Recensione fumettistica: Hells Angels


Vi sto per parlare di: “Hells Angels”
Autore: Sin-ichi Hiromoto
Casa editrice: Star Comics

Introduzione
Colonna sonora:

Più o meno 7 anni fa, in un affollato treno verso Cervia, a fianco di una signora di mezza età che mi guardava con fare materno, mi leggevo “Hells Angels” con gli occhi di un ragazzo pronto a sfogliare il suo secondo manga della vita.
Chiarisco subito: per me quest’opera di Sin-ichi Hiromoto ha un significato che va oltre alla qualità della storia e del tratto.
Un significato impregnato di nostalgia per i tempi in cui i miei gusti variavano dalle testate Disney a Rat Man, per i tempi in cui non sapevo ancora leggere le vignette da destra a sinistra – impresa che mi richiese più impegno di quanto potreste mai immaginare -; tempi duri, di crisi ormonali e… sto divagando.
Comunque le avventure di Rinne, protagonista del manga che andrò a presentarvi, mi accompagnarono per tutta l’estate del 2005 e tutt’ora, sorprendentemente, riesco a ricordarmi in modo cristallino la trama.
Perché “sorprendentemente”?
Perché è dall’estate del 2005 che non riprendo in mano quella trilogia cartacea lugubre e fuori di testa che segnò la mia concezione infantile dei manga.
Questi tre albi da 3.10€ l’uno sferrarono un cazzotto in pieno volto al me stesso quattordicenne, gridandogli: ”I tuoi topi e paperi antropomorfi ce lo sucano!”
Insomma: uno a zero per Hiromoto.
Palla al centro.

La storia
Colonna sonora:

Avrete, certamente, capito che questa non è una recensione qualsiasi, ma una recensione all’insegna dei ricordi con una tendenza all’originalità nella forma sintattica; proprio per questo cercherò di raccontarvi della trama di questo manga con delle tags (parole chiave), in modo da farvi un’idea di cosa contiene l’opera in questione.
Iniziamo:
Morte; scuola infernale; Tim Burton impasticcato; Yin e Yang; Hellvis (Presley); sport scolastici vari; shonen; un diploma per tornare in vita; tette in buona dose; Dio; altra pasticca per Tim Burton; bullismo; la Bibbia; personaggi nuovi ad ogni pagina; un po’ di shojo; combattimenti divini; fratricidio; il basket della vita; mostri a chili; colpi di scena; seinen; cattivi variabili; metafore colte; croci; il valore dell’amicizia; finalone.

Ora: dandoci un’occhiata potrete capire che “Hells Angels” contiene di tutto e di più. È un concentrato di eventi, di immagini e di personaggi. Un turbinio trascinante; un agglomerato di idee che non ti dà la minima sensazione di poter capire dove si andrà a finire.
Hiromoto ti prende per mano e ti spara un calcio nel culo mostrandoti il medio. Lo sento ancora urlarmi “Prova a capire che direzione prenderò nelle prossime 4 pagine. Prova! Tanto sbaglierai.
L’essenza dell’autore stesso è stampata sulla carta, e lascia il segno, oh se lo lascia: mi sono rimasti i polpastrelli neri per due settimane. Ma di questo ne parlerò più avanti.
Insomma: l’affezionatissimo Sin-ichi racconta un susseguirsi di eventi straordinari, emozionanti e magistralmente narrati, riuscendo comunque a dare un tocco personalissimo al complesso.
Data la natura del manga, per di più, le varie stranezze e le svolte repentine di trama sembrano totalmente naturali da parte del lettore che, varcata la soglia del primo volume, si ritroverà dentro un mondo di: [riguardare i tags precedenti]

Il tratto
Colonna sonora:

