L’impossibilità dell’ordine

(Continua dall’articolo Il romanzo e la fine della materia di Massimiliano Parente, su Le Scienze del maggio 2013)

Quasi tutti i romanzi di McEwan iniziano da una situazione 
semplice, ordinaria, subito stravolta da un incidente. L’amore fatale comincia su un prato dove il protagonista sta facendo un picnic con la compagna quando vede un pallone aerostatico in difficoltà. Questo evento casuale darà origine a una serie di eventi ingovernabili. Stessa situazione in Sabato: la vita di un neurologo è completamente stravolta a causa di un incidente insignificante, stavolta automobilistico. La nostra realtà sta in piedi per una serie di sforzi artificiali che ne limitano la naturale tendenza al caos.
«Dove l’umano bisogno di ordine incontra l’umana tendenza al caos», si legge in L’amore fatale, «dove la civiltà inizia a cozzare con il proprio malcontento, si verifica una frizione, e un grande accumulo di stanchezze e conflitti diffusi. Se ne trova riscontro nelle chiazze di linoleum consumato davanti alle porte di ciascun ufficio, nella lunga crepa verticale sul vetro opaco dello sportello dell’ufficio denunce». Al culmine della vicenda il protagonista orina in un bosco e riflette su l’insensato brulicare di esseri viventi, con un riferimento all’innocenza perduta dell’illusione religiosa: «Cosa restava in tutto ciò che potesse servire al ciclo del carbonio e al fissaggio dell’azoto? No, noi ci eravamo esclusi dalla grande catena. Era stata la nostra stessa complessità ad espellerci dal Giardino. E adesso eravamo nel caos della nostra autodistruzione».
Per questo McEwan adotta di frequente una misura temporale rallentata, funzionale a cogliere gli eventi prima che vadano in frantumi. Come la fotografia stroboscopica dell’esplosione di un uovo che non è più possibile ricomporre, e la rottura di un uovo è un esempio familiare molto amato dai fisici per spiegare la seconda legge della termodinamica. Tutte le nostre vite sono uova in procinto di rompersi. In Sabato l’intero romanzo si svolge in un giorno, e come in altri romanzi di McEwan basta un minimo incidente per far precipitare gli eventi nel caos. Tutto ciò che appartiene alla nostra esistenza è tenuto insieme da uno spreco di energia vitale, una forma provvisoriamente viva nell’universo insensibile della materia inerte.
Questo vale perfino per gli oggetti personali, che senza la forzatura di chi li possiede perdono ogni significato. Si noti la vicinanza con l’idea dadaista dell’object trouvé, o ancora con la poetica del readymade duchampiano, e in generale con l’invasione degli oggetti a cui ci ha abituato l’arte contemporanea d’avanguardia. «Gli oggetti si trasformavano in spazzatura non appena venivano separati dal loro legittimo proprietario e dal loro passato; senza di lei, il vecchio copriteiera era orrendo, con quel disegno sbiadito della fattoria, le chiazze marrone chiaro sul tessuto scadente e l’imbottitura ormai penosamente sottile. Henry si accorse che in realtà nessuno possiede niente».
Lo stesso ospedale dove lavora Perowe diventa simbolo di un ordine sterilizzato, artificialmente imposto. Soprattutto di notte gli spogliatoi rivelano l’aspetto caotico della realtà. Senza il personale delle pulizie niente sta più al suo posto e «può essere seccante andare di fretta e non riuscire a trovare due zoccoli dello stesso numero». L’immagine dello spogliatoio ricorre anche in altri romanzi di McEwan. In Solar diviene addirittura il simbolo del nostro naturale disordine sociale: «Come specie, non certo la migliore immaginabile, ma di sicuro la più interessante fra quelle esistenti. Che dire tuttavia di quella condivisa vergogna che era lo spogliatoio? La scienza era certo una bella cosa, e chissà magari anche l’arte, ma forse la soluzione non poteva risiedere nell’autoconsapevolezza. Occorrevano buoni sistemi organizzativi per fare in modo che delle creature fallaci potessero utilizzare correttamente uno spogliatoio. Meglio non affidare nulla alla scienza, all’arte o all’idealismo. Solo delle buone leggi potevano salvare lo spogliatoio». E proprio lì nello spogliatoio c’è un’agnizione esistenziale del protagonista, il premio Nobel per la fisica Michael Beard, sull’esistenza umana: «Ciascuno di noi, tutti quanti, destinati senza scampo ad affrontare individualmente l’oblio, eppure nessuno che se ne lamenti troppo».

Baby_Dragon___framed_by_OrderedChaos1(Continua…)

Annunci

Scrivi pure qui

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...