The Daily Post: Che mondo sarebbe senza Penelope

Non avendo molta ispirazione e non trovando argomenti per il superbloggone, prendo spunto dal post della nostra zia preferita Virginia Woolf, dove parla della nuova idea in casa WordPress: The Daily Post.

Tra le varie idee (tipo scrivere una lettera a se stessi quattordicenni) c’è questa qua: 300 parole per descrivere una persona, un posto o una cosa a cui siamo affezionati.

 

Il resto lo lascio al traduttore, la sfida è scrivere con 300 parole:

«Che mondo sarebbe senza Penelope»

Io odio i cani. Le ultime parole famose. Da più di due anni nel mio cuore c’è Penelope, una grande cana corsa. Conosciuta anche come Porchelope del Corazon Espinado. Abile saltatrice di campi d’erbacce, perfetta attrice quando imita le fusa dei gatti. Buona ciotola. Di sana e fin troppo robusta costituzione. Compagna di trenini di samba. Innamorata non ricambiata. Desidera una capretta per amica, ma s’accontenta di una capra per padrona. Fiutatrice infallibile. Musona bavosa. Assassina di passerotti mai colta sul fatto. Amante delle lunghe passeggiate in libertà. Vanitosa quanto basta. Brontolona.

Un cane.

La mia amica quadrupede. 

Sono 98, le ho contate, con Word, non con il dito. Ne bastava una sola: amica. 

 

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Hallowing

Si sprofondava nel fango, formato da terra e sangue, fino al malleolo. Sprofondavamo nel sangue. La mattanza risaliva almeno a sei ore prima. Nella notte dai cadaveri ancora caldi fuoriusciva vapore diradato in una bassa nebbia da quanti mucchi c’erano. L’odore era rivoltante, l’umidità presente ne era impregnata ed era un tutt’uno con essa. Ci si attaccava alla pelle come un sudore maledetto, un umore che trasmetteva la stessa paura dai morti ai vivi.
Nella rovine della città non c’era più un illuminazione pubblica, ma la luna era abbastanza piena da garantire una buona visibilità, anche se bluastra e spettrale.
«Non è rimasto nessuno vivo» constatò Raraku, «non hanno risparmiato nessuno».
A ogni corpo era recisa la gola nei modi più brutali. Alcune ferite erano così profonde da sembrare delle decapitazioni malriuscite. Non solo nei mucchi, qua e là, isolate,  c’erano persone scannate nelle posizioni più grottesche e da tagli così irregolari e prossimi alla mascella da sembrare sorrisi sbilenchi. Sembravano delle sinistre marionette, sparse e malriposte, intente a deridere un pubblico sconvolto e inorridito dal loro aspetto raccapricciante. Erano usciti dal fango da un pezzo, ma le pile di corpi non era diminuito affatto, anzi. Era in città dove è stata scatenata la strage, nella campagna il massacro era stato di entità minore: erano perlopiù fuggitivi raggiunti e finiti, o alcune sbandati gruppi che avevano provato a riorganizzarsi per tornare e tentare una specie di difesa.
Al momento la periferia dove si trovavano era silente, ma la notte e fredda perché non si propagassero i lontani strilli e clamori dei demoni che ora si stavano scatenando nei quartieri centrali, o di quei pochi vicini che si erano attardati nelle violenze.
«Ehi, qua ce n’è uno!» gridò Maurice. Uno di quelli, senza una gamba, stava maciullando ostinatamente il collo di una ragazza uccisa dalla quale riemergeva completamente incrostato.
«Fate largo!» disse Greg. Raggiunse il mostro che non si era accorto di nulla e gli spaccò la testa a sprangate, con venti colpi uno più forte dell’altro.
«Proseguiamo»
Ce n’erano degli altri abbattuti, e al passaggio almeno uno del gruppo sferrava un calcio alla carcassa di turno. Quelle odiose carogne era quasi tutte uccise a furia di proiettili, ma alcune erano crollate a seguito di colpi di arma bianca o altre più occasionali, a badilate o con coltelli. Non era raro imbattersi nei corpi di aggressore e aggredito, uno sopra l’altro, deceduti a seguito delle ferite mortali inflitte a vicenda. Piccoli distaccamenti del gruppo allora si fermavano per recuperare l’oggetto utilizzato dalla umano per difendersi – solitamente di tipo contundente – e per ricomporla un po’, vedendola come un valido alleato caduto, uno che se potesse si unirebbe insieme a loro nella caccia. Nella loro avanzata, alla fine riuscirono tutti ad avere un arma: chi aveva un fucile o una pistola quasi sempre se li era portati dietro, gli altri erano equipaggiati con mazze, bastoni, spranghe, martelli, coltelli da cucina, accette, roncole, alcuni anche con le spade. Molti oggetti recuperati, anche se approssimativi, avevano già avuto il loro battesimo, e chi li brandiva ne esaminava ammirato le macchie di sangue, come se le armi stesse chiedessero il bis.
A un certo punto si fermarono: un mucchio gigantesco bloccava quasi interamente la strada. Ne sarebbero stati certamente sconvolti e inorriditi, ma alla base quattro di “loro” stava ammonticchiando altri resti. Si erano dati l’ordine esplicito di non sparare finché i nemici fossero stati numerosi tanto da bastare a sopraffarli solo con le armi bianche. Gli furono addosso prima che i loro lenti cervelli potessero pensare a uno straccio d’idea di fuga. Li soppressero facilmente e li colpirono ancora e ancora, quasi per riscaldamento in vista del grosso che doveva certamente aspettarli più avanti. Infine dei volontari li trascinarono via, mentre gli altri stettero a contemplare il triste spettacolo di quella montagna insanguinata.
«Giuro che la pagheranno!» fece con rabbia Greg, e molti gli fecero da eco con grida e gesti.
«Che cosa ne facciamo?» disse invece Raraku. «Di che cosa?» gli chiese Greg, intanto che si placava il coro.
«Dei cadaveri, non possiamo lasciarli qui, alla mercé di quei… di quei…»
«Ne abbiamo visti ormai centinaia di cadaveri in questi giorni, perché dovremmo preoccuparcene proprio ora? Voglio dire… non c’è tempo per esequie solenni o funerali!»
«Sì che c’è» intervenne allora Kris, «potremmo bruciarli. Qui vicino c’è un benzinaio».
«Sì, ma voglio dire a che pro» ribatté Greg; gli altri non si perdevano una parola del discorso.
«Te lo dico io perché» disse Raraku, «non possiamo lasciarli qui e rimanerne indifferenti. Non di fronte a così tanti»
«Ce ne saranno molti di più strada facendo, mentre altri ne moriranno ancora. È una sciocchezza quello che stiamo facendo»
«Invece no, lui ha ragione». Fu Maurice a parlare. «E perché mai avrebbe ragione?! Sentite stiamo solo perdendo…»
«Te lo dico perché ha ragione: perché lasciarli qui significherebbe abbandonarli come scorta di cibo per mostri. Bruciarli significherebbe privare questi morti dallo stato di preda, non farlo sarebbe per loro – e per noi – essere sconfitti due volte. Se succedesse a me vorrei che fosse fatto lo stesso». Segui silenzio, anche Greg si fece pensieroso.
Un barbuto con un ascia alzò la mano: «Io sono d’accordo. Ma facendolo non faremo notare la nostra presenza?».
«È quello che voglio» fece Maurice, duro. «Che vengano pure»
«Tanto meglio» commentò Greg, soppesando il machete.