Sporco quanto le vostre dita dopo essere state a contatto con i bordi delle pagine per più di un quarto d’ora.
Chi conosce l’autore lo sa: il suo disegno è tagliente e nero, sporco ed oscuro, violento e congruente alla trama.
Un’orgia di china e retini in cui chi ne esce vincitore sono i characters dell’opera.
Un alternarsi di bianco e nero che mostra quanto sia vitale non solo lo stile di disegno dell’artista, ma anche il suo uso dell’inchiostro, capace di cambiare completamente l’atmosfera.
Colpisce tosto anche il design dei mostri a cura di Yasushi Nirasawa: creatore di alcune icone magne del manga quali il preside della scuola: Hellvis (puro genio), e la squadra di panda (non fatemi dire altro, che non vorrei rovinarvi nulla).
Hiromoto, purtroppo, o lo si ama o lo si odia.
Io l’ho amato.
E, a distanza di 6 anni, non l’ho ancora tradito.

L’edizione
Colonna sonora:

Star Comics; inizio estate 2004 (sì, l’ho letto con un anno di ritardo); 3,10€…
Non dovete aspettarvi nulla di nulla da questa edizione.
Rilegatura: quasi inesistente, il primo numero s’è alleggerito di 20 pagine – sparse da qualche parte nell’oscurità della mia camera – in un colpo solo.
Stampa: non macchia, ma di più; attenzione a leggere questa serie con la canotta bianca, l’inevitabile patacco nero è in agguato, e non avrà mai pace.
Formato: 13×18, poco più grande del normale.
Carine le paginette di “Monster Design” dedicate a Hiromoto da un affettuoso Nirasawa infilate a fine di ogni volume e carina la grafica del sommario.

La fine (della recensione)
Colonna sonora:

Come detto all’inizio: questa è una recensione che pone le proprie fondamenta nella nostalgia.
“Hells Angels” significa tantissimo per me, non solo per avermi addentrato con forza nel mondo dei manga – all’inizio credevo seriamente fossero tutti così fuori di testa -, ma anche per avermi tenuto compagnia in quel maledetto treno verso Cervia; avermi distratto dalla delusione amorosa imminente; avermi divertito, commosso ed emozionato tutto d’un colpo.
So che, complessivamente, potrebbe essere un manga deludente, caotico, disordinato, insensato o pretenzioso, e molto probabilmente lo è davvero, ma per quel me stesso di 14 anni rimane un capolavoro.
Un capolavoro che m’ha donato tanto e che troverà sempre spazio in un angolo del mio cervello nostalgico.
A chi l’ha già letto non posso consigliare nulla, ma a chi non l’ha ancora fatto gli posso solo dire di dargli un’occhiata senza troppe pretese: cercare di lasciarsi coinvolgere dalle avventure di Rinne Amagane, Stila, Ryu Kuto, Hellvis, 69, Mario e Kiki nella scuola più infernale mai descritta in un manga può essere una cosa parecchio difficile superati i vent’anni.

”Andiamo.”

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Sperimentazione animale: perché sí!

Da settimane si discute su un tema importante e delicato come la sperimentazione animale eppure sembra che i media riescano a fare solo confusione. La notizia che ha fatto più rumore è stato l’assalto animalista al canile “Green Hill” dove venivano allevati beagle destinati ad essere utilizzati come cavie da laboratorio. Va detto che cani, gatti e primati rappresentano una percentuale infinitesimale delle cavie utilizzate nella ricerca sia per gli spazi enormi che questi necessitano sia per i costi esorbitanti necessari al loro mantenimento. Gran parte delle cavie utilizzate a scopi scientifici sono roditori (topi e ratti) tenuti in un ambiente protetto (eventuali infezioni o malattie inficerebbero qualsiasi dato scientifico) e la cui manipolazione deve sottostare a rigidissime leggi europee e nazionali.

Poche settimane fa, e forse questo lo sanno in pochissimi, è stata presentata al parlamento europeo una proposta di legge di iniziativa popolare per fermare la sperimentazione animale in tutta l’Unione Europea. Questa iniziativa scellerata rischierebbe di riportare l’Europa in una sorta di medioevo scientifico e la taglierebbe definitivamente fuori dalla competizione con USA, Canada, Cina e Giappone.

