Watchmen

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who watches the watchmen?

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Ottobre ’85. Un comico è morto a New York.
Edward Blake – un atletico diplomatico di mezza età – viene gettato nel vuoto dal suo lussuoso attico con una misteriosa facilità. Il brutale Rorschach scopre che a Blake corrisponde l’identità segreta del Comico, un vigilante in maschera come lui, in seguito riciclatosi per il governo come addetto tritarifiuti agli affari sporchi. Malgrado una lunga lista di torbidi moventi, per il freddo e paranoico Rorschach una spiegazione spicca sulle altre: qualcuno vuole eliminare i vigilanti mascherati inaugurando col sangue di Blake la sua folle crociata.
Le potenziali vittime comprendono il vecchio gruppo dei Minutemen e la successiva leva degli Acchiappa-criminali. Attivi negli anni ’30 e ’40, dei primi sono pochi quelli sani e integri dopo una perenne vita sul filo del rasoio: la vecchia Spettro di Seta è rinchiusa a rinsecchire in una casa di riposo; il primo Gufo Notturno si è ritirato per scrivere le sue memorie e a gestire un’officina per le obsolete auto a benzina. Quelli messi meglio. A Dollar Bill hanno sparato, Giustizia Mascherata è scomparso, Falena è impazzito e langue in manicomio. Il Comico è morto.
Roschach porta la notizia a chi rimane. Il primo è il secondo Gufo Notturno, Daniel Dreiberg. Fiacco e disilluso, Dreiberg attraversa la sua crisi di mezza età fra costose attrezzature e ricorrenti fantastie desiderando un ritorno che lui stesso crede sciocco e inutile. Il secondo è l’uomo più intelligente del mondo, Ozymandias, alias Adrian Veidt, uscito allo scoperto per diventare un facoltoso uomo d’affari. Borghese e decadente in tinta con la sua megalomania, sostiene che il suo intelletto – dopo essersi stufato delle piccolezze del mondo criminale – debba dedicarsi ad altre sfide: ai gordiani nodi dei massimi sistemi e alla disintossicazione di un futuro precario.
Ne rimangono due. Resta da avvertire l’uomo indistruttibile che qualcuno vuole ucciderlo: il dottor Manhattan. L’onnipotente super-uomo che ha ottenuto la coscienza della materia. Un eroe così potente da suscitare, alla sua scoperta, un delirio entusiasta riassunto nello slogan: «Dio esiste ed è americano!». Da diventare il principale deterrente nucleare degli Stati Uniti. Un essere che a seguito della sua onniscienza ha deciso di spogliarsi da ogni residuo di passione umana. Lo sa bene Laurie Juspeczyk, la figlia della prima Spettro di Seta e l’esasperata amante di Manhattan e del suo freddo determinismo.
Sulle sorti di questa difficile coppia e sul tormentato passato del Comico si fanno strada subdole trame sotterranee. Le sorti sono fuori portata; oramai nulla si può risolvere più a scazzottate fra pagliacci in costume. Il loro immaginario è penetrato e “il danno è stato fatto!”. Alle porte, l’Olocausto nucleare aspetta e gli eroi con la loro stanca morale avranno una loro ultima parola a riguardo.
Verrà fatta la cosa giusta, alla fine?
No. Perché nulla finisce.
Nulla ha mai fine.


