Saronno

Non mi sono mai curato poi così tanto della mia città. Incuneata in un’intercapedine di capoluoghi e province, Saronno è un enclave del Varesotto, ma non assomiglia per niente ai comuni di quel territorio. Ha un nome e un nome soltanto, niente tipo Induno Olona, Busto Arsizio o Cassano Magnago, e comunque più dignitoso di Buguggiate.
La mia prof di arte delle media, parlando della città, aveva detto che era stata fondata da pirati greci, invitati e deportati in un fazzoletto di alta pianura dagli antichi Romani (prima delle guerre puniche, si pensa) per tenerli lontani dalle coste dove facevano razzia. Ci sono molti dubbi su questa versione, sul perché non furono semplicemente messi alla forca; comunque l’affare l’era un bidòn: il posto era malsano e impestato di paludi; c’era perfino un bel laghetto, ora scomparso, nel centro, piazza Donatori del Sangue, probabilmente in memoria di tutte quelle zanzare.
Una vita medievale di certo ci fu. Del lazzaretto è rimasta la chiesetta di Sant’Antonio abate, attorno alla quale si montano bancarelle il 17 Gennaio, giorno della festa del santo, e vi sono parate storiche con contadini, carrozze, appestati, ciuchi e pecorelle. C’è anche piazza della Ciucchina, in memoria di quella sera in cui quella vecchiettina, che alzava di tanto in tanto il gomito, finì per dare alle fiamme metà Saronno. C’è in ristrutturazione un palazzo appartenuto alla famiglia Visconti, predecessori degli Sforza.
La città ha conosciuto il fermento industriale di inizio ‘900, quello dell’Italia liberale. I marchi storici sono Lazzaroni, biscottificio, e Antonio Parma, che progettava casseforti e dispositivi di sicurezza. Ma sopratutto fu la ferrovia a dare lavoro, nel 1879 venne inaugurata la linea con Milano, e tuttora è uno snodo ferroviario importante delle ex Ferrovie Nord Milano (ora Trenord).
Durante il fascismo nacquero stabilimenti della Montecatini e dell’Isotta Fraschini (a suo tempo rilevata dall’IRI e poi portata a Saronno), aziende oggi scomparse, e fu fondata la ILLVA: l’Industria Lombarda Liquori, Vini e Affini produttrice del celebre Amaretto di Saronno, famoso in tutto il mondo.
Lentamente decaddero tutte quante o fecero fagotto e se ne andarono lasciandosi dietro operai disoccupati, relitti industriali, una vita cittadina avviata, ma con tante incognite. Ma che vuoi farci? «È la deindustrializzazione, piccola! Presto ne sentiremo parlare ancora»
Saronno sta bene, Saronno è ricca! Ci sono un sacco di associazioni sportive e culturali, un grande ospedale, palestre, tre cinema, una biblioteca frequentata, eventi musicali e una squadra di Tchoukball.
Dal punto vista politico senz’altro i saronnesi sono molto conservatori e cattolici. Ci sono molte chiese – e oratori annessi – la cui attività è molto frenetica e intensa; e il Santuario della Santa Vergine dei Miracoli (risale ai primi del ‘500) è un capolavoro di architettura con affreschi del Ferrari e del Luini, pittori le cui opere sono esposte anche alla Pinacoteca di Brera.
Non ci sono molte personalità di spicco; qualcuna: Massimo Picozzi, eminente criminologo, noto per alcune comparse televisive e alcuni libri scritti a quattro mani con Carlo Lucarelli; l’on. Luca Volontè, un deputato dell’UDC in Parlamento dal ’96, che per la sua carriera ha marciato dando contro gli omosessuali; e sportivi di vario tipo.
Sotto l’egida imprenditoriale, Saronno mantiene un’atteggiamento pragmatico, confidenziale, a volte diffidente.
Si direbbe che conosco la mia città, ma non è così semplice. Ripetendone la storia può sembrare di aver detto tutto, ma non è vero. È come ripercorrere un sentiero già battuto, senza sapere al di là della fama di pionieri, nulla sulle loro mani callose, la pelle cotta e i capelli canuti.
Cosa conosco veramente del suo glorioso passato e del suo piatto presente? Non lo so, solo esteriorità dirompenti. Oggi ci sono consiglieri leghisti che fanno i pagliacci e danno la schiena all’alzabandiera del 2 giugno; un centro sociale attivo nella street-art, e altre belle cose alternative, gestito da figli di papà; un limite di 30 km/h, ancora incapace di motivare la gente a girare in bici nel territorio comunale.
È falso che non mi curo della città. In fin dei conti, un’idea me la sono fatta; anche se non renderebbe giustizia al quadro cittadino, vivo, anche se opaco. Ma sopratutto mi pongo domande. Il senso delle grandi iniziative è mutato in una immobile cautela, timorosa fra cerchie ristrette? È solo di qui che succede? O è piuttosto un sintomo dell’invecchiamento demografico? È la fine temporale di altri tempi dirompenti da cui ci giunge l’eco del frastuono delle macchine e i ruggiti dei motori? E perché non c’è mai un cacchio di posto aperto – e decente – d’estate dove uscire la sera? Cioè, dai!
Non intuiamo mai nulla che non sia solo visibile: segni, solo maledetti segni.
Ci viviamo assieme. A Saronno, sono grossi fabbricati dismessi.
Un giorno riqualificheremo tutto. Un giorno.

Il copyright appartiene a AUDIS

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4 thoughts on “Saronno

  1. per me Saronno è la patria degli amaretti, ricordo che da piccolo li tiravo fuori dalla scatola arancione e li scartavo lentamente, sento ancora la leggerezza e il suono della carta velina bianca…

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