dal contrasto fra il mondo letale del narcotraffico (che minaccia costantemente di porre fine alla sua vita, precedendo il cancro, e al suo piano di accumulo) e quello imbelle della vita quotidiana (dove le apparenze di rispettabilità e dei valori scontati scricchiola sotto il peso di un sistema che proprio giusto non è).
Proprio nel protagonista si combatte una battaglia in sordina, mentre la saga − super-avvincente − pensa a intrattenere noialtri. Walter White, il professore, non è un eroe. È un cattivo, e lo è a tutti gli effetti. Eppure, combatte disperatamente per una causa la cui ragioni riusciamo a comprendere e a giustificare. Agisce avidamente, ma non potrà beneficiare dei soldi. Dice di farlo per la famiglia, ma lo fa sintetizzando una delle droghe più devastanti mai entrate nel giro. Intreccia trame manipolatorie, ma le menzogne che lo proteggono sono fragilissime. Si dichiara un professionista, ma agisce avventatamente. Millanta un vasto potere, ma spesso viene preso a pugni senza troppo sforzo.
La sua è una dimensione drammatica a cui nemmeno lui riesce a dare un senso, e − se ci riesce− non lo fa dialogando con gli altri personaggi. Nessuno in effetti si sforza di comprenderlo, né lui fa qualcosa per aiutarli. Costretto a recitare un ruolo di responsabilità, di insegnante, di marito, di padre, di “socio”, non esplora mai le sue motivazioni, anche se in qualche modo si avvicina a una forma di consapevolezza.
È condannato, lo sa, e si dà per vinto, ma a modo suo.
Gli altri personaggi non sono da meno e − salvo qualche forma stereotipata − formano tutti una corte eccellente di comparse. Jesse, studente e socio di Walter, anche lui è intrappolato in una scia di delitti costretti eppure gli scrupoli che si pone affiorano sempre in maniera quasi naturale. Anche se più immaturo di Walt e sebbene non sia uno stinco di santo, Jesse è il buono e la sua rabbia è sempre “giusta” e disinteressata.
I protagonisti sono fari di empatia dove tutt’attorno avviene la dissoluzione morale dei concetti di bene e male, giusto e sbagliato, lecito e illecito. Il grande sistema viene smantellato in piccole, mostruose contraddizioni dove l’insignificante essere umano prova inutilmente a essere integro mentre il mostro si affaccia e si confonde.

Una serie TV che vi costringerà a finirla voracemente, un monumento alla cura dei dettagli e alla veridicità data sopratutto dalla precisione degli archi narrativi e dalla profondità dei ritratti in una costruzione eccezionale di regia e sceneggiatura.
Difficilmente potrete trovare di meglio.

Voto: *****

Breaking Bad

La Grande Bellezza

È una recensione difficile. Non saprei confrontare la mentalità del regista Sorrentino rispetto ai lavori precedenti o cogliere le particolarità dei luoghi, le citazioni raffinate e sopratutto i perché delle polemiche. Anzi, forse questi li posso intuire: perché nella decadenza si smuovono prima le suscettibilità dei sentimenti complicati.
È un film bellissimo, per coloro che sono condannati alla sensibilità. Tutto si spiega nel titolo, è intuito – ma non rappresentato – tutto il senso dell’opera. Nell’opera il senso non si trova, non da solo: è un brulicare di sensazioni; un impatto visivo-sonoro totale. La miseria umana si riduce a una brulicante parentesi sullo sfondo di una meraviglia possente, opaca, ma non alterabile, anche nei piccoli significati dei gesti.
Penso di dover scrivere la poesia che mi è venne in mente, esplicativa più di qualunque commento. Al buon Jep.

Un migliaio di anni da questa notte
quando Orione scalerà il cielo
la stessa rapida neve riempirà i tetti
le stesse pazze stelle correranno in cerchio
chi si ricorderà della guerra in Cina
o dei gas velenosi in Spagna?
I morti saranno dimenticati, perduti
che essi abbiano vinto o perso
ma solo la bellezza, solo la verità, dureranno un migliaio di anni.

Survival di Margaret Moore Meuttmann

La grande bellezzaVoto: s.v.