Gettarono benzina a litri sul mucchio, irrorandolo per bene. Alcuni vennero scelti a sorte per il triste dovere di spostare i cadaveri per disporli meglio per la cremazione. Degli altri fu affidato il compito infame di frugarli per trovarne contanti o carte di credito purché avessero il codice e di usarle per comprare il combustibile. Quando fu tutto pronto detterò fuoco a una scia lasciata apposta, e osservarono per un minuto le fiamme che divamparono, in una sorta di silenzio solenne. Quindi si appostarono e aspettarono.
Non tardò molto perché arrivarono i primi curiosi. I cecchini appostati li liquidarono in fretta, anche grazie alla luce dell’immensa pira funebre. Attirati dall’odore di carne bruciata, ne arrivarono sempre di più, a frotte, in grande varietà. I prima erano quelli più in salute e li accolsero a salve di fuoco. Seguirono i macilenti, senza arti o che si trascinavano con le budella di fuori, ed efficientemente li fecero fuori mirando con precisione. Quando finirono le munizioni gridando a gran voce uscirono dai nascondigli e gli si lanciarono contro. Gli scontri durarono tutta la notte. Il vantaggio iniziale lentamente scemò, diminuì al punto che si trovarono in minoranza nei confronti degli altri che continuavano ad accorrere con gli occhi spiritati e la bocca sporca di sangue e bava. I superstiti sapevano e si davano già per spacciati, erano fin dall’inizio pronti a tutto. L’unica cosa che contava era ammazzarne il più possibile di quei mostri, di ributtarne quanti più ne potevano in quell’inferno dal quale erano sbucati. Un essere con entrambe le gambe rotte strisciò alle spalle di Greg e lo addentò al polpaccio. Ululando da dolore, gli ruppe l’osso del collo con un calcio; nel frattempo altri tre lo aggredirono gettandolo a terra e azzannandolo da tutte le parti.
Fu così anche per gli altri. Raraku ebbe la peggio contro uno pieno di tagli e cicatrici, che lo stordì con un pugno per poi recidergli la carotide a morsi. Kris erano già morto; Maurice in un attacco suicida si gettò nelle fiamme con quello che gli era saltato sul dorso e scomparve assieme alle urla raccapriccianti del mostro. Prima che albeggiasse, gli ultimi languidi bagliori del falò furono accompagnati dal fetido olezzo e dai versi nauseabondi di quelle creature scellerate, uniti in un primitivo ruggito di vittoria. Gli umani vennero tutti dilaniati e divorati.