Il romanzo e la fine della materia

di Massimiliano Parente (diritti appartengono alla rivista Le Scienze, la riproduzione è a scopo divulgativo)

Noi siamo polvere di stelle: è un’immagine poetica e vera dal punto di vista scientifico. La materia che compone il nostro corpo è composta di atomi che si sono formati in qualche supernova miliardi di anni fa. Se vi osservate una mano, come faceva ossessivamente il Monsieur Teste di Paul Valéry, nelle vostre cinque dita non vedreste solo l’arto di un mammifero imparentato con le ali di un pipistrello, le pinne di un pesce o le zampe di un coccodrillo. Non è escluso, anzi, che nella vostra carne ci siano atomi appartenuti a un T. rex, o ad altri esseri umani vissuti milioni di anni prima di voi.

È la grande tragedia dell’esistenza e, ridotta all’osso, o meglio alla sua realtà molecolare, è  che essere vivi significa anche essere oggetti. Ci siamo dovuti inventare un’anima per sopravvivere al nostro triste destino cellulare e termodinamico: la decomposizione. Anche il Sole, a cui guardiamo come simbolo di eternità, tra 5 miliardi di anni si decomporrà, cesserà di essere una stella.
Ma dal materialismo della vita non si scappa: perfino la fisica delle particelle elementari parla di materia e interazioni con la materia. È l’inesorabilità della materia che Leopardi chiamava nulla: «Essendo tutto il reale un nulla, non vi è nulla di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni». Un fisico probabilmente obietterebbe che il nulla non è esattamente nulla, ma  è nulla per noi che vorremmo essere qualcosa per sempre. In un’altra pagina dello Zibaldone, Leopardi specificò che «tutto è nulla, solido nulla».
Tutto ciò fa pensare che sentirsi condannati in un corpo non sia una percezione così controintuitiva. Tutti i popoli primitivi devono aver sentito la spaventosità della materia se hanno inventato mondi popolati di anime, fantasmi, spiriti, inferni e paradisi affrescati dagli artisti sulle pareti dei luoghi di culto. Era in fondo l’unico modo dato agli artisti per illudersi di controllare il caos.
Qui, a proposito del ruolo dell’arte nella propaganda dell’ordine metafisico, si apre una nuova questione, già accennata addirittura da Galileo Galilei: o l’arte è importante per la conoscenza, o non è poi così importante. In realtà, le cosiddette «due culture» (quella umanistica e quella scientifica, riprendendo l’analisi di Charles Percy Snow in un suo famoso saggio) hanno cominciato a separarsi solo in tempi recenti. Ma solo perché, fino a Darwin, scienza, filosofia e teologia erano una cosa sola. Neppure Newton ha mai pensato a un mondo «senza Dio». William Paley era sia un teologo che uno scienziato e si appoggiava tranquillamente all’ordine «divino», ingenuamente primitivo, dell’universo. In definitiva scienza e letteratura si sono separate quando il pensiero scientifico è entrato in rotta di collisione con la metafisica, ossia con la fiction mistica su cui si fondava quasi tutta la cosiddetta cultura umanistica. Uno strappo doloroso ma necessario, vissuto da Darwin sulla sua stessa pelle.
In fin dei conti la vera tragedia del genere umano è proprio dover prendere coscienza della materia di ogni cosa. Il dualismo cartesiano, che separa la sostanza della mente da quella del corpo, è di nuovo il rifiuto platonico di essere organismi mortali alla deriva in un universo senza scopo. Tuttavia, al contrario, non si dà vera tragedia nell’immortalità, e perfino il mondo di Shakespeare è un mondo mistico, dove mal che vada si diventa fantasmi.

(Continua…)

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One thought on “Il romanzo e la fine della materia

  1. Dovrei comprare più spesso Le Scienze (in camera ho solo tre numeri, uno di questi mi ha aiutato parecchio per un racconticino di fantascienza che ho scritto 4 o 5 mesi fa sul blog): contiene articoli davvero meravigliosi, seppur di rara difficoltà nel comprenderli a fondo.
    Appena mi ritaglio un po’ di tempo mi leggo questi post di filato e con assoluta concentrazione.

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