Oroscopo 2014

Spesso si ha la pretesa di poter snobbare l’oroscopo. È sicuramente una pretesa sacrosanta, una delle poche, quella di poter accanirsi contro un residuato di superstizioni col fiocchetto. D’altronde, l’oroscopo ha origini lontane: tralasciando riverenze alla tradizione, bisogna concordare che questo strumento dell’astrologia ha saputo egregiamente riciclarsi. Oggi è letteratura leggera, adatta a spiriti poco affini alla carta stampata, ma desiderosi di potersi destreggiari con astrazioni che dicano loro come ci si deve comportare, ma senza alcuna spocchia intellettuale o altezzosità scientifica. Parlando di menti deboli, il pregio dell’oroscopo è solo quello, visto nelle previsioni c’è meno precisione che in una meridiana di notte. L’oroscopo di per sé è merce dei millantatori e acquisto degli idioti, ma non sia mai di snobbarlo solo per quello. In buone mani, come quelle di Rob Brezny, l’oroscopo smette di essere filosofia d’accatto – barchetta fra amore, lavoro, fortuna e soldi – in cui il rischio di dubitare viene cestinato. Diventa invece aneddoto, storiella, consigli per essere una persona migliore. Un genere con la capacità letteraria di evadere in un mondo tranquillo, a luce diffusa, dove le nostre imperfezioni si rimpiccioliscono e dove siamo più felici. La vita vera, invece, sta altrove.
Buon 2014!

Ariete (21 marzo – 19 aprile)
Arrabattarsi a compromessi può funzionare, ma non è una massima da applicare a tutto il quotidiano. Può andar bene per accontentare e essere tolleranti, ma serve sapienza. Altrimenti – lo dice la parola – le cose si compromettono. Per essere giusti serve esperienza, non solo volontà.
Toro (20 aprile – 20 maggio)
D’accordo essere concreti, ma i piedi per terra andranno pure alzati per andare da qualche parte. Aristotele, il padre dei logici, distingueva tra vizi per eccesso e per difetto. Cercate di non eccedere col pragmatismo, abbandonatevi a qualche svago. Spezzate un momento, per non spezzarvi.
Gemelli (21 maggio – 20 giugno)
Il 2014 è un anno da dedicare a voi stessi, agli altri, agli hobby. Non temete gli incastri, il tempo si trova per tutto. Non lasciate che gli interstizi di tempo delle attese e dei tempi morti vi scivoli via. Vi appartiene anche quello. Magari non consacrateli solo alla messaggistica e ai giochi brutti per iPad. Invece unite l’utile e il dilettevole; è come moltiplicare per due.
Cancro (21 giugno – 22 luglio)
Fra i propositi del nuovo anno non ammassare le solite accozzaglie di banalità. Tipo: avere salute, fare più moto, mangiare meno. Anche se non ingrani subito cosa importa? C’è un intero anno per rimediare. Abolito il calendario, dunque, cercate di rendervi conto cosa è giusto per voi e decidete con calma come cambiare.
Leone (23 luglio – 22 agosto)
Non siate perfetti, cercate di essere bravi, diceva Steinbeck. La perfezione si scontra con l’aurea mediocritas romana, l’ottima moderazione parte dalla consapevolezza dei propri limiti. Si smussano, ma non si eliminano. Non cercate l’anno perfetto, cercate l’anno giusto.
Vergine (23 agosto – 22 settembre)
È il momento opportuno per liberarsi dalla massima personificazione di tutto quello che avete sempre sperato di essere. Ora potete essere la personificazione di quello che siete già diventati, e non è poco. Senza ansie da prestazione verrà facile sbaragliare i giorni, e ci sarà più spazio per ammirarne la bellezza.
Bilancia (23 settembre – 22 ottobre)
Avete mangiato troppo nelle feste? Vi sentite in colpa per questo? Non è colpa vostra. I momenti conviviali, con tanto cibo e quell’angustia attorno a un tavolo gremito gomito a gomito, sono una tantum; la meritata trascuratezza mangereccia di fine anno. Applicarla resto dell’anno invece sarebbe imperdonabile, sarebbe un insulto alla sua inaugurazione. Giù la panza, ma non subito!
Scorpione (23 ottobre – 21 novembre)
A dicembre si tirano le fila di un anno sperando di darci un senso. Le crisi, i nuovi papi (che se ne vanno, che arrivano, che “decadono”), gli avvenimenti ci sfiorano tutti, ma il loro computo è un esigenza d’archivio. Non vediate il bicchiere mezzo vuoto di un anno deludente quando in realtà stai facendo un percorso da lungo termine. Un anno serve a non perderne le tracce, e – se occorre – a tornare sui propri passi.
Sagittario (22 novembre – 21 dicembre)
A rovinarvi il compleanno non ci sarà più il pensiero di una catastrofe maya. Per precauzione si potrebbe dare un occhiata anche al calendario Inca, ma non è questo il punto. Queste sono cose da prendere con leggerezza altrimenti diventano pesanti. Quindi, visto che non ci sarà nessuna distruzione planetaria, cercate di andarci piano coi festeggiamenti.
Capricorno (22 dicembre – 19 gennaio)
Niente scorre in linea retta, né i fiumi, né il tempo. Quindi anche quest’anno ti ritroverai a combattere con la sensazione che tutti i festeggiamenti che contano scivolino via con una brusca accelerazione. Ma – non per sembrare un fanatico o cosa – tutti i giorni possono essere ugualmente gioiosi come le feste invernali. L’ordinario non è scialbo se lo si affronta senza preconcetti.
Acquario (20 gennaio – 18 febbraio)
Essere sotto un segno mistico equivale a rassegnarsi al rumore dei saltimbanchi e dei prestigiatori. Magari trovate quello che vi asseconda, ma non quello che vi serve. Nell’anno nuovo spezzate le illusioni e rimpiazzatele con un vissuto sognante. Che può benissimo corrispondere alla grigia realtà, basta osservarla con occhi nuovi e attenti.
Pesci (19 febbraio – 20 marzo)
Nel vostro animo si dibattono spinte contrapposte. Da un lato l’opposizione ai facili entusiasmi e alla loro banalità; dall’altro sgorga una marea corale di emozioni che aspettava un pretesto come quello natalizio per tracimare fuori. Entrambe vere? Valutate voi. Del resto, anche l’oroscopo serve a iniettare del facile ottimismo. È una cosa piacevole, altrimenti avremmo già chiuso bottega da un pezzo.