Il problema é che non é facile spiegare a chi non é familiare con la ricerca perché la sperimentazione animale é necessaria. Se entri troppo nel tecnico rischi di non essere capito. Se parli con un linguaggio troppo semplice potresti sminuire il concetto e non risultare credibile (?) autorevole (?) convincente (forse). É molto piú semplice buttarla in caciara come fanno certe associazioni animaliste supportate dal VIP di turno, o parlare alla pancia delle persone. Chi non si commuoverebbe pensando alle atroci sofferenze dei poveri animaletti seviziati da perfidi ricercatori? Chiaramente se si intervistano 100 persone per strada la maggioranza dirá di essere contro pur non sapendo di tutti i benefici e i progressi conquistati dall’umanitá grazie alla sperimentazione animale.

Proverò allora con tre soli punti di riflessione e cercando di utilizzare un linguaggio tecnico ma accessibile a spiegare perché a mio avviso non si può rinunciare ad utilizzare animali per la ricerca scientifica.

Punto primo: nonostante questa sia una delle tante assurde accuse mosse dai movimenti ambientalisti, nessun ricercatore scientifico, ricava una qualche forma di piacere nel sacrificare una cavia (spero che su questo possiamo tutti essere d’accordo).

Punto secondo: porto ad esempio il mio lavoro che si concentra sulle malformazioni cardiache congenite. Non esiste alternativa all’utilizzo di cavie per uno studio comprensivo che prenda in considerazione sviluppo embrionale, meccanismi fisiologici di funzionamento dell’intero muscolo cardiaco e studio dei meccanismi molecolari che stanno alla base di malformazione.

Punto terzo: consideriamo adesso la sperimentazione su farmaci: testare un farmaco su cellule isolate umane, come chiedono animalisti o pseudo-scienziati, si fa da decenni ma é solo la prima fase della sperimentazione (ce ne sono quattro e l’ultima é la sperimentazione e monitoraggio su individui umani). Gli esseri umani sono costituiti da centinaia di cellule diverse e ipotizzare di testare un farmaco su ciascuna di esse é un’idea folle e irrealizzabile dal punto di vista tecnico. Non tutte le cellule umane possono essere mantenute in coltura, altre solo per un periodo di tempo limitato. Le linee cellulari che si usano solitamente per la ricerca bio-medica e bio-molecolare sono spesso cellule cancerose o cosiddette “immortalizzate” che sono diverse dal punto di vista genetico da quelle normali. Per esempio mancano di quei meccanismi di emergenza che spingono le cellule ad autodistruggersi in caso di trasformazione in cellula tumorale. Quindi queste cellule possono essere usate per indagini preliminari, una sorta di “studio di fattibilità” ma il risultato di una sperimentazione condotta interamente su queste cellule sarebbe incompleto e non del tutto attendibile. Altro livello di difficoltà: ogni organo è costituito da diverse tipologie di cellule ed il suo corretto funzionamento dipende anche dai “sistemi di comunicazione” tra le varie cellule che ne formano la struttura. Ad esempio il vostro intestino è fatto da cellule che assorbono le sostanze nutritive e di cellule muscolari che spingono avanti il cibo. Come si potrebbe controllare da cellule isolate se un farmaco altera queste interazioni?

A mio modesto parere, animalisti o chiunque si dice contrario alla sperimentazione animale lo fa in buona fede ma sostanzialmente per ignoranza. Scienziati o presunti tali, che invece invocano solo studi in vitro senza passare per gli animali, sono palesemente in malafede.

Ma anche degli ignoranti ciarlatani.

Recensione “Trama” di Ratigher

Nuova categoria: da oggi appuntamento settimanale con (mie, ma anche di chi vuole) recensioni di fumetti.
Visto che queste sono risapute settimane difficili, inizio con un bel riciclo.
Le anziane ammiratrici delle rubriche settimanali non me ne vogliano.