Watchmen non a torto è diventato la Bibbia dei fumetti sui supereroi, nonché il suo DSM. Pur essendo una pubblicazione DC Comics, abbandona la continuity tradizionale per elaborare una realtà alternativa più verosimile e orientata allo scopo. In questo nuovo mondo troviamo una società sull’orlo del baratro e dove la gente nei riguardi degli eroi non rimane – come spesso rimane – un soggetto passivo. Gli eventi mutano e cambiano seguendo la causalità, intenzionale o involontaria, scatenata dal fenomeno dei vigilanti in costume (qui sconosciuti all’appellativo di “supereroi”). Così scompaiono le grandi famiglie malavitose del continente come pure le auto a benzina; i dirigibili sono i mezzi più diffusi di trasporto aereo e gli Stati Uniti vincono la guerra in Vietnam. Non nasce il movimento “hippie”, bensì quello analogo e più underground dei “nodi”, mentre le proteste del ’77 sono conseguenza di un diffuso sentimento anti-vigilanti.
Di fronte agli accadimenti del mondo, questi vigilanti si ritrovano alle prese, più che contro i loro nemici, contro loro stessi e il loro lato oscuro, sempre immerso in una viziosa e profonda umanità. Proprio qui sta la differenza rispetto ai fumetti tradizionali, dove il focus era incentrato sull’azione e la lotta al nemico di turno. In Watchmen, l’azione latita, ma ciò non penalizza affatto l’atmosfera, tesa e opprimente, mentre il fulcro dello svolgimento è spostato sul senso di mistero e sul sublime confronto tra i personaggi. Dall’intransigente Rorschach, misogino e sessuofobo, al qualunquista Gufo Notturno; da Ozymandias, alla ricerca di un fine più grande, al dottor Manhattan, per il quale la vita non ha più misteri e il tutto appare come un insensato disegno senza scopo.
Nato dalla penna di Alan Moore (ancora lui! già autore di capolavori come V per Vendetta e the Killing Joke) e la matita di Dave Gibbons, il graphic novel di Watchmen è la degna summa theologica di questo genere, tanto diffuso e tanto imitato.
Dopo la lettura di questo ciclo non ci sarà più nulla che non saprete o che vorrete sapere a riguardo.

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Voto fumetto: *****
Voto film: *** e ½

Quotidianity – 8

-Ciao Lele.
-Oh! Ciao Ricky. Finalmente ci si vede.
-Sì.
-Com’è che ti becco solo due volte al mese?
-Forse meno.
-Soldi ben spesi, eh?
-Quali?
-Questi qua. Quante volte vieni di solito?
-Due alla settimana, quando riesco.
-E non ti vergogni?
-Non mi fa impazzire la palestra.
-Come non ti fa impazzire? Che ti sei iscritto a fare?
-Eh. Due volte alla settimana vengo, però.
-Sì, ma se non ti piace perché ti sei iscritto?
-Pensavo fosse meglio.
-Io sono sempre qui.
-Ah.
-Però ti vedo pochissimo. Dimmi la verità.
-Quale?
-Verrai una volta ogni tanto.
-No. È che… Sto qui, dagli attrezzi. E poi. A volte passo di mattina.
-Ah, sì, no, io di solito verso pomeriggio, a quest’ora qui.
-È per questo che non ci incontriamo.
-Ricky. Non mi dire minchiate.
-No, è per questo, davvero.
-I tuoi che dicono?
-Sono tranquilli.
-E dei corsi, dei corsi fai qualcosa?
-No.
-Nessun corso?
-No. Non mi piacciono.
-Ma allora tu ti sei iscritto proprio per non fare un cazzaccio!
-No. Qui, sto dagli attrezzi. Corro. Vado in cyclette.
-E basta.
-Non faccio corsi.
-Guarda che non sono male. Io ci vado spessissimo.
-Non sono male?
-È pieno di gente, c’è chi ti segue, ti allenano, e si impara qualcosa.
-Pieno di gente. Proprio per questo evito.
-Ma daai.
-Troppa gente. Preferisco star da solo.
-Dimmi una cosa. E i tuoi fratelli?
-Michele si è ritirato, Stefano continua.
-Stefano non l’ho proprio mai visto. Mai.
-Viene di mattina.
-Solo di mattina?
-Sì.
-Ah, è per questo che.
-Sì.
-E te?
-Mh?
-Cosa dicono i tuoi, che sei iscritto.
-Ho fatto l’abbonamento annuale, per forza sono iscritto.
-Ah.
-Però non lo rinnovo manco morto.
-Oh, ora ti riconosco.
-Manco morto.
-Ma pensa te. Annuale.
-Già… Lele, invece tu?
-Cosa?
-Dimmi.
-Cosa?
-Io non verrò mai in palestra, ma tu… In casa con l’Anna, ci stai mai?

Quotidianity – 7

-Ehi bello.
-He. Hei.
-Tutto a posto?
-Sh…

Shi.
-Come ti chiami?

Come ti chiami?
-Fh… oh.
-Come?
-Fh… hh.
-Occhei. Sei da solo? Riesci a camminare?
-Frhrancesco.
-Ciao Francesco. Sei da solo?