Quante melensaggini tutte in una volta, neh! Buon anno!Notte stellata

Il ritmo dell’algoritmo

Ahi, l’amore mamma mia!
Hai un’amica che ti accompagna che fa la modella in Spagna
hai l’aria dolce e  i tuoi occhi son stupendi
hai l’arte sparsa per il corpo, meriti un tour

Il cuore
il cuore pasticcione
il cuore e la fame
il cuoco di bordo

Che puntata c’è domani a “uomini e donne”?
Che puntata va in onda oggi a “uomini e donne”?
Che punteggio danno per lussazione clavicola-spalla?
Che punte usa Svetlana Zarakhova?

Quando riuscirai a capire come la penso?
Quando riuscirai a capire come la penso purtroppo avrò già cambiato idea
Quando riusciamo a vedere la bellezza essa è sempre perduta
Quando riuscirai a fregartene?!

Come fai a capire se sei venuta?
Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita?
Come fai a guardare la ragazza che ami e convincerti che è il momento di andartene?
Come fai a capire se sei incinta?

credits: Google.it
per info visitate http://italiano.googlepoetics.com/

Cucina occasionale − le ricette che non credevi possibili: Hamburger di ceci

La cucina occasionale è un concetto semplice quanto sfuggente e, per questo, forse è meglio spiegarlo tramite gli antefatti.
Nella solitudine del limbo estivo compreso tra una vacanza e l’altra, un giovane uomo venne abbandonato a casa assieme a un frigo colmo di viveri. Grazie alla previdenza della figura materna − entità la cui apprensione per i figli è ripartita fra le due percentuali di morte per assideramento (d’inverno, ma anche d’estate) e morte per denutrizione −, la fame non era un problema. Semmai il problema era ingurgitare tutto quel cibo senza farlo guastare o scadere perché − sempre per formazione matrilineare («Nun strasà» diceva la nonna) − gli sprechi erano al bando. A questa nobile quanto annosa questione si accompagnava quella ipotetica di riuscire a cucinare in tempi serrati in risposta alle esigenze del lavoro e del tempo libero.
Mancando il tempo e con il suo scorrere, poi, si poneva l’esaurimento delle scorte, riducendo le possibilità di alternative a certi piatti.
A causa di tutto questo, il giovane uomo, tra le sperimentazioni dettategli dalle necessità, coniò dunque la cucina occasionale. Si trattava di combinare gli alimenti avendo come la priorità la loro freschezza e la data di scadenza. Non essendoci ricette o non avendo il tempo di consultarne, spesso le soluzioni erano inedite. In una parola, casalinghe. Inoltre, appunto mancando la guida di una ricetta, i risultati erano scriteriati. A volte i piatti erano quasi immangiabili a causa del mancato discernimento nell’uso dei condimenti (es. salando i legumi o maneggiando il dado). Ma per fortuna di solito l’esito era soddisfacente, anche se con porzioni abbondanti. I quantitativi superiori al fabbisogno recavano due effetti/soluzioni: invitare amici, che fa sempre piacere  (ma poi chi lava i piatti?); venderli, se e quando cookistoprenderà piede in Italia; inscatolare degli avanzi. Gli avanzi, in particolare, sono una delle forze motrici della cucina occasionale: un giorno portata principale, quello dopo contorno.
La scelte obbligate date dalle scadenze e dalla disponibilità degli ingredienti sono spauracchi, la cucina occasionale consiste nell’arte di superarli. È un processo trial & error, ma dalle sicure garanzie perché l’obiettivo non è la precisione della ricetta, ma l’intuito del risultato (non ci sono indicazioni schematiche, solo semplici linee di suggerimento). Non abbiate paura di provare, l’importante è non buttare via niente. Sperimentino i signori, sperimentino!

Hamburger di ceci
La ricetta non è una ricetta. Sarebbe quello che racconterei a un tale se mi chiedesse come fare una ricetta. Ovvero senza dovizia di particolari.
Questa ricetta è nata in seguito a un’improvvisa abbondanza di ceci, che non sapevo più in che modo cucinare. SPero vi piaccia.
Ingredienti: Acqua, ceci, olio d’oliva, sale, spezie
Strumenti: Bacinella, pentola a pressione, piatto, forchetta, padella

Per questo piatto è richiesto che abbiate a disposizione dei ceci già cotti, magari avanzati da una precedente pasta coi ceci.
I tempi di cottura dei ceci, nonché il quantitativo d’acqua richiesto, vengono sempre riportati sulla confezione; comunque non vanno cotti prima di una notte in ammollo in acqua. Non vanno salati in cottura ed è meglio metterli in pentola a pressione con acqua già bollente.
Una volta scolati me li potrei mangiare così come sono, uno ad uno, come snack. I ceci tostati, quelli sì che sono ottimi snack. Tornando ai ceci, qualora non occorressero per altre ricette, possono essere utilizzati per farne degli ottimi hamburger.
Il procedimento è primitivo: forchetta e forza bruta. La buccia del legume rende scomodo l’utilizzo di altri utensili; io prediligo la forchetta per semplicità, per mascolinità e per non dover lavare altre cose dopo.
Ottenuta la poltiglia e unta con un po’ d’olio, le si dà la forma dell’hamburger e lo si getta in padella con olio caldo. Tenete la fiamma media. Essendo un alimento già cotto, la cottura in padella deve durare il tempo necessario a creare una crosta dorata, che serve a dare consistenza. Una volta ottenuta, l’hamburger è pronto per essere servito e mangiato.
Nota: L’impasto non dovrebbe sfaldarsi. L’ingrediente da aggiungere per scongiurare il rischio è la farina di carrube. Chi non ne ha un po’ nella dispensa? Sperate che venga bene, dai. Per dare sapore metteteci qualche spezia.
Buon appetito!

As I said Ceciburger

As I said Chickenpeasburger

Cucina occasionale – le ricette che non credevi possibili: Yogurt al melograno

Ingredienti: Yogurt bianco, melograno, miele
Niente di trascendentale. Sgranate il melograno, aggiungete i chicchi allo yogurt ed è fatta. Valutate la dolcezza e, se volete, mettete miele quanto basta secondo il vostro gusto.

