Certe città

Milano – il Duomo gocciola verso l’alto
Londra – l’Occhio macina vertigini
Madrid – la città nel cuore, del deserto
Parigi – hanno dimenticato di smontare una gru

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Saronno

Non mi sono mai curato poi così tanto della mia città. Incuneata in un’intercapedine di capoluoghi e province, Saronno è un enclave del Varesotto, ma non assomiglia per niente ai comuni di quel territorio. Ha un nome e un nome soltanto, niente tipo Induno Olona, Busto Arsizio o Cassano Magnago, e comunque più dignitoso di Buguggiate.
La mia prof di arte delle media, parlando della città, aveva detto che era stata fondata da pirati greci, invitati e deportati in un fazzoletto di alta pianura dagli antichi Romani (prima delle guerre puniche, si pensa) per tenerli lontani dalle coste dove facevano razzia. Ci sono molti dubbi su questa versione, sul perché non furono semplicemente messi alla forca; comunque l’affare l’era un bidòn: il posto era malsano e impestato di paludi; c’era perfino un bel laghetto, ora scomparso, nel centro, piazza Donatori del Sangue, probabilmente in memoria di tutte quelle zanzare.
Una vita medievale di certo ci fu. Del lazzaretto è rimasta la chiesetta di Sant’Antonio abate, attorno alla quale si montano bancarelle il 17 Gennaio, giorno della festa del santo, e vi sono parate storiche con contadini, carrozze, appestati, ciuchi e pecorelle. C’è anche piazza della Ciucchina, in memoria di quella sera in cui quella vecchiettina, che alzava di tanto in tanto il gomito, finì per dare alle fiamme metà Saronno. C’è in ristrutturazione un palazzo appartenuto alla famiglia Visconti, predecessori degli Sforza.
La città ha conosciuto il fermento industriale di inizio ‘900, quello dell’Italia liberale. I marchi storici sono Lazzaroni, biscottificio, e Antonio Parma, che progettava casseforti e dispositivi di sicurezza. Ma sopratutto fu la ferrovia a dare lavoro, nel 1879 venne inaugurata la linea con Milano, e tuttora è uno snodo ferroviario importante delle ex Ferrovie Nord Milano (ora Trenord).
Durante il fascismo nacquero stabilimenti della Montecatini e dell’Isotta Fraschini (a suo tempo rilevata dall’IRI e poi portata a Saronno), aziende oggi scomparse, e fu fondata la ILLVA: l’Industria Lombarda Liquori, Vini e Affini produttrice del celebre Amaretto di Saronno, famoso in tutto il mondo.
Lentamente decaddero tutte quante o fecero fagotto e se ne andarono lasciandosi dietro operai disoccupati, relitti industriali, una vita cittadina avviata, ma con tante incognite. Ma che vuoi farci? «È la deindustrializzazione, piccola! Presto ne sentiremo parlare ancora»
Saronno sta bene, Saronno è ricca! Ci sono un sacco di associazioni sportive e culturali, un grande ospedale, palestre, tre cinema, una biblioteca frequentata, eventi musicali e una squadra di Tchoukball.
Dal punto vista politico senz’altro i saronnesi sono molto conservatori e cattolici. Ci sono molte chiese – e oratori annessi – la cui attività è molto frenetica e intensa; e il Santuario della Santa Vergine dei Miracoli (risale ai primi del ‘500) è un capolavoro di architettura con affreschi del Ferrari e del Luini, pittori le cui opere sono esposte anche alla Pinacoteca di Brera.
Non ci sono molte personalità di spicco; qualcuna: Massimo Picozzi, eminente criminologo, noto per alcune comparse televisive e alcuni libri scritti a quattro mani con Carlo Lucarelli; l’on. Luca Volontè, un deputato dell’UDC in Parlamento dal ’96, che per la sua carriera ha marciato dando contro gli omosessuali; e sportivi di vario tipo.
Sotto l’egida imprenditoriale, Saronno mantiene un’atteggiamento pragmatico, confidenziale, a volte diffidente.
Si direbbe che conosco la mia città, ma non è così semplice. Ripetendone la storia può sembrare di aver detto tutto, ma non è vero. È come ripercorrere un sentiero già battuto, senza sapere al di là della fama di pionieri, nulla sulle loro mani callose, la pelle cotta e i capelli canuti.
Cosa conosco veramente del suo glorioso passato e del suo piatto presente? Non lo so, solo esteriorità dirompenti. Oggi ci sono consiglieri leghisti che fanno i pagliacci e danno la schiena all’alzabandiera del 2 giugno; un centro sociale attivo nella street-art, e altre belle cose alternative, gestito da figli di papà; un limite di 30 km/h, ancora incapace di motivare la gente a girare in bici nel territorio comunale.
È falso che non mi curo della città. In fin dei conti, un’idea me la sono fatta; anche se non renderebbe giustizia al quadro cittadino, vivo, anche se opaco. Ma sopratutto mi pongo domande. Il senso delle grandi iniziative è mutato in una immobile cautela, timorosa fra cerchie ristrette? È solo di qui che succede? O è piuttosto un sintomo dell’invecchiamento demografico? È la fine temporale di altri tempi dirompenti da cui ci giunge l’eco del frastuono delle macchine e i ruggiti dei motori? E perché non c’è mai un cacchio di posto aperto – e decente – d’estate dove uscire la sera? Cioè, dai!
Non intuiamo mai nulla che non sia solo visibile: segni, solo maledetti segni.
Ci viviamo assieme. A Saronno, sono grossi fabbricati dismessi.
Un giorno riqualificheremo tutto. Un giorno.