Francesco, mi senti?

Francesco?
-Shì.
-Cosa sì?
-Ssento.
-Bravo Francesco. Sei qui da solo?

Francesco?
-Ss… shì.
-Cos’hai bevuto Francesco?
-Tu… tuth… hh… tutto.
-Tutto, eh? Francesco riesci a camminare?

Francesco?
-Nho.
-Bene, siediti qui. Siediti.
-Oh… kkh.
-Francesco, sei qui con qualcuno?
-Da. Daniano.
-Dov’è il tuo amico, Francesco?
-Nhn sho.
-Devi vomitare? Devi vomitare Francesco?
-Shì.
-Devi vomitare?!
-Shì… No. Ho ià… vhmitato.
-Hai già vomitato?
-Shi.
-Occheei Francesco. Cerca di restare sveglio, va bene?
-…
-Francesco, mi senti?
-…
-Francesco?

Francesco?

Francesco!
-Shi.
-Mi senti?
-Sh… ih.
-Bene, non addormentarti. Non dormire.
-Nh…

hh

nho.
-Sai dirmi che giorno è?
-Shi.
-Che giorno è Francesco?
-Shhh. Uindici. Frhebbahio. Hh. Hilahedici.
-Marta, vieni qui. Sta andando in coma etilico, chiama l’ambulanza. Chiamala. Ci pensiamo dopo a quello. Chiamala subito, che questo sta per vomitare.
-Hi. Hi. Hirk. Hrhhmmmm!

Quotidianity – 6

-È il tuo cane?
-No, dei miei zii.
-È un bel cane.
-Sì.
-Bello davvero.
-Mh. Sì.
-Vieni qua cucciolotto. Vieni, qui, qui, dai. Bravo cucciolotto, bravo. È buono.
-Sì, non ha mai
-No, dicevo: si vede che è buono.
-Ah.
-Guarda che faccia.
-Sì.
-Che facciona, che bella facciona. Guarda che facciona, il mio cagnone.
-Hh.
-Come si chiama?
-Bandit.
-Bandit?
-Bandit.
-Come bandito?
-Sì.
-Che nome.
-Inglese.
-Ragazzi. Che nome. Che nome. Eh, Bandit? Che razza di nome.
-L’hanno scelto al canile.
-Bandit? Bandit? Bandit! Qui, Bandit.
-Bandit, andiamo?
-Avete fretta?
-Dobbiamo tornare a casa.
-Avete fretta?
-No, nessuna fretta.
-Che bel cane, ragazzi, proprio un bel cane.
-È di razza.
-Sì?
-Sì.
-Che razza?
-Un segugio.
-Un segugio, eh?
-Sì, dovrebbe essere un segugio.
-Anche io cred… Ha… tar… ?
-Cosa?
-?
-È passata una macchina, non ho sentito.
-Nha.
-Ora dobbiamo andare.
-Hai d’accedere?
-Non fumo, mi spiace.
-Ma quanti anni hai?
-Ah, io… 17.
-Non fumi?
-No. Andiamo Bandit.
-Tiri?
-No, no.
-Non tiri?
-No, arrivederci.
-Ciao. Ciao bandit.