Pomegranate Yogurth

Pomegranate Yogurth

Nota: il melogranocosta uno sproposito. Per procurarvelo fate lunghe passeggiate nel vicinato: il melograno è una pianta diffusa nei giardini, e – adesso che è periodo – se avrete fortuna riuscirete a mettere le mani su qualche frutto vicino alla cinta. Altrimenti fatevelo regalare: il melograno come il kiwi tende a oscillare dal poco al molto aspro, e – anche per non stare a sgranarlo – qualcuno sarà ben felice di disfarsene.
Il melograno si trova anche nei cimiteri, specie sulle tombe a terra viene usato come pianta ornamentale. Non temete di considerare il gesto come una profanazione o di offendere in qualche modo il defunto. Io ho chiesto e non si è lamentato.
L’usanza del melograno nei cimiteri deriva dal mito. Il melograno fu il frutto infernale che il dio Ade offrì all’amata e affamata Persefone durante la traversata dell’oltretomba per ricongiungerla alla madre. La legge divina prescriveva che chiunque avesse mangiato un frutto dell’inferno sarebbe stato costretto a rimanervi. Lo stratagemma del dio di legarla al suo mondo funzionò. Persefone ne mangiò sei semi prima che l’inganno fosse scoperto. A quei sei semi corrisponde sulla terra il lutto di Demetra per la sorte della figlia, rinchiusa nel Tartaro, e rappresentano la brutta stagione. Non è un caso che agli esordi dei primi freddi il melograno cominci a maturare.
Non so quanto questo mito sia davvero pertinente come spiegazione. Il melograno, grazie all’adattabilità della pianta, è simbolo di fertilità ed è carico di numerosi significati positivi presso il cristianesimo e le culture dell’Asia minore, da dove proviene. Nel contesto di un camposanto dovrebbe rappresentare la rinascita; ma non sta scritto da nessuna parte. Prendete il frutto e scappate.

Quando niente sarà mai stato

(Continua dall’articolo Il romanzo e la fine della materia di Massimiliano Parente, su Le Scienze del maggio 2013)


Vorrei concludere questa riflessione sulla letteratura, la vita e l’entropia citando un artista italiano, Gino De Dominicis. Nel 1970  De Dominicis pubblica un testo intitolato Lettera sull’immortalità del corpo, nel quale chiama esplicitamente in causa proprio l’arte, la scienza e il dramma delle cose destinate a finire nel proprio disfacimento definitivo. È una lettera bellissima e lucidissima, e parla implicitamente dell’evoluzione, della provvisorietà materiale, quantistica, assoluta delle cose, dell’inconsistenza effettiva di qualsiasi organismo pensante di fronte al caos della materia.
Dopo aver auspicato che tutte le risorse economiche del mondo vadano alla ricerca scientifica per cercare di raggiungere l’immortalità, De Dominicis dice: «Un bicchiere, un uomo, una gallina non sono veramente un bicchiere, un uomo, una gallina, ma solo la verifica della possibilità di esistenza di un bicchiere, di un uomo, di una gallina. Per esistere veramente le cose dovrebbero essere eterne, immortali».
È una delle cose più commoventi e più strazianti che si possano immaginare, la fine di tutto, che per la scienza è la cosiddetta morte termica dell’universo. Eppure siamo abituati a pensare al futuro prossimo, quando non ci saremo più. Capita di immaginare che cosa accadrà dopo la nostra morte tra cento, duecento, anche mille anni, perché è un tempo alla portata del nostro pensiero. Ma non immaginiamo mai che cosa accadrà fra uno, due, mille miliardi di anni.
Oggi sappiamo che le cose eterne non lo sarebbero mai, in nessun caso, neppure se dovessimo vivere mille miliardi di anni: la materia non lo permetterebbe. Qualsiasi grandezza raggiunta dal nostro pensiero, da Galileo a Einstein, da Shakespeare a Proust, qualsiasi grandezza raggiunta da qualsiasi civiltà nell’universo, prima o poi finirà nel nulla. Ci sarà un giorno, che non sarà un giorno per nessuno, in nessun luogo dello spazio, in cui niente sarà mai stato. Tutto ciò è incredibilmente meraviglioso, infinitamente commovente e anche profondamente terrificante.