Il copyright appartiene a AUDIS

Santi, poeti, navigatori e migranti. Capitolo primo: ItAlieno allo specchio.

“Avevamo investito molto su di te eppure hai deciso di andare in Germania… bene, ma ti avverto che gli Italiani prima o poi vogliono sempre tornare a casa e quel giorno non sarai di nuovo in cima alla nostra lista”. Con questo anatema -o minaccia, se preferite- pronunciato dal mio capo a Palermo è cominciata la mia vita da italiano all’estero.

Un doppio calcio in culo, al mio e alla Meritocrazia che, si sa benissimo, esiste tanto quanto Babbo Natale.

Quando ho cominciato a pensare ad un post sugli Italiani all’estero, non avevo molta voglia di ideare un inizio ad effetto ed ecco allora questo incipit tanto banale quanto necessario.

Eppure, l’inatteso invito a scrivere un post su questo tema suona alle mie orecchie come “Guardati allo specchio!” Cioè, l’italiano all’estero…io!?

“Guardati allo specchio!”

Vivere all’estero per me significa accettare giorno dopo giorno dei compromessi, modificare abitudini e, ovviamente, sottostare a regole differenti. Quando tutto questo avviene in un paese come la Germania, ci sono ottime possibilità che l’adattamento alla nuova realtà sia piacevole e repentino. Non é difficile abituarsi a città dove il decoro e l’arredo urbano siano un valore sacro, i trasporti efficienti e puntuali, gli uffici privi di code. Io che sono un siciliano atipico (dal punto di vista fisico e mentale) e ho una sfrenata passione per la precisione e l’ordine mi sono ritrovato in una sorta di paradiso. Ma non voglio fare un elenco di ció che è meglio in Italia e ció che è meglio in Germania.

Potrei allora parlare di luoghi comuni e confermare che sono davvero comuni. Battute su mafia pizza e un vecchio primo ministro si sprecano. Io sono solitamente il primo a sottolineare i punti deboli italiani, però se sono io a prendere per i fondelli l’Italietta va bene, ma se qualcun’altro si azzarda a parlare male dell’Italia (o peggio, della Sicilia!) mi arrabbio di brutto!