Memorie integrali del bimbo derivato

-Da piccolo mio padre m’ha fatto ascoltare Turandot.
-Cos’è?
-Penso un’opera lirica, me la fece ascoltare tutta a sei anni, ricordo che non riuscivo a concentrarmi sulla musica, volevo solo sentire la fine.
-Perché?
-Mio padre m’aveva raccontato la trama: una regina, o figlia di un re – non ricordo bene –, desidera sposarsi quindi bandisce un concorso in cui i pretendenti alla mano devono rispondere correttamente a tre indovinelli, chi non ci riesce viene decapitato. L’idea di sentire un’orchestra suonare una decapitazione mi rendeva euforico. Immaginavo picchi sonori potentissimi, cori epici e campane nefaste. Un ritratto sonoro della morte, di una testa che si stacca dal collo.
-Ma a sei anni riuscivi ad infoiarti per così poco?
-Credo di sì: non comprendevo quello che dicevano i cantanti e quindi mi concentravo sull’atmosfera. E l’atmosfera era una gran palla, speravo in qualcosa che ribaltasse la situazione. Quindi continuavo ad ascoltare…

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Non si vede che sei di Napoli

Scrivere un post su Napoli senza cadere nei luoghi comuni è impresa ardua. Canzoni classiche e neomelodiche, immagini oleografiche, che siano gouaches dell’ottocento o reportages giornalistici, romanzi e cronaca hanno inculcato nell’opinione comune una idea della città che non sempre corrisponde alla realtà. Quando vado fuori, in Italia come nel resto d’Europa, la battuta più frequente su di me è “non sembra tu sia napoletano“, cosa che è prontamente smentita da un incorreggibile accento e da una naturale, eccessiva tendenza a socializzare. Vivo in un quartiere collinare che ha poco di napoletano, tant’è che quando ci spostiamo per andare al centro diciamo “vado giunnapoli” come se fosse un’entità diversa. Vivo in un milieu borghese di quelli che nei film non compaiono mai, perché la vita normale delle persone non interessa nessuno, per avere un minimo di considerazione dai media o dal cinema devi avere almeno una storia di droga, di prostituzione, di camorra. Vivo in una città dove i cittadini non si rendono conto del tesoro su cui camminano, anzi se possono danneggiarlo non ci pensano nemmeno un momento e diventa sempre più difficile trovare del bello in un ambiente così fortemente deturpato. Eppure ogni volta che vedo il golfo di Napoli, mi si apre il cuore. Malgrado l’azione deleteria dell’uomo, la natura è stata così benigna da creare un luogo felice che si estende dai Campi Flegrei fino alla costiera amalfitana. Dai primi coloni greci all’ultima amministrazione comunale tutti quelli che hanno governato la città hanno lasciato tracce monumentali, chiese e castelli, musei e metropolitane. Amo la mia città, non riesco a immaginare di vivere in un altro posto. Un po’ meno, anzi molto meno amo i miei concittadini.