Chaos of 2012 by Zack Bush

L’impossibilità dell’ordine

(Continua dall’articolo Il romanzo e la fine della materia di Massimiliano Parente, su Le Scienze del maggio 2013)

Quasi tutti i romanzi di McEwan iniziano da una situazione 
semplice, ordinaria, subito stravolta da un incidente. L’amore fatale comincia su un prato dove il protagonista sta facendo un picnic con la compagna quando vede un pallone aerostatico in difficoltà. Questo evento casuale darà origine a una serie di eventi ingovernabili. Stessa situazione in Sabato: la vita di un neurologo è completamente stravolta a causa di un incidente insignificante, stavolta automobilistico. La nostra realtà sta in piedi per una serie di sforzi artificiali che ne limitano la naturale tendenza al caos.
«Dove l’umano bisogno di ordine incontra l’umana tendenza al caos», si legge in L’amore fatale, «dove la civiltà inizia a cozzare con il proprio malcontento, si verifica una frizione, e un grande accumulo di stanchezze e conflitti diffusi. Se ne trova riscontro nelle chiazze di linoleum consumato davanti alle porte di ciascun ufficio, nella lunga crepa verticale sul vetro opaco dello sportello dell’ufficio denunce». Al culmine della vicenda il protagonista orina in un bosco e riflette su l’insensato brulicare di esseri viventi, con un riferimento all’innocenza perduta dell’illusione religiosa: «Cosa restava in tutto ciò che potesse servire al ciclo del carbonio e al fissaggio dell’azoto? No, noi ci eravamo esclusi dalla grande catena. Era stata la nostra stessa complessità ad espellerci dal Giardino. E adesso eravamo nel caos della nostra autodistruzione».
Per questo McEwan adotta di frequente una misura temporale rallentata, funzionale a cogliere gli eventi prima che vadano in frantumi. Come la fotografia stroboscopica dell’esplosione di un uovo che non è più possibile ricomporre, e la rottura di un uovo è un esempio familiare molto amato dai fisici per spiegare la seconda legge della termodinamica. Tutte le nostre vite sono uova in procinto di rompersi. In Sabato l’intero romanzo si svolge in un giorno, e come in altri romanzi di McEwan basta un minimo incidente per far precipitare gli eventi nel caos. Tutto ciò che appartiene alla nostra esistenza è tenuto insieme da uno spreco di energia vitale, una forma provvisoriamente viva nell’universo insensibile della materia inerte.
Questo vale perfino per gli oggetti personali, che senza la forzatura di chi li possiede perdono ogni significato. Si noti la vicinanza con l’idea dadaista dell’object trouvé, o ancora con la poetica del readymade duchampiano, e in generale con l’invasione degli oggetti a cui ci ha abituato l’arte contemporanea d’avanguardia. «Gli oggetti si trasformavano in spazzatura non appena venivano separati dal loro legittimo proprietario e dal loro passato; senza di lei, il vecchio copriteiera era orrendo, con quel disegno sbiadito della fattoria, le chiazze marrone chiaro sul tessuto scadente e l’imbottitura ormai penosamente sottile. Henry si accorse che in realtà nessuno possiede niente».
Lo stesso ospedale dove lavora Perowe diventa simbolo di un ordine sterilizzato, artificialmente imposto. Soprattutto di notte gli spogliatoi rivelano l’aspetto caotico della realtà. Senza il personale delle pulizie niente sta più al suo posto e «può essere seccante andare di fretta e non riuscire a trovare due zoccoli dello stesso numero». L’immagine dello spogliatoio ricorre anche in altri romanzi di McEwan. In Solar diviene addirittura il simbolo del nostro naturale disordine sociale: «Come specie, non certo la migliore immaginabile, ma di sicuro la più interessante fra quelle esistenti. Che dire tuttavia di quella condivisa vergogna che era lo spogliatoio? La scienza era certo una bella cosa, e chissà magari anche l’arte, ma forse la soluzione non poteva risiedere nell’autoconsapevolezza. Occorrevano buoni sistemi organizzativi per fare in modo che delle creature fallaci potessero utilizzare correttamente uno spogliatoio. Meglio non affidare nulla alla scienza, all’arte o all’idealismo. Solo delle buone leggi potevano salvare lo spogliatoio». E proprio lì nello spogliatoio c’è un’agnizione esistenziale del protagonista, il premio Nobel per la fisica Michael Beard, sull’esistenza umana: «Ciascuno di noi, tutti quanti, destinati senza scampo ad affrontare individualmente l’oblio, eppure nessuno che se ne lamenti troppo».

