Quotidianity – 8

-Ciao Lele.
-Oh! Ciao Ricky. Finalmente ci si vede.
-Sì.
-Com’è che ti becco solo due volte al mese?
-Forse meno.
-Soldi ben spesi, eh?
-Quali?
-Questi qua. Quante volte vieni di solito?
-Due alla settimana, quando riesco.
-E non ti vergogni?
-Non mi fa impazzire la palestra.
-Come non ti fa impazzire? Che ti sei iscritto a fare?
-Eh. Due volte alla settimana vengo, però.
-Sì, ma se non ti piace perché ti sei iscritto?
-Pensavo fosse meglio.
-Io sono sempre qui.
-Ah.
-Però ti vedo pochissimo. Dimmi la verità.
-Quale?
-Verrai una volta ogni tanto.
-No. È che… Sto qui, dagli attrezzi. E poi. A volte passo di mattina.
-Ah, sì, no, io di solito verso pomeriggio, a quest’ora qui.
-È per questo che non ci incontriamo.
-Ricky. Non mi dire minchiate.
-No, è per questo, davvero.
-I tuoi che dicono?
-Sono tranquilli.
-E dei corsi, dei corsi fai qualcosa?
-No.
-Nessun corso?
-No. Non mi piacciono.
-Ma allora tu ti sei iscritto proprio per non fare un cazzaccio!
-No. Qui, sto dagli attrezzi. Corro. Vado in cyclette.
-E basta.
-Non faccio corsi.
-Guarda che non sono male. Io ci vado spessissimo.
-Non sono male?
-È pieno di gente, c’è chi ti segue, ti allenano, e si impara qualcosa.
-Pieno di gente. Proprio per questo evito.
-Ma daai.
-Troppa gente. Preferisco star da solo.
-Dimmi una cosa. E i tuoi fratelli?
-Michele si è ritirato, Stefano continua.
-Stefano non l’ho proprio mai visto. Mai.
-Viene di mattina.
-Solo di mattina?
-Sì.
-Ah, è per questo che.
-Sì.
-E te?
-Mh?
-Cosa dicono i tuoi, che sei iscritto.
-Ho fatto l’abbonamento annuale, per forza sono iscritto.
-Ah.
-Però non lo rinnovo manco morto.
-Oh, ora ti riconosco.
-Manco morto.
-Ma pensa te. Annuale.
-Già… Lele, invece tu?
-Cosa?
-Dimmi.
-Cosa?
-Io non verrò mai in palestra, ma tu… In casa con l’Anna, ci stai mai?

Quotidianity – 7

-Ehi bello.
-He. Hei.
-Tutto a posto?
-Sh…

Shi.
-Come ti chiami?

Come ti chiami?
-Fh… oh.
-Come?
-Fh… hh.
-Occhei. Sei da solo? Riesci a camminare?
-Frhrancesco.
-Ciao Francesco. Sei da solo?

Francesco, mi senti?

Francesco?
-Shì.
-Cosa sì?
-Ssento.
-Bravo Francesco. Sei qui da solo?

Francesco?
-Ss… shì.
-Cos’hai bevuto Francesco?
-Tu… tuth… hh… tutto.
-Tutto, eh? Francesco riesci a camminare?

Francesco?
-Nho.
-Bene, siediti qui. Siediti.
-Oh… kkh.
-Francesco, sei qui con qualcuno?
-Da. Daniano.
-Dov’è il tuo amico, Francesco?
-Nhn sho.
-Devi vomitare? Devi vomitare Francesco?
-Shì.
-Devi vomitare?!
-Shì… No. Ho ià… vhmitato.
-Hai già vomitato?
-Shi.
-Occheei Francesco. Cerca di restare sveglio, va bene?
-…
-Francesco, mi senti?
-…
-Francesco?

Francesco?

Francesco!
-Shi.
-Mi senti?
-Sh… ih.
-Bene, non addormentarti. Non dormire.
-Nh…

hh

nho.
-Sai dirmi che giorno è?
-Shi.
-Che giorno è Francesco?
-Shhh. Uindici. Frhebbahio. Hh. Hilahedici.
-Marta, vieni qui. Sta andando in coma etilico, chiama l’ambulanza. Chiamala. Ci pensiamo dopo a quello. Chiamala subito, che questo sta per vomitare.
-Hi. Hi. Hirk. Hrhhmmmm!