Benvenuti a Mesagne

Se per assurdo nella prossima vita mi chiedessero “In quale città vuoi nascere?”, risponderei “Mesagne!”. E non è una risposta scontata io con la mia città, che quando son nata era ancora un paese, c’ho uno di quei rapporti di amor-odio. Però c’ho provato ad andar via una volta, col diploma in tasca, Ferrara m’ha accolta a braccia aperte, ma a me mancava il suono vero delle campane la domenica mattina e alle nove di sera, il basolato scivoloso del centro storico che ha visto alcune delle migliori cadute, le luci accese in pieno giorno, i trattori e i cani che abbaiano dietro i camion dei loro padroni e il profumo di pane al mattino presto. La fiamma del petrolchimico che certe sere è così altra che si vede nitida dalla finestra della mia cucina. Mesagne è una poco ridente cittadinella in provincia di Brindisi, si trova lungo la Via Appia antica, ed è per questo (forse) che uno dei detti che si sentono più spesso quando ci si perde è: “Tutte le strade portano a Roma”. Il nome è tutto un rebus, perché è terra di mezzo, crocevia di culture. A scuola appena impari a leggere e scrivere tra le prime cose che t’insegnano c’è proprio l’evoluzione del nome, ma l’ho rimosso. In realtà sto sviluppando una certa allergia verso la storia di Mesagne perché un gruppo di fanatici vogliono difendere il basolato, i vari siti in cui ci sono tombe messapiche e scavi archeologici e altri beni storici. Mesagne ha il centro storico a forma di cuore, una volta era circondata da mura, e vi si accedeva da 3 porte: Porta Grande, Porta Piccola, Porta Nuova. Molta fantasia i messapi! Di queste 3 solo 2 sono ancora in piedi, e precisamente alla Porta Nuova, ho fatto uno di quegli scivoloni epocali! C’abbiamo un bel po’ di Chiese, quasi tutte dedicate ad una Madonna, io abito vicino MaterDomini (foto). SIamo una Città mariana, la nostra protettrice, la Beata Vergine del Carmelo c’ha salvati da un terremoto nel millesettecentoqualcosa, e si racconta che l’orologio di Piazza IV Novembre s’è unito col campanile della Chiesa Matrice che sta di fronte. Il terremoto è stato il 20 Febbraio, ma la festa patronale è a Luglio. Processioni, luci, noccioline, il concerto del 17 Luglio che chiude i 3 giorni di festeggiamenti. Cantanti riesumati dall’epoca del terremoto. Un anno Rosanna Fratello è caduta, ha annullato il concerto e non è mai più voluta tornare!

Mesagne è terra d’orecchiette al ragù, polpette di carne la domenica, braciole di cavallo, passata di pomodoro fatta in casa, profumo d’uva a settembre.

Mesagne è le sue storie. Come quella della Nunna Leta, una vedova napoletana che non ho mica capito qual’era la sua casa, ogni casa in campagna è la sua! Immaginate i racconti horror a cui noi bambini eravamo sottoposti le calde sere d’estate, quando ci si sedeva fuori con le sedie apribili di legno. Il lupo mannaro che era un uomo con una folta peluria sulle braccia, il Laùro folletto notturno che faceva le trecce ai cavalli e soffocava le nonne nel sonno.

Mesagne è Piazza Orsini, il salotto buono della città, quello dove s’affacciano le viuzze del centro storico, che una volta era off limits. Sì, Mesagne è la culla della SCU. Che c’è stata, c’è ancora secondo altri. Mica diciamo il contrario, è che noi cittadini cerchiamo di rispondere a colpi di legalità ed educazione civica. Voi avrete letto cos’è successo il 19 Maggio, sì Mesagne è la città dov’è nata pure Melissa Bassi. Su questa vicenda però non voglio dire niente. Perché rimane un dolore sordo nel cuore. In quei giorni si sono risvegliate tante paure in noi mesagnesi, uniti come non mai. E poi è la città di Carlo Molfetta, oro olimpico a Londra 2012 per il taekwondo.

Mesagne è rossa! Sì, è una vecchia compagna. Di quelli che si siedono in prima fila e ti raccontano tutte le storie belle.

Mesagne sono le caldarroste delle Nunna Miluccia, il pon pon color porpora di Don Saverio, Mario Capurossa e tutti gli altri personaggi, i salumi di Cazzillo, la mia adorata libreria. E’ l’archivio fotovideografico dei fratelli sordomuti, sicuro sicuro mezzo secolo.

Tante cose le avrò dimenticate come la processione dei misteri il venerdì santo e le addolorate (ora vietate) che s’incontravano all’alba del sabato santo, altre le avrò omesse, però l’invito per venire a Mesagne è valido per tutti. Che ci beviamo un caffè all’ombra del Castello Normanno Svevo, seduti su una panchina della Villa Comunale dove vi potrò raccontare altre storie tra nonni in bici e bambini che si rincorrono felici, nell’unico polmone verde della città.

E poi camminando camminando magari arriviamo pure in campagna, dove si respira l’odore del grano, degli ulivi, della terra…

E’ appena passato un elicottero a bassa quota, li saluto spesso, come quando ero bambina.