Breaking Bad

Cominciare un episodio vuol dire terminarlo. E cominciarne un altro.
Quello che spiega il fenomeno i DexterWalking Dead e Breaking Bad vari è che le serie televisive sono fatte con una cura sempre più crescente, talvolta maggiore a quella che si riserva ai prodotti cinematografici. La concorrenza dei serial è crescente, la lotta creativa enorme. Breaking Bad è diverso dai primi due. Non ha un finale brutto come quello di Dexter e non è una sceneggiatura non originale, quindi derivata da un prodotto di solito narrativamente superiore. Breaking Bad è una storia, ed è spaventosamente attuale. Ma non c’è un tentativo subdolo di messaggiare lezioni, è proprio una storia. Una storia dove i personaggi innescano i cambiamenti e ne restano al contempo schiacciati e deformati.
L’incipit di BB è questo: un geniale professore di chimica che il destino ha assegnato a un comune liceo scopre, soffiate le cinquanta candeline, di avere il cancro. Tramite suo cognato, agente DEA (Drugs Enforcement Administration), viene a conoscenza degli ingenti profitti che il commercio dei narcotici può procurare e − entrato casualmente in contatto con un suo ex-allievo ora spacciatore − decide di cucinare metanfetamina di elevata purezza nel poco tempo che gli rimane per non lasciare un eredità di stenti finanziari alla sua famiglia. La doppia vita di mite professore e genio del male dal brutto cappello è presto insostenibile. La dimensione tragica è accresciuta dal contrasto fra il mondo letale del narcotraffico (che minaccia costantemente di porre fine alla sua vita, precedendo il cancro, e al suo piano di accumulo) e quello imbelle della vita quotidiana (dove le apparenze di rispettabilità e dei valori scontati scricchiola sotto il peso di un sistema che proprio giusto non è).
Proprio nel protagonista si combatte una battaglia in sordina, mentre la saga − super-avvincente − pensa a intrattenere noialtri. Walter White, il professore, non è un eroe. È un cattivo, e lo è a tutti gli effetti. Eppure, combatte disperatamente per una causa la cui ragioni riusciamo a comprendere e a giustificare. Agisce avidamente, ma non potrà beneficiare dei soldi. Dice di farlo per la famiglia, ma lo fa sintetizzando una delle droghe più devastanti mai entrate nel giro. Intreccia trame manipolatorie, ma le menzogne che lo proteggono sono fragilissime. Si dichiara un professionista, ma agisce avventatamente. Millanta un vasto potere, ma spesso viene preso a pugni senza troppo sforzo.
La sua è una dimensione drammatica a cui nemmeno lui riesce a dare un senso, e − se ci riesce− non lo fa dialogando con gli altri personaggi. Nessuno in effetti si sforza di comprenderlo, né lui fa qualcosa per aiutarli. Costretto a recitare un ruolo di responsabilità, di insegnante, di marito, di padre, di “socio”, non esplora mai le sue motivazioni, anche se in qualche modo si avvicina a una forma di consapevolezza.
È condannato, lo sa, e si dà per vinto, ma a modo suo.
Gli altri personaggi non sono da meno e − salvo qualche forma stereotipata − formano tutti una corte eccellente di comparse. Jesse, studente e socio di Walter, anche lui è intrappolato in una scia di delitti costretti eppure gli scrupoli che si pone affiorano sempre in maniera quasi naturale. Anche se più immaturo di Walt e sebbene non sia uno stinco di santo, Jesse è il buono e la sua rabbia è sempre “giusta” e disinteressata.
I protagonisti sono fari di empatia dove tutt’attorno avviene la dissoluzione morale dei concetti di bene e male, giusto e sbagliato, lecito e illecito. Il grande sistema viene smantellato in piccole, mostruose contraddizioni dove l’insignificante essere umano prova inutilmente a essere integro mentre il mostro si affaccia e si confonde.

Una serie TV che vi costringerà a finirla voracemente, un monumento alla cura dei dettagli e alla veridicità data sopratutto dalla precisione degli archi narrativi e dalla profondità dei ritratti in una costruzione eccezionale di regia e sceneggiatura.
Difficilmente potrete trovare di meglio.

Voto: *****

Breaking Bad

Quotidianity – 5

-Mamma mi è caduto l’apparecchio nella tazza.
-Cos. Quale tazza?
-Quella del bagno, mamma.
-No. Noooh.
-Eh.
-Come hai fatto, Lorenzo?
-Eh, stavo facendo la pipì, mica l’ho fatto apposta.
-E l’hai lasciato cadere nel water?
-Sì, cosa potevo fare? Mi è sfuggito.
-Fammi vedere.
-Vieni.
-Dov’è?
-Lì, sotto la carta igienica.
-Non lo vedo.
-È lì, guarda. Qua, vieni, da qui si vede.
-Caaaacchio.
-Mamma, non l’ho fatto apposta.
-Va bene, dai. Ora lo recuperiamo.
-Cosa?
-Prendo i guanti.
-Mamma, io mica lo rimetto.
-Lo laviamo bene, con
-No, io non lo metto! È pieno di pipì!
-Con la varechina si sterilizza!
-Ma che schifo, mamma!
-Guarda che la pipì non è niente. Lo laviamo benissimo.
-Ma è pipì, dai! Che schi-fo!
-Sai quanto ci è costato?
-Quanto?
-Tantissimo.
-Vabbhé, lo pago io uno nuovo.
-Non hai così tanti soldi.
-Prendo quelli del libretto!
-Eehhhh, quelli del libretto.
-No, ma dai mamma! Mi viene il vomito!
-Guarda, ora lo mettiamo sotto l’acqua fredda e poi a mollo nella varechina.
-Dopo li butti i guanti!
-Sshh, che c’è Matteo che dorme.
-Dopo li butti i guanti.
-Certo che li butto.
-Tiro l’acqua?
-Ti è caduto qualcos’altro oltre all’apparecchio?
-No.
-Allora puoi tirare.

