L’indifferenza della natura nell’arte

(Continua dall’articolo Il romanzo e la fine della materia di Massimiliano Parente, su Le Scienze del maggio 2013)

Ecco perché il disfacimento dell’ordine mitologico del mondo non poteva portare con sé il disfacimento dell’arte, e sono proprio le prime avanguardie artistiche del primo Novecento a strappare la tela per arrivare a mettere in scena il caos dell materia stessa: l’oggetto senza significato. Non penso tanto alla scomposizione cubista o all’astrattismo, visioni ancora legate alla certezza metafisica del dipinto. Penso a Marcel Duchamp. Duchamp attaccò l’idea di rappresentazione di base: smise di dipingere perché non ne poteva più della visione superficiale, da lui chiamata «retinica», della pittura, ritenendo inutile qualsiasi forma d’arte che non implicasse «un approfondimento di pensiero». Una risposta a Galileo sul ruolo dell’artista, quattro secoli dopo.
Duchamp non fu un fulmine a ciel sereno: già da qualche decennio l’arte presentiva una certa inquietudine nei confronti dei propri fini e dei propri mezzi. Mentre gli impressionisti esordivano studiando la visione, Maurice Denis definiva i quadri «una superficie piana ricoperta di colori». Duchamp, però, andò oltre, e inventò il readymade: qualsiasi oggetto scelto dall’artista poteva diventare un’opera d’arte. Proprio così, qualsiasi oggetto. Tutto era arte, ma anche niente poteva esserlo più. Prendete un asse da stiro ed esponetela in un museo, prendete un Remebrandt e usatelo come un’asse da stiro. Sono le cose che mettono in mostra se stesse, la loro inquietante indifferenza alle cose. Infatti, i readymade, a differenza degli oggetti surrealisti, venivano scelti proprio per la loro indifferenza, secondo una precisa prescrizione di Duchamp. Indifferenza degli oggetti, che richiama l’indifferenza delle nostre delle nostre cellule al nostro destino, degli atomi di cui siamo fatti, delle stelle nel buio cosmico: l’indifferenza come proprietà universale della natura e dell’universo in cui ci troviamo a vivere.
È solo un caso, ovviamente, ma la formulazione del concetto di readymade coincide all’incirca con l’anno di divulgazione della teoria della relatività generale di Albert Einstein (il 1916, mentre i readymade si definisce tra il 1913 e il 1917, anno del famoso Fountain). Mentre un artista abbatteva l’ordine metafisico dell’arte, uno scienziato concepiva un’equazione fondamentale sul mondo fisico. Altrettanto emblaticamente, poco più di un trentennio dopo, nel 1948, un critico reazionario tedesco, Hans Sedlmayr, scrisse un saggio intitolato Perdita del centro, dove addirittura proponeva un ritorno all’arte sacra per recuperare un senso del mondo. Nel frattempo, nel 1929 Hubble aveva scoperto che le galassie si allontanavano le une dalle altre, l’universo si disperde nell’infinito.
Dopo Duchamp, l’arte non ha più smesso di inghiottire oggetti, come un buco nero: le pattumiere di Arman, i rottami arrugginiti di Tinguely, le feci inscatolate di Manzoni, i sacchi di Burri, i rimasugli di cibo di Spoerri, i cadaveri di Serrano, fino ai recenti animali sezionati da Damien Hirst. Walter Benjamin, all’inizio del secolo scorso, aveva parlato di «perdita dell’aura» per indicare quella particolare energia perduta dal’arte in quanto manufatto, dando la colpa alla sua riproducibilità tecnica. Ma la questione era più seria: era scomparsa dalla rappresentazione la centralità dell’uomo, la fiction di un ordine superiore. Al suo posto erano entrati l’entropia, la meraviglia e lo sgomento di fronte all’inerte materia di cui sono fatte tutte le cose.
In letteratura le cose sono state più difficili, e si sono arroccate nel castello dell’illusione romantica di un esistenzialismo teologico. È per questo che il letterato ha continuato a porsi contro la scienza in apparenza per partito preso: dietro questo rifiuto c’era il timore che l’edificio umanistico crollasse miseramente sull’uomo ridotto a mammifero, o peggio a un ammasso di molecole. D’altra parte, per quanto si possa nobilitare il pensiero, ciò che vive dipende da questo ammasso di molecole. Se non sappiamo esattamente cos’è la vita, sappiamo cosa non è, e cos’è la morte.
Così il mondo delle lettere è rimasto pregiudizialmente, ottusamente impermeabile alle scoperte scientifiche, pur di non fare i conti con la fine della speranza di sopravvivenza individuale a lungo termine. Solo gli scrittori di fantascienza si sono avvicinati senza timore alla scienza, da Verne, a Lovecraftm a Crichton. Altri, più amati dal pubblico colto, al limite ne hanno fatto un tema di gioco, eliminandone il lato tragico. Un nome fra tutti: Italo Calvino e le sue Cosmicomiche, la scienza ridotta ad aneddoto, a favola felice.
Oppure, più recentemente, l’entropia come incubo cosmico-capitalistico, per esempio nel grandioso Canti del caos di Antonio Moresco. Purtroppo con la solita morale finale: se le cose vanno male la colpa non è della natura dell’uomo, e con la solita tendenza mistica che non fa mai male, magari infilando un senso magico, salvifico, un’aldilà, nella materia oscura.
La consapevolezza di essere un piccolo pianeta fra miliardi di stelle, tra centinaia di miliardi di galassie, in un universo in espansione destinato a raffreddarsi; la scoperta raccapricciante e provata di essere mammiferi sullo stesso piano di altri animali, generati da un’evoluzione senza scopo, non ha impedito agli scrittori di vivere in una trascendenza dorata e fuori tempo massimo. È per questa ragione che gli uomini raccontano le favole ai bambini, per cercare di ingannare anche se stessi.

concetto spaziale

(Continua…)

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