Alcamo: usanze e scostumanze

Ebbene sì, questo post è dedicato ad una cittadina siciliana perché, se come diceva qualcuno “Casa è dove si appende il cappello” per me il pensiero di casa porta sempre e solo ad ALCAMO.

Bhe, leviamoci subito il dente e diciamo chiaramente che Alcamo è il tempio dell’abusivismo edilizio, il paradiso dei cementificatori. Una urbanizzazione dissennata e priva di controllo ha portato alla nascita di un centro abitato privo di spazi verdi con alberi e piantine asfittiche confinate in striminzite aiuole ai bordi delle strade o davanti alle scuole. Neanche un bellissimo litorale è stato risparmiato: sei chilometri di finissima sabbia bianca, dune e boschetti di pini marittimi sono stati spazzati via. La spiaggia si è ridotta ad una sottile striscia che si contende lo spazio con la ferrovia e palazzoni costruiti molto, troppo vicini al mare.

Questa politica di incuria e degrado che andò avanti dagli anni ’60 fino ai primi anni ‘90 aveva reso Alcamo una città povera di coscienza e idee. Poi qualcosa improvvisamente cambia con l’elezione di un Sindaco “illuminato”, un medico, non un politico di professione che stravolse in pochi anni la città e la mentalità dei suoi abitanti. Venne riqualificato il centro storico, ristrutturati i principali monumenti, riaperto il teatro e il centro espositivo-culturale. Una vera rivoluzione se si considera che Alcamo era appena uscita da una delle più efferate guerre di mafia che aveva imbrattato di sangue anche il granito della piazza principale.  Da quel momento, Alcamo abbandonò la sua anima democristiana per svoltare a sinistra, caratteristica non banale in una regione che di solito è schierata da tutt’altra parte. Quel fervore oggi si è decisamente attenuato e la città è sempre una roccaforte del PD, ma di quella parte più attenta al centro che alla sinistra.

Fare una passeggiata lungo Corso 6 Aprile (in alcamese, farsi una “cassariata”) significa attraversare tutta la città e apprezzare un tripudio di chiese e palazzi barocchi, eredità del periodo migliore e di massimo benessere di una città in grado, in passato, di attirare per i suoi fiorenti mercati uomini e donne da tutta Europa. Cognomi molto comuni come Tedesco, Milano, Lombardo, Pisano, Provenzano sono la testimonianza di una emigrazione al contrario. Quell’emigrazione che oggi spinge a lasciare la città i suoi figli migliori (sic!). Rimarreste senza dubbio abbagliati dalla bellezza della Basilica di Santa Maria Assunta con la sua cupola ritenuta tra le più belle d’Italia, le immense colonne di marmo rosso ed un portale opera di un allievo di Michelangelo. Le volte sono state affrescate da un pittore fiammingo che per l’occasione portò dal Belgio un’intera corte di modelli. Non è quindi sorprendente che la Madonna e i santi abbiano tratti tipicamente nord europei inclusa la carnagione candida e i capelli biondi che dalle mie parti sono una rarità.

La religiosità è un aspetto fondamentale sebbene la gente sia ben lontana dall’essere bigotta. La vita sociale e religiosa si intrecciano dando origine ad un calendario di eventi in cui autorità civili ed ecclesiastiche trovano modo di apparire fianco a fianco nella loro pressoché totale concordia. La settimana che tutti aspettano è senza dubbio quella della “Festa di la Maronna” in onore della patrona, Maria Santissima dei Miracoli. Degni di essere menzionati sono i giochi pirotecnici (“lu iocu ri focu”) con cui si conclude la festa: il crescendo di botti ed esplosioni di luce è definito dagli alcamesi “batteria ranni” (batteria grande); se lo spettacolo è gradito dai cittadini partono immediati i complimenti al sindaco con la tipica esclamazione “e bravu lu Sinnacu!”, in caso contrario la condanna è immediata e crudele “st’annu fu scarsu lu Sinnacu!”.