Eppure i pregiudizi hanno il pregio di essere assolutamente democratici. Anche dalla parte opposta, infatti, non si puó negare che questi tedeschi siano tutti birra wurstel e kartoffeln, pessimi giocatori di calcio (grandi soddisfazioni dalle partitelle con i colleghi fino alle nazionali!), vestiti in maniera indecente (e lo dico io che delle mode me ne frego). Guai a tirare in mezzo Hitler e la seconda guerra mondiale, se la prendono moltissimo! Io mi riservo queste battutine per le occasioni migliori. Dei tedeschi è degna di nota la proverbiale imperturbabilità, almeno fino a quando il tasso alcolico è inchiodato allo zero. Sono tranquilli e silenziosi, insensibili agli stimoli e privi di ogni interesse alle interazioni sociali. Solo dopo lunghissimi periodi di studio e conoscenza si abbandonano a timide confidenze o ad impacciate relazioni interpersonali. Serve una numerosa pattuglia italo-turca per coinvolgere i tedeschi in attivitá ludico-ricreative. Ma, attenzione! bastano un paio di birre e qualche Jägermeister per renderli incontrollabili e rumorosi. Risulta alquanto stucchevole la loro predisposizione alle buone maniere. Ricevere un numero impossibile da quantificare di “Grazie” e “Sorry” in una sola giornata mi da sui nervi.

Mi astengo dal toccare l’argomento clima: sarebbe troppo facile infierire.

E poi il cibo: anche questo è un aspetto non trascurabile. Sebbene la cucina italiana non ha eguali nel mondo (su questo siamo tutti d’accordo) e a volte mi vengono le estasi mistiche al pensiero di una parmigiana di melanzane, una pizza come Dio comanda, frutti di mare o una grigliata di pesce che abbia il sapore di pesce, devo ammettere che la cucina tedesca ha moltissimi piatti che sono una goduria. Vi consiglio Käse-Spätzle, Bratkartoffeln, Currywurst, Zwiebelsteak e molto altro ancora. Chiedete aiuto a zio Google se non sapete di cosa sto parlando.

Da parte mia, sono fiero di aver sostituito il troppo inglese tè delle cinque con un italianissimo espresso che i miei colleghi hanno dimostrato di apprezzare moltissimo. Per me è anche un modo per ricacciare indietro la nostalgia.

Perché a volte basta sentire l’aroma del caffè per sentirsi a casa.

Immagine

PS: questo post si compone, nei miei piani attuali, di tre capitoli che verranno pubblicati ad intervalli rigorosamente irregolari. Inoltre i miei piani raramente si traducono in azioni concrete per cui declino ogni responsabilità riguardo alla mancata pubblicazione dei capitoli successivi.

PPS: in quanto alla scelta della foto/video (cliccate sulla foto!), spero di risultare più trash di Scaglia

Intervista ad una “sopravvissuta al cibo tedesco”.

Per questa nuova categoria ho deciso di fare alcune domande ad un’amica che è tornata 7 giorni fa dalla Germania.
C’è stata un anno.

Per l’evento ho cercato l’immagine più trash di tutto Google.