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La coscienza dell’entropia

(Continua dall’articolo Il romanzo e la fine della materia di Massimiliano Parente, su Le Scienze del maggio 2013)

In tutto il XIX secolo forse la frase più realistica sull’esistenza in un romanzo l’ha scritta Flaubert, descrivendo la morte di Madame Bovary: elle n’existait plus. Ma in genere i letterati umanisti hanno preferito mettere la testa sotto la sabbia, alzando gli occhi al cielo. I progressi della scienza sulla definizione della realtà non hanno impedito alla maggior parte degli scrittori di sentirsi garanti di qualcosa da chiamare anima o spirito, rifiutando ancora una volta la materia. Viene in mente una frase di Emile Cioran: «La morte, che disonore, diventare di colpo oggetto!». E così tuttora per il mondo letterario, «discendiamo dalla scimmia», mai da pesci, tanto meno da cellule procariote vecchie tre miliardi e mezzo di anni. Non è la discendenza a non essere accettata, è ciò che implica in termini di ordine perduto, di condanna alla fine, di ineluttabile disfatta nei confronti della materia. Al massimo, nei più informati, il dramma evolutivo e termodinamico è stemperato in una distinzione elettiva tra primati (gli uomini, separati dagli altri animali, ancora rassicurati dalla gerarchia di Linneo) e nella beata ignoranza di tutto il resto. E allora, tornando al punto centrale: come possono gli scrittori non tener conto degli sconvolgimenti della biologia, dell’astronomia, della meccanica quantistica? Come possono continuare a fingersi architetti di casette narrative sulle macerie di un ordine che non c’è più? È come se la letteratura si trincerasse dietro la prima legge della termodinamica, opportunamente spiritualizzata, per evitare di finire stritolata nella seconda.