Sono poi importanti anche le celebrazioni della Pasqua con la processione del venerdì santo: la statua della Madonna Addolorata segue la bara del Cristo morto seguita dai fedeli con la bambine vestita da samaritane e i bambini da angeli. La notte di Pasqua, al canto del Gloria la statua del risorto salta fuori dall’altare maggiore della basilica spinto da uno strano congegno del XVII secolo.

Se si parla di economia è tutto un fiorire di lamentele e banalità ( “si stava meglio quando si stava peggio” è la mia preferita) eppure, al netto della crisi, abiti firmati e macchinoni che sfrecciano fra le strettissime strade del centro sono più che comuni. C’è tutta una classe borghese che non se la passa male: proprietari terrieri (la produzione del vino Alcamo DOC è la principale attività della città), piccoli e grandi imprenditori nel campo del turismo, commercio di marmo e legnami.

La mia città è indissolubilmente legata al nome di Cielo d’Alcamo, poeta del duecento ed autore di uno dei primi componimenti in lingua volgare, membro della famosa scuola siciliana di Federico II. Poi letterati ed artisti ma non di primissimo piano, qualche eroe risorgimentale e poco più.

Lo sport ha sempre dato grandi soddisfazioni ed in particolare la squadra di basket femminile e di pallamano maschile, entrambe in Serie A mentre la gloriosa squadra di calcio, con un passato in C1, si ritrova adesso nell’umiliante campionato regionale di eccellenza.

Ma in assoluto, lo sport in cui gli alcamesi eccellono è il “curtigghio”. Doverosa spiegazione, curtigghio vuol dire cortile, inteso come luogo di incontro dove darsi al pettegolezzo sfrenato. Il paese è piccolo e la gente mormora, parla non riesce a trattenersi. Non c’è nulla che una brava comare non sappia. Entrare in casa di una qualsiasi nonna alcamese equivale ad un aggiornamento rapido e spietato sugli affari altrui. La comunicazione wireless è nata ad Alcamo parecchi anni fa quando nei vicoli del centro le signore si scambiavano le ultime notizie affacciate a balconi talmente vicini che puoi stringere la mano al tuo dirimpettaio. Essere svegliato alle 8 di domenica mattina a causa delle futili ciance delle vicine è un’esperienza che quasi tutti gli adolescenti alcamesi hanno provato.

I passatempi dei più giovani sono fortunatamente meno malsani degli adulti. Si limitano infatti a presidiare il centro storico e soprattutto “la Piazza” dove si trovano i locali più fighetti (almeno lo erano prima che mi trasferissi) e si può fumare e tracannare birra in libertà. Non esistono dei veri centri di aggregazione per i giovani se si escludono le realtà parrocchiali e forse qualche movimento politico che solo negli ultimi mesi cerca di coinvolgere chi ha meno di 50 anni nella gestione della città. Le cose migliorano di molto in estate quando locali all’aperto e discoteche sulla spiaggia rendono le serate meno monotone.

Ho scritto forse troppo, eppure avrei ancora moltissimo da descrivere. Luoghi, eventi, persone e stranissime tradizioni. Magari ci sarà spazio per tutto questo in futuro. Non sono sicuro di aver reso giustizia all’immagine della mia città o se abbia suscitato in voi un minimo di interesse. Quello che so è che, sebbene possa vederla per pochi giorni all’anno, Alcamo è la mia città e questo basta per rendermela speciale.

“La Piazza” (foto da paesionline.it)

Come si chiamano gli abitanti di Vermicino?

A – Di dove sei?

Io– Frascati…

A– ah, Frascati! Lì ai Castelli romani si sta bene, c’è il vino buono, la porchetta…

Io– In realtà vivo a Vermicino, ma è comune di Frascati, sta a pochissimi km da lì. Quando dico Vermicino non lo conosce quasi nessuno, tranne i …..