Quotidianity – 4

-Lei sa che era tenuto a
-Non me lo dica, non me lo dica nemmeno. Secondo voi non ho fatto compilare il foglio di pernottamento?
-Ce lo dica lei.
-Sicuro che l’ho fatto.
-E allora perché non sapeva della droga?
-Perché la gente mente. Avete mai avuto a che fare con le nuove generazioni? Sono senza controllo, datemi retta, senza controllo.
-Lei ha appena detto una cosa che
-Sono disposto a ripeterlo sotto giuramento se serve, ho anche una copia del documento, so quel che dico. Non mi sognerei mai di mentirvi.
-Va bene così. Dopo le chiederemo di farci vedere il foglio.
-Assolutamente.
-Quindi lei non sapeva nulla?
-Nulla di nulla, non me lo sarei mai immaginato.
-E loro non avevano dichiarato il possesso di sostanze illegali?
-No, non l’hanno dichiarato, solo dio sa per quale motivo.
-Mh.
-Voi non mi credete.
-Saremo sinceri, signor Perulli, è la prima volta che sentiamo una cosa del genere. Siamo in servizio da molti, molti, anni ed è la prima volta che degli studenti hanno mentito di loro spontanea volontà.
-Sentite: tengo dietro a questo ostello da quando mio padre è morto, circa ventidue anni fa, e posso dire la stessa cosa. Prima volta. Potete immaginare la mia reazione quando
-Certo, signor Perulli, certo.
-Mi sono spaventato.
-Lo capiamo.
-Insomma: voi come avreste reagito? È facile giudicare a fatti avvenuti, ma… Io non sono un agente, capite? Cosa potevo fare?
-Noi vorremmo solo accertarci che sia andato tutto come ha dichiarato ieri sera.
-Signori: il mio ragazzo è rimasto ferito, attaccato da quei mostri, e voi dubitate di me? È questo che state facendo?
-Stiamo facendo il nostro lavoro.
-Il vostro lavoro è quello di difenderci! Non quello di tormentarci!
-Vogliamo solo capire come prevedere altri
-No no no, voi pensate che io stia
-Ci lasci finire: non vogliamo che in futuro riaccada qualcosa del genere. Chiaro? È per questo che la stiamo interrogando. Abbiamo bisogno di alcuni dettagli che i nostri colleghi hanno trascurato nel verbale di ieri. In modo di evitare un altro episodio del genere.
-Allora mi state davvero interrogando! Ma stiamo scherzando?!

Chi ha paura di Virginia Woolf?