Io: Allora?
Lei: Ti vedo in forma.
I: Bha. Mica tanto, piuttosto tu sei in forma.
L: È stato un sogno.
I: Immagino, ti sei trovata bene?
L: Assolutamente sì.
I: Famiglia ospitante?
L: Era benestante e sono stati deliziosi.
I: Invece A. e B. (genitori italiani della ragazza) ti hanno tormentato? Speravano di sentirti spesso?
L: Pensavo peggio, sono stati bravi. Li sentivo una volta ogni mese, forse meno.
I: Conoscendoli dev’essere stata una tortura per loro.
L: Sì, ma non aveva senso sentirli spesso; se vivo un anno all’estero con un’altra famiglia non mi metto ogni sera davanti al computer a parlare con loro di quello che ho fatto in un contesto… così lontano.
I: È vero.
L: Preferivo molto di più mettermi a tavola con i genitori ospitanti e parlare con loro.
I: Come ti trattavano i compagni di scuola sapendo che eri italiana?
L: I tedeschi sono simpatici, là impazziscono per gli italiani.
I: Impazziscono? In senso, che piacciono?
L: Sì! Occhi e capelli neri, carnagione scura: piace un sacco.
I: Caspita!
L: Infatti! Solo che io sono castana con occhi chiari, quindi all’inizio non credevano fossi italiana.
I: Ti hanno fatto pesare i luoghi comuni? Tipo: mafia, pizza, Berlusconi, quelle cose lì…
L: No, per niente. Ah! Con Schemino, sì… No, aspetta, come si chiama?
I: Dici Schettino?
L: Sì, con Schettino sono andati avanti per un mese. Era diventato un tormentone.
I: Ti prendevano in giro?
L: Non me, ma gli italiani in generale sì. E anche con gli Europei è stato un dramma.
I: Dove avete visto la partita?
L: A casa di un amico, prima di uscire io e mia sorella ci siamo dipinte la faccia. Lei m’ha chiesto “che bandiera vuoi?” e io ho risposto “quella dell’Italia, naturalmente! Sono Italiana!”.
I: Mitica!
L: Infatti erano tutti delusi. Quando, poi, abbiamo vinto ci sono stati dei ragazzi che hanno smesso di parlarmi. O peggio, si sono proprio incazzati e m’hanno detto qualcosa di sgradevole che non ricordo nemmeno più.
I: Anche là ci sono gli stronzi, insomma.
L: Sì. Però il giorno dopo mi hanno scritto scusandosi per il comportamento eccessivo.
I: Nella finale hanno tifato tutti gli spagnoli?
L: No, non ricordo. La finale non ha interessato molta gente.
I: Cambio discorso: com’è stato il ritorno in Italia? Hai trovato un ambiente diverso?
L: Non troppo, alcuni compagni di classe m’hanno delusa. In senso che prima che partissi tutti amiconi, poi, per un anno, non si sono fatti sentire. Nemmeno una mail. Nulla.
I: Capisco.
L: Non solo i maschi, ma anche le femmine. I maschi sono stati faticosi da sopportare quando li ho rivisti. Sembravano… Infantili.
I: Cosa ti dicevano?
L: Uno si era fissato che non potevo essermi trovata bene in Germania per il cibo. Diceva che fingevo dicendo che era stata una bellissima esperienza; solo perché là il cibo è peggio del nostro. Ti sembra un discorso sensato? Poi detto da uno che non cucina mai!
I: È il classico tipo invidioso del tuo anno all’estero e che cerca una scusa per non aver fatto la stessa cosa.
L: Esatto.
I: Gli italiani che ripetono ossessivamente “qui si mangia meglio, qui si mangia meglio” sono dei coglioni.
L: Non dovevo partire solo perché qui si mangia meglio?
I: Evidentemente sì.
L: Un altro, quando ha saputo che sentivo poco i miei genitori, m’ha detto che era una cosa molto triste. Diceva che non volevo bene ai miei.
I: Solo perché li sentivi poco?
L: Sì!
I: Ma quanti anni ha questo qui?
L: 18, come me.
I: A 18 anni bisognerebbe sognare di non sentire i propri genitori per due mesi, altro che.
L: Dev’essere un mammone, anche se non sembra visto dall’esterno.
I: A sentirti hai dei compagni di classe mezzi scemi, comunque.
L: Altri due hanno cercato di baciarmi appena arrivata. Dopo non essersi fatti sentire per un anno, hai capito?
I: Mio dio. È perché ti sono cresciute le tette quando eri via.
L: Ahahahah! Dici?
I: Sicuro. Ultima curiosità: cosa si ascolta là?
L: Mio fratello ascoltava solo Skrillex e i Rammstein.
I: Skrillex?! Gli piaceva la dubstep?
L: Non so nemmeno cosa sia.
I: Quel tipo di musica elettronica.
L: Penso di sì, gli piaceva la… non so… i bassi.
I: Ci sono gruppi migliori di Skrillex, dio mio.
L: Infatti nemmeno io lo sopportavo più.
I: A me piace anche la musica che fa, ma non sopporto lui come personaggio.
L: Là andava di moda.
I: Come ovunque.
L: Usciamo?
I: Sì, dove vuoi andare?
L: Vorrei tornare in Germania.
I: Cazzarola.