Tra i grandi scrittori che non hanno ignorato il caos che mina l’ordine immaginario dell’uomo c’è senza dubbio Marcel Proust. L’intera Recherche è un’immane costruzione fintamente romantica, che in realtà si autodistrugge completamente nell’ultimo volume. Il tempo ritrovato è il tempo perso per sempre, la precarietà fisica della vita che precipita verso il disordine, verso il caos, e presto verso il nulla. Nulla esiste senza consumarsi, nessuna forma, nessun simbolo, neppure i nobili Guermantes. Proust fa crollare l’intera impalcatura narrativa dell’opera nella consapevolezza della dissoluzione di ogni cosa, e lo fa dal punto di vista più estremo e biologico. Non a caso fu un lettore di Darwin e ne trasse le conseguenze. È come se Michelangelo avesse affrescato la Cappella Sistina al solo fine di esibirne il cedimento della struttura, il disfacimento, la finzione, le crepe nell’effimero cemento.
Una presa di coscienza dell’entropia la troviamo in molti altri grandi scrittori del Novecento, da Witold Gombrowicz a Carlo Emilio Gadda, come pure nell’opera di Samuel Beckett, spinta fino alla paralisi e al silenzio. Ma, a parte Proust, spesso si tratta di una crisi ideale tutta interna al pensiero umanistico-filosofico, come quella di Albert Camus. Mai fondata su una precisa visione scientifica. Difficilmente, insomma, troviamo scrittori realmente consapevoli della nostra realtà evolutiva, fisica, astronomica e che fondino su questo la propria visione del mondo.
Eppure nel frattempo è passato un secolo, e non un secolo qualsiasi. Un secolo in cui abbiamo campionato l’intera sequenza del nostro genoma, abbiamo scomposto l’atomo, siamo arrivati a verità infinitesimali e infinitamente grandi. Ci sono tantissime altre verità da scoprire, ma nessuna verità scoperta è consolatoria per la nostra eternità, e nessuna lo sarà mai. Una tra tutte: noi non sopravviveremo, neppure l’universo sopravviverà a se stesso. Solo che, a differenza di noi, non se ne accorgerà.
Essere coscienti è la più straordinaria avventura che ci è dato vivere, il nostro pensiero è una rarità statistica nel cosmo. Ma anche la nostra tragedia è straordinaria, e la maggior parte degli scrittori non vuole saperne. Se ne è accorto Michel Houellebecq, subito definito «pessimista», «materialista» o «nichilista», per il quale l’universo è solo «una furtiva accozzaglia di particelle elementari, una figura di transizione verso il caos, destinato ad avere la meglio».
Ecco perché, da questo punto di vista, ha un valore speciale l’opera di uno scrittore come Ian McEwan. Insospettabile, tra l’altro, perché decisamente popolare. I romanzi di McEwan, da cui spesso sono stati tratti film di successo, non rinunciano all’ordine della narrazione, e perfino alla narrazione di storie in apparenza ordinarie. E tuttavia nascondono al di sotto della trama una potente sottotrama scientifica, una precisa visione tragica dell’uomo aggredito dal caos della realtà. Anzi, forse l’uomo di fronte al caos è il vero tema nascosto di Ian McEwan. È una percezione condivisa da molti scrittori della seconda metà del XX secolo, ma perfino pensare al rumore bianco di Don DeLillo non