Quotidianity – 6

-È il tuo cane?
-No, dei miei zii.
-È un bel cane.
-Sì.
-Bello davvero.
-Mh. Sì.
-Vieni qua cucciolotto. Vieni, qui, qui, dai. Bravo cucciolotto, bravo. È buono.
-Sì, non ha mai
-No, dicevo: si vede che è buono.
-Ah.
-Guarda che faccia.
-Sì.
-Che facciona, che bella facciona. Guarda che facciona, il mio cagnone.
-Hh.
-Come si chiama?
-Bandit.
-Bandit?
-Bandit.
-Come bandito?
-Sì.
-Che nome.
-Inglese.
-Ragazzi. Che nome. Che nome. Eh, Bandit? Che razza di nome.
-L’hanno scelto al canile.
-Bandit? Bandit? Bandit! Qui, Bandit.
-Bandit, andiamo?
-Avete fretta?
-Dobbiamo tornare a casa.
-Avete fretta?
-No, nessuna fretta.
-Che bel cane, ragazzi, proprio un bel cane.
-È di razza.
-Sì?
-Sì.
-Che razza?
-Un segugio.
-Un segugio, eh?
-Sì, dovrebbe essere un segugio.
-Anche io cred… Ha… tar… ?
-Cosa?
-?
-È passata una macchina, non ho sentito.
-Nha.
-Ora dobbiamo andare.
-Hai d’accedere?
-Non fumo, mi spiace.
-Ma quanti anni hai?
-Ah, io… 17.
-Non fumi?
-No. Andiamo Bandit.
-Tiri?
-No, no.
-Non tiri?
-No, arrivederci.
-Ciao. Ciao bandit.

Breaking Bad

Cominciare un episodio vuol dire terminarlo. E cominciarne un altro.
Quello che spiega il fenomeno i DexterWalking Dead e Breaking Bad vari è che le serie televisive sono fatte con una cura sempre più crescente, talvolta maggiore a quella che si riserva ai prodotti cinematografici. La concorrenza dei serial è crescente, la lotta creativa enorme. Breaking Bad è diverso dai primi due. Non ha un finale brutto come quello di Dexter e non è una sceneggiatura non originale, quindi derivata da un prodotto di solito narrativamente superiore. Breaking Bad è una storia, ed è spaventosamente attuale. Ma non c’è un tentativo subdolo di messaggiare lezioni, è proprio una storia. Una storia dove i personaggi innescano i cambiamenti e ne restano al contempo schiacciati e deformati.
L’incipit di BB è questo: un geniale professore di chimica che il destino ha assegnato a un comune liceo scopre, soffiate le cinquanta candeline, di avere il cancro. Tramite suo cognato, agente DEA (Drugs Enforcement Administration), viene a conoscenza degli ingenti profitti che il commercio dei narcotici può procurare e − entrato casualmente in contatto con un suo ex-allievo ora spacciatore − decide di cucinare metanfetamina di elevata purezza nel poco tempo che gli rimane per non lasciare un eredità di stenti finanziari alla sua famiglia. La doppia vita di mite professore e genio del male dal brutto cappello è presto insostenibile. La dimensione tragica è accresciuta dal contrasto fra il mondo letale del narcotraffico (che minaccia costantemente di porre fine alla sua vita, precedendo il cancro, e al suo piano di accumulo) e quello imbelle della vita quotidiana (dove le apparenze di rispettabilità e dei valori scontati scricchiola sotto il peso di un sistema che proprio giusto non è).
Proprio nel protagonista si combatte una battaglia in sordina, mentre la saga − super-avvincente − pensa a intrattenere noialtri. Walter White, il professore, non è un eroe. È un cattivo, e lo è a tutti gli effetti. Eppure, combatte disperatamente per una causa la cui ragioni riusciamo a comprendere e a giustificare. Agisce avidamente, ma non potrà beneficiare dei soldi. Dice di farlo per la famiglia, ma lo fa sintetizzando una delle droghe più devastanti mai entrate nel giro. Intreccia trame manipolatorie, ma le menzogne che lo proteggono sono fragilissime. Si dichiara un professionista, ma agisce avventatamente. Millanta un vasto potere, ma spesso viene preso a pugni senza troppo sforzo.
La sua è una dimensione drammatica a cui nemmeno lui riesce a dare un senso, e − se ci riesce− non lo fa dialogando con gli altri personaggi. Nessuno in effetti si sforza di comprenderlo, né lui fa qualcosa per aiutarli. Costretto a recitare un ruolo di responsabilità, di insegnante, di marito, di padre, di “socio”, non esplora mai le sue motivazioni, anche se in qualche modo si avvicina a una forma di consapevolezza.
È condannato, lo sa, e si dà per vinto, ma a modo suo.
Gli altri personaggi non sono da meno e − salvo qualche forma stereotipata − formano tutti una corte eccellente di comparse. Jesse, studente e socio di Walter, anche lui è intrappolato in una scia di delitti costretti eppure gli scrupoli che si pone affiorano sempre in maniera quasi naturale. Anche se più immaturo di Walt e sebbene non sia uno stinco di santo, Jesse è il buono e la sua rabbia è sempre “giusta” e disinteressata.
I protagonisti sono fari di empatia dove tutt’attorno avviene la dissoluzione morale dei concetti di bene e male, giusto e sbagliato, lecito e illecito. Il grande sistema viene smantellato in piccole, mostruose contraddizioni dove l’insignificante essere umano prova inutilmente a essere integro mentre il mostro si affaccia e si confonde.

Una serie TV che vi costringerà a finirla voracemente, un monumento alla cura dei dettagli e alla veridicità data sopratutto dalla precisione degli archi narrativi e dalla profondità dei ritratti in una costruzione eccezionale di regia e sceneggiatura.
Difficilmente potrete trovare di meglio.

Voto: *****

Breaking Bad