Resurrezione (in tutta modestia)

L’ho scoperto qualche tempo fa quando mi hanno chiesto di far parte di questo multiblog:

non sono scomparso.

A volte ho questa sensazione, come in una scena vista un un corto, uno di quei film brevi che qualche anno fa andavano molto di moda. Il protagonista si aggirava per una città deserta come l’ultimo dei sopravvissuti, tutto era fermo, immobile, per scoprire alla fine di essere morto e mentre il resto dell’umanità andava avanti lui era rimasto bloccato in quell’angolo spazio-temporale. Vero è che la curiosità scimmiesca che mi caratterizza mi porta ad abbandonare l’oggetto d’interesse dopo averlo osservato  a lungo ma l’effervescenza della multiproprietà di questo blog ha risvegliato la mia attenzione. Tra interessi diversi, impegni di lavoro e sbandamenti di percorso, la nuova avventura mi affascina. La varietà di collaboratori, di tutte le età e di diversa provenienza, fa sì che non si possa così facilmente classificare questo progetto. Sarà divertente, stimolante, gratificante ma più di tutto lavorerò per rendere ancora più forte e soprattutto “reale” l’amicizia che ci lega.

Perchè no?

Non so dire, non mi ricordo, da quanti anni ho un blog. Credo almeno sei o sette…ah però! Iniziai per gioco, curiosità, novità. Poi continuai perchè la vita avevo bisogno anche di scriverla qua e là, secondo i miei punti di vista, ponderati e sviscerati, oppure gettati lì a prendersi gioco del raziocinio.

Inoltre lo spazio del blog andava costruendosi e implementandosi sempre più, al passo con la mia stessa evoluzione. Avevo inserito le rubriche, i libri, i film, i link di riferimento, ed era come seguire e non disperdere gli interessi che avevo avuto e avevo per la prima volta. Raggrupparli lì, in quello spazio, come uno scaffale tutto mio. L’essenzialità dell’attuale blog la dice lunga sui mille cambiamenti che sei/sette anni possono portare in una persona.

La cosa durò così tanto e dura tuttora, però, per la presenza di altri abitanti dell’etere scribacchino, di cui una parte, negli anni, si è consolidata, diventando tra scremature libere e naturali, un pò lo zoccolo duro di questa esperienza.

L’arrivo di Facebook, oltre a rovinare relazioni, storie, amicizie e matrimoni, ha anche fatto in modo che noi ci si ritrovasse in un gruppo che la saggia Flavia ha creato per non disperderci dopo la diaspora sia su FB stesso che su WordPress. Ed è stato un modo bello per ritrovarci.

E allora perchè Il Circolo dei blogger non scomparsi?

Io risponderei, perchè no?

A parte la domanda ad effetto che in qualche modo dovevo infilarci per riprendere il titolo, dato che non chiosa il post, lasciandolo senza capo nè coda, posso dire che uno scaffale è una voce piena di sfumature, ma una serie di scaffali, fanno una parete piena di colori diversi, controversi, seri e divertenti, saggi e poetici, cinici e romantici, razionali, brontoloni,  avventurosi e artistici, insomma un patchwork esplosivo.

Caspita, i Baci Perugina potrebbero quasi invidiarmi per la retorica dei miei finali.

Ma anche no.

Buon inizio a noi, blogger non scomparsi (a parte per il periodo estivo che rallenta tutti e tutto, e direi anche, meno male!)

:-)