Albee è uno che si è “arreso” al teatro. Nella nota introduttiva (Chi ha paura di Virginia Woolf? – Edward Albee, Einaudi – Collezione di Teatro 286) è riportato un pezzettino di un’intervista nella quale spiega che aveva deciso di diventare uno scrittore ma gli era andata sempre male. “Figlio d’arte”, il padre era erede di una catena di teatri di rivista, aveva vissuto il teatro come realtà quotidiana. Un’infanzia abbastanza irrequieta quella di Albee. Leggendo “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (la sua più celebre commedia) facciamo i conti con la Virginia che è in noi. Perché il titolo non c’entra niente con la scrittrice, ma con i suoi problemi e(s)sistenziali, tanto da diventare il ritornello di una canzoncina dispettosa. (Albee ha letto questa frase sullo specchio di un bar scarabocchiata col sapone). Si arriva nel salotto dei Washington, senza invito, ad assistere ad un siparietto tragicomico tra George e Martha, una coppia di mezza età: Professore di Storia lui, figlia del Preside dell’Università lei. E’ sabato notte e suona al campanello una giovane coppia incontrata ad una festa: Nick Professore di Biologia e Honey sua giovanissima moglie; sono stati invitati per fare un piacere al padre di Martha che si è raccomandato di essere gentili con loro. Ben presto le chiacchiere si trasformano in un grottesco gioco in cui viene trascinato anche il lettore. La rappresentazione teatrale e quella cinematografica sicuramente susciteranno emozioni ancora più vive di quelle “cartacee”; Albee focalizza l’attenzione sui caratteri dei personaggi (estremizzadone le debolezze), ma i luoghi dove si svolgono le vicende sono nitidi come una fotografia su una rivista d’arredamento. Il dramma si divide in tre atti: il primo atto è ingarbugliato, il secondo è allucinante, il terzo amarissimo. Un continuo botta e risposta che ti trascina in un vortice alcolico di angoscia e disperazione. Non c’è solitudine. Martha e George pur facendosi del male possono contare sempre l’uno sull’altra e viceversa (fin quando non si faranno fuori…). Nick e Honey sono l’alter ego giovane della coppia, un destino già segnato il loro. Sembra (quasi) che non ci sia possibilità di redenzione per questi personaggi. «Quando non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo!», si dice. Ma quando lo arredi con le illusioni (e quella di George e Martha si chiama Jim), la vita stessa diventa un inferno. Chi ha paura di Virginia Woolf? Io. E tu?

Quotidianity – 3

-Ma che gentilina hai comprato?
-Era bella al super.
-È tutta moscia, guarda.
-Si è appassita stanotte a stare fuori.
-Ma questa era già brutta da prima.
-Sì, non era bellissima.
-Vabbhé. Ne vuoi un po’ Giacomo?
-No, grazie. Comunque vi stavo dicendo
-Sì.
-Avete presente Luca Toffredo?
-Era in classe con te?
-Sì. Ha trovato da lavorare subito.
-Dove?
-In una fabbrica che fa automobili. Ma automobili serie, eh?
-È stato bravo.
-Sì. Pensa che è così bravo che gliele fanno provare! Mica come quelli lì della Prafec. Che stronzi.
-Come gliele fanno provare?
-Sì! Gli fanno provare le macchine! Se vanno bene. Ma stiamo parlando di macchine con 600 cavalli, eh? Delle Audi, delle Jaguar. Mica delle stronzatine, eh? Ha detto che corre su un circuito e fa le derapate, ahahah!
-Ma quanti anni ha Luca?
-19, come me.
-E gli fanno provare le macchine?
-Sì! Lo giuro!
-E se le segna?
-Ah! Ha detto che con una Mercedes gli è capitato di segnarla sul muso. Un ammaccotto.
-E dopo?
-Non gli hanno fatto nulla, ahah.
— pausa breve —
-A me sembra una stronzata.
-Come?
-Dai, è una stronzata che ti ha raccontato.
-Guarda che è vero.
-E secondo te al primo coglione che viene a lavorare in una fabbrica gli fanno provare le macchine? Poi, come se da noi ci fossero delle fabbriche che costruiscono per intero le macchine di marche diverse.
-Sì, me l’ha detto lui.
-Ma è una stronzata! Un neo patentato con una macchina da 600 cavalli?!
-Ma che cazzo ne sai tu che sei solo un povero sfigato?
-Mavaffanculo.
-Sei solo un povero sfigato che al massimo ha guidato una panda! Che cazzo ne vuoi sapere?!
-E tu che cazzo hai guidato più di una panda?
-La polo di Luke.
-Luke chi è? Sempre la sagoma a cui fanno provare le macchinone?
-Ma lo vedi che sei uno sfigato del cazzo? Fallito!
-Ragazzi, la piantate?
-È lui che rompe i coglioni! Che ve lo dico subito, se continua così lo ammazzo.
-Ammazzami.
-Guarda che non scherzo, io ti ammazzo.
-Dai, ammazzami, dai.
-Mi stai facendo incazzare. Ti avverto. Mi stai facendo incazzare.
-Carlo, dì qualcosa.
-Ragazzi state calmi.
-Se mi vuole ammazzare che lo faccia.
-Devi portarmi rispetto, hai capito? Hai capito che devi portarmi rispetto? Sei solo una merda tu, non capisci un cazzo.
-E tu che sei? Che ti licenzi dopo un mese solo perché non riesci a stare in piedi.
-Dì un’altra parola e ti ammazzo.
-Sei un pezzo di merd…
-GIACOMO!