è un buon termine di paragone, perché è un rumore di fondo prodotto da una condizione economico-sociale (il capitalismo) più che dal caos dell’universo, una forma di alienazione sociale. Essendo un romanziere tradizionale, McEwan non può scardinare e far esplodere le strutture narrative del romanzo come avrebbe fatto Joyce, né approdare al silenzio antinarrativo di Beckett. E in un certo senso sarebbe fin troppo facile. L’operazione è più efficace se compiuta all’interno del romanzo classico, un mondo narrativo dove circoscrivere un senso che nella vita vera non c’è.
Il romanzo tradizionale è una forma infida proprio per la sua necessaria costruzione narrativa, è in qualche modo una forma implicitamente religiosa. L’Antico Testamento, il Corano, il Vangelo, qualsiasi testo «sacro», sono macchine narrative, fabbriche di favole, romanzi di illusioni. McEwan si trova di fronte lo stesso scarto tra l’ordine fittizio della filosofia prescientifica garantito dalla religione e la visione reale, evoluzionistica, termodinamica, dell’universo moderno. Il romanzo come macchina della menzogna deve anzitutto dire la verità, e se possibile autodenunciarsi, dichiarare il paradosso. Al riguardo, in Sabato si legge: «A differenza di quanto succede nei romanzi, nella vita vera le rese dei conti sono di rado così precise; e gli equivoci restano spesso irrisolti. Senza neanche conservare chissà quale urgenza. Ma semplicemente dissolvendosi. La gente si confonde, ricordando, oppure muore, oppure muoiono i problemi lasciando il posto ad altri, nuovi». Il romanzo confligge con il vero senso del mondo, con la naturale tendenza di ogni cosa al disordine, non solo disordine materiale ma anche morale, etico, filosofico.
Questi due stati, realtà fisica del disordine contro illusione metafisica dell’ordine, sono rappresentati anche nella contrapposizione tra le due sorelle di Espiazione: Briony e Cecilia. La prima crede ancora nell’ordine, la seconda è già passata all’età adulta, ossia al caos sentimentale e materiale. Briony, abituata a controllare il mondo scrivendo racconti, si angoscia quando deve scrivere un dramma con attori di famiglia, perché la sua piccola forma non può resistere all’invasione devastante della vita reale. Ma presto prende consapevolezza della propria non unicità, analogamente all’uomo moderno rispetto all’uomo metafisico, religioso, o al Rembrandt di Duchamp che diventa un asse da stiro. Si sente unica, ma pensa: «Era così anche per tutti gli altri? Se la risposta era sì, allora il mondo, la società doveva essere complicata in modo insostenibile, con i suoi due miliardi di voci, e coi pensieri di tutti allo stesso livello e le pretese di una vita altrettanto intensa da parte di tutti, e con l’unanime convinzione di essere unici, quando nessuno lo era». E presto nella ragazza entra il pensiero dell’assurdità evolutiva, un primo orrore verso il mostro biologico di cui è composto il suo tanto amato spirito: «Alzò la mano flettendo le dita e si chiese, come già le era capitato di fare altre volte, come fosse entrata in possesso di quella cosa, quella specie di morsa, quel ragno carnoso al suo completo servizio».