Nonno di A – Ehhhh, Vermicino! Eccome non lo conosco! E’ dove morì quel bambino nel pozzo tanti anni fa…io me lo ricordo bene, era l’81, ci fece stare in agonia in quei giorni, assistemmo in televisione a tutta la vicenda in diretta…

Vermicino, comune di Frascati in provincia di Roma. In realtà il territorio è diviso in modo tale che la mia vicina di casa risiede a Frascati ed io risiedo a Roma. Terra di confine…vallo a dire al postino, che porta la posta al mio n°57 che è Roma del n°57 che sta a 300 metri da casa mia, all’altra estremità della via e che è Frascati – il cognome dovrebbe essere un’indicazione non indifferente, ma tant’è.

Vermicino a descriverlo non ci vuole molto: è una frazione che si sviluppa lungo una via: via di Vermicino. Già.

Non è come gli altri paesi (non si può in effetti definire tale), che si sviluppano generalmente intorno ad una piazza, una chiesa, un corso. Tutti questi posti sono vicino a strade a scorrimento veloce, prima fra tutte via Tuscolana. Non si vedono bambini o giovani in bicicletta perchè è abbastanza pericoloso.

Le attività per i giovani sono concentrate in parrocchia, e questo spiega in parte anche l’esodo dei ragazzi quando iniziano ad avere 14-15 anni, perchè cominciano ad uscire per Frascati e l’abbandono definitivo verso i 18-20, quando iniziano ad uscire a Roma.

Per i meno giovani ci sono centri un pò in ogni quartiere. Negli ultimi anni nella mia via hanno aperto un centro polivalente, durante la settimana accoglie giovani e meno giovani per diverse attività artistiche e ludiche, mentre la domenica si trasforma in chiesa per un’ora.

L’aspetto della mia zona per me più bello è che siamo circondati da vigne. Se avessero portato a termine uno dei progetti elaborati per sistemare una lunga strada che tagliava i campi, sarei perfino potuta andare a scuola a piedi, sai che bello! Invece non l’hanno mai fatta. In compenso negli ultimi dieci anni i vigneti si sono dimezzati, la gente li ha venduti e stanno sorgendo tante villette a schiera, pessima visione per i miei occhi storicamente e nostalgicamente bucolici.

Avrei potuto raccontare di Frascati, sicuramente avrei avuto più cose da dire. Ma io sono di Vermicino e anche se può sembrare che lo snobbi, in realtà ci crescerei i miei figli, per far loro godere della stessa natura e “rustichezza” di cui ho potuto circondarmi io. Tra orto, gatti, galline, uva, pomodori, zucchine, terra e fiori.

Per vedere dalla campagna la lontana, seppur non troppo, città immersa nella sua striscia grigia di smog che da quando avevo 5 anni ad oggi si è alzata non so nemmeno di quanto.

E la vedevo, quella striscia, mentre aspettavo il pulmino fuori casa e poi mentre aspettavo il pullman all’incrocio per il liceo e salutavo l’autista che ancora oggi mi saluta mentre mi incontra con la macchina.

Anche per questo mi piace il posto in cui vivo. Non è come nei film in cui tutti si salutano e si vedono crescere reciprocamente, sorridendo. E’ piuttosto come nella realtà, in cui tutti sanno gli affari di tutti e ti vedono crescere a volte senza nemmeno salutarci alla festa del paese (ebbene si, c’è la festa di Vermicino – in parrocchia naturalmente – dove una volta l’anno mangiavo le pannocchie). Però è bello pure così.

Purtroppo non ho trovato molte foto. Ve ne metto una inquietante della famosa statua costruita in memoria del piccolo Alfredino che i vostri genitori e nonni ricorderanno, statua che si trova in? Bravissimi. In parrocchia.

E un’altra che a livello di mappatura rende meglio la descrizione iniziale che ho fatto di Vermicino.

      

Della triste vicenda I Baustelle hanno scritto una canzone, che si chiama Alfredo. E’ bellissima e racconta anche come da lì, da Vermicino, da quella disgrazia si ebbe un pò l’inizio di una certa morbosità che oggi è ormai dilagata senza ritorno. Il dolore in diretta.

Come si chiamano gli abitanti di Vermicino? Giuro che non lo so :-)