[Guida alla lettura:
M, P, M, P, M, P, M, F2, M, F2, M, F2, M, F2, P, F2, P, F2, M, F2, P, F2, M, F2, P, F2
— pausa breve —
F1, F2, F1, F2, F1, F2, F1, F2, F1, F2, F1, F2, F1, F2, M, F2, F1, F2, F1, F2, M, P, F1, F2, F1, F2, F1, M

M: madre
P: padre
F1: figlio maggiore
F2: figlio minore]

Quotidianity – 2

-Il dottore ha detto dove ha intenzione di attraccare?
-No, capitano.
-Sto per perdere la pazienza. Fagli sapere che senza un punto esatto dove attraccare io mi fermo qui. Non mi muovo oltre.
-Sì, capitano.

-Allora?
-Ha detto che l’Egitto andrà benone.
-Egitto?!
-Sì.
-Ma siamo sulla rotta indiana!
-Credo che abbia cambiato idea.
-Non è possibile. Non è possibile. Siamo in viaggio da due settimane. Non è possibile.
-Ha detto che l’Egitto potrebbe dargli il tipo di avventura che sta cercando.
-Non ci siamo capiti. Non ci siamo proprio capiti. L’avventura gliela do io. Portamelo qui, voglio parlarci di persona.
-Al momento è occupato.
-Se non corre subito qui, in questa dannata stanza, a chiarirmi le idee darò l’ordine di buttarlo in mare. Ora.
-È impegnato in un lavaggio intestinale. Per questo non si può spostare dalla sua camera.
-Un lavaggio intestinale?! Roba da matti. Un lavaggio intestinale… Un lavaggio intestinale?
-Cosa faccio?
-Tra due ore. Qui. Due ore e un minuto e saremo dirotti verso casa. Diglielo. Un minuto di ritardo e torniamo a casa.
-Sì.

-Ho sentito che mi ha fatto chiamare.
-Oh, dottore dottore! È stranamente in anticipo.
-Cos’è questa storia che vuole tornare indietro? Non la sto forse pagando abbast
-Non sono i soldi a preoccuparmi. Ma la meta. La meta. Siamo in viaggio da 15 giorni, vuole decidersi a darci una meta esatta? Una meta.
-Gliel’ho fatta sapere, no? Non gliel’ho forse fatta sapere?
-Quindi?!
-L’Egitto.
-Ma… Ma… È forse fuori di testa?
-Non capisco cosa ci sia che non
-L’Egitto? Ma dice sul serio?
-Certo.
-Non eravamo d’accordo per lo Sri Lanka o sbaglio?
-Sri Lanka?
-Esattamente, lo Sri Lanka.
-Ci dev’essere stato un fraintendimento.
-Non c’è stato nessun fraintendimento! Mi sta prendendo in giro?
-Ehrr.
-Mi sta prendendo in giro? Senta, questa è la MIA barca. Quello lì fuori è il MIO equipaggio. Le consiglio di andarci cauto, perché sta scherzando col fuoco.
-Non la sto prendendo in giro.
-Noi siamo diretti verso lo Sri Lanka, avevo bisogno di un punto in cui ormeggiare. È un isola grandina, lo sa? Lo sa che lo Sri Lanka è un’isola?
-C-certo che lo so.
-Quindi cos’è questa storia dell’Egitto?
-Ho cambiato idea.
-Ha cambiato idea? Ora?
-S-sì. Ora.
-Perché? Cosa deve andarci a fare in Egitto?
-Io. Io devo. Sono alla ricerca dell’avventura.
-L’avventura?
-E-esatto. L’avventura.
-In Egitto?
-Sì.
-E perché non più in Sri Lanka?
-Ho cambiato idea.
-Mi dica una cosa, dottore.
-Sì.
-Mi dica: ma lei è veramente un dottore?
-Ehrr.
-Lei è veramente un dottore?
-Ehk.
-Mi dica, dottore. Quando vedremo i